Se i paperoni donassero i loro beni alla comunità

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Ecco cosa si potrebbe fare con i soldi dei super ricchi
Ecco cosa si potrebbe fare con i soldi dei super ricchi

Non desiderare la roba degli altri", ammonisce il "Testamento di Tito". Che non è l'atto notarile al quale il finanziere Tito Tettamanti avrà verosimilmente consegnato le sue ultime volontà. No, la roba che tiriamo in ballo - in barba al decimo comandamento e alla celebre canzone di Fabrizio De André, da cui è tratto il verso iniziale - è quella contenuta nell'ultimo numero di Bilanz. Come ogni anno, a ridosso delle settimane d'Avvento, la patinata rivista economica espone su una dorata ribalta i 300 super-ricchi della Svizzera.
Perché un po' viene l'acidità di stomaco nello scoprire che la somma di tutti i patrimoni dei Paperoni elvetici ha raggiunto nel 2015 l'astronomica cifra di 594 miliardi e 850 milioni di franchi. Per fortuna papa Francesco, in questi giorni, è in Africa. Altrimenti era garantita la bolla di scomunica. Che probabilmente verrebbe accolta con un'alzata di spalle da chi è abituato a dribblare ben altre bolle. Sfogliando il magazine, è inevitabile immaginare ciò che potrebbe essere realizzato se quei denari - guadagnati col sudore della fronte e dell'intelligenza, beninteso - per magia o per intervento di un abile hacker marxista, scivolassero nottetempo dai rispettivi conti correnti alle casse pubbliche. E da lì, perché il denaro fermo crea grumi di malinconia, i soldi riprendessero subito il volo, andando a finanziare investimenti di cui tutti potrebbero trarre beneficio. Ma, per non essere accusati di voler sovvertire il Paese con l'istigazione a una collettivizzazione ormai fuorimoda, limitiamoci a fantasticare su quali progetti si potrebbero finanziare con le ricchezze dei soli re Mida ticinesi. Perché il nostro cantone, pur non dando ospitalità alla famiglia Kamprad di Ikea, una ventina di persone sfacciatamente agiate riesce pur sempre a infilarle nella lista dei magnifici trecento.
E allora supponiamo che nel 2016 non figuri più in testa all'elenco dei Rockefeller locali il nome dei fratelli Perfetti. Perché Giorgio e Augusto, i due magnati della gomma da masticare e di altre gommose delizie, in un attimo di assoluta follia hanno deciso che i dolciumi fanno male, alzano la glicemia nel sangue e rovinano i denti. Basta, si vende tutto e coi 4-4,5 miliardi di franchi ottenuti si stacca un bell'assegno da consegnare direttamente al ministro delle Finanze Christian Vitta. Il quale, naturalmente, decide di riportare subito in soffitta il tavolo di lavoro sull'economia. Forte di questo sei al lotto, il consigliere di Stato per decreto azzera dall'oggi al domani il debito pubblico del Cantone (2 miliardi circa). Ne restano ancora altrettanti in cassa da impiegare, perché i Perfetti sono stati chiari, "o li usate per regalare felicità o ce li riprendiamo". In un'infuocata seduta di governo, viene scartata l'idea del ministro Gobbi, che proponeva di regalare una tredicesima monstre di 26mila franchi ai 75mila e passa over 65 ticinesi, "ma solo nativi" ha precisato Gobbi. La proposta viene scartata per non dare alla Lega un vantaggio elettorale secolare, o almeno sino alla dipartita dei beneficiati.
Il governo tergiversa, ma intanto il morbo infetta altri miliardari nostrani che decidono di dare un taglio al loro patrimonio. Veste il saio di una povertà conquistata anche la famiglia Zegna, i sarti prediletti dalla piazza finanziaria luganese. Anche loro si scoprono filantropi e infilano nel gessato di Vitta uno chèque da 2,5 miliardi. Esattamente i soldi che servirebbero per finanziare il raddoppio del tunnel del San Gottardo per cui sono necessari 2,2 miliardi. Il cancelliere Gianella riconvoca il Consiglio di Stato per decidere se accettare il dono. L'iniziativa delle Alpi scrive a Berna per denunciare la turbativa del referendum che pende sul traforo. Non se ne fa un tubo.
Nel frattempo però sono entrati in cassa altri 2-2,5 miliardi, tale è la sostanza che i fratelli Geo e Sergio Mantegazza, per non essere da meno, vogliono regalare alla collettività. Unica condizione, investire nel mattone. Stavolta è la cultura ad alzare la mano. Per Manuele Bertoli è una manna piovuta dal cielo. Il direttore del Decs chiede subito 602 milioni per anticipare il piano di ristrutturazione degli edifici scolastici il cui termine di realizzazione era per il 2031. Nelle rare scuole dove ancora resistevano i busti del "pater" Stefano Franscini sono sostituiti dal volto sorridente di Geo e Sergio. E Tito? Beh, intanto che la generosità contagia i suoi colleghi, con atteggiamento un po' snob pensa che l'idea è sì buona, ma lo Stato resta pur sempre lo Stato. È lui nel 2016 il solo ricco ticinese rimasto nella classifica di Bilanz.
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