Riaprire la "questione meridionale" - di Mario Bozzi Sentieri

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Riaprire la "questione meridionale" - di Mario Bozzi Sentieri

Fonte: Arianna editrice

Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è stato ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord; drammatici i dati sul lavoro, laddove pur essendo presente solo il 26 per cento degli occupati si è concentrato il 70 per cento dei posti falcidiati dalla crisi; perfino il crollo demografico è venuto a sottolineare la crisi di un Sud, tradizionalmente prolifico, con appena 174.000 nascite, un minimo storico al livello dei primi anni dell’Unità d’Italia.

E’ la fotografia che emerge dalle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentate il 30 luglio 2015: un Meridione “alla deriva”, senza una chiara rotta ed in balia di una crisi da cui appare difficile uscire, anche in presenza della pur debole ripresa ciclica del biennio 2010-2011 che ha caratterizzato le regioni settentrionali.

Di fronte a questa realtà le ricette messe in campo sono apparse deboli e sostanzialmente ripetitive.

Sotto la spinta dei dati SVIMEZ e delle preoccupate reazioni dei presidenti delle regioni del Sud, tutte a maggioranza di centro-sinistra, il 7 agosto, nel corso di una direzione nazionale del Pd, convocata per parlare dell’ emergenza Sud, Matteo Renzi non ha saputo fare altro che parlare di nuove risorse da sbloccare e di sgravi fiscali e contributivi, per chi assume stabilmente nel Meridione.

Di rincalzo la ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, si è soffermata sugli investimenti infrastrutturali, dichiarando: “Nel Meridione, solo puntando sulle infrastrutture, su intermodalità per merci e passeggeri, potenziando i porti e gli aeroporti si potrà cambiare registro. Quindi serve un piano poderoso di finanziamenti. Per questo in autunno daremo il via agli Stati generali dello Sviluppo Economico e guarderemo con grande attenzione problema”.

C’è poi chi ha chiesto di riesumare la Cassa del Mezzogiorno o di creare un ministero ad hoc, ripercorrendo strade già battute e, visti i risultati, senza grandi prospettive.

Più che idee ed analisi all’altezza della crisi, non è eccessivo parlare di “evocazioni”: gli interventi straordinari, le infrastrutture, gli immancabili sgravi contributivi.

Troppo poco per una crisi del Mezzogiorno d’Italia che essendo “strutturale”, cioè “di sistema”, richiede evidentemente interventi di ben più ampia portata. Non basta cioè tranquillizzare l’opinione pubblica con qualche intervento “tampone”. Né – come ha dichiarato il Presidente del Consiglio – dire basta ai piagnistei. Non è neppure questione di risorse, se è vero che – come nota un recente rapporto presentato da Confindustria – nel periodo 2015-2023, il Sud avrà a disposizione un centinaio di miliardi di Euro, tra fondi Ue, cofinanziamenti nazionali e residui del programma 2007-2013, a cui si aggiungono 1,8 miliardi stanziati recentemente dalla Commissione Ue per il Pon Reti e Infrastrtture (2014-2020). Tra le opere in programma l’alta velocità in Sicilia, la ferrovia Napoli-Bari-Taranto, investimenti sulle autostrade A3 e Jonica, lo sviluppo dei porti di Palermo, Catania, Taranto e Napoli.

Il problema, oggi come ieri, è che non basta parlare di infrastrutture – come hanno fatto i ministri Guidi e Delrio – se non si riesce a fare sì che i cantieri non diventino delle voragini mangiasoldi, che i tempi siano rispettati, che la qualità dei manufatti sia conforme a quanto appaltato.

E qui entriamo nello specifico della crisi che noi definiamo “di sistema”. A cominciare dal tema della “legalità”. Inutile nasconderselo: intere aree del Mezzogiorno sono controllate dalla criminalità organizzata, che gestisce gli appalti, condiziona gli investimenti, ricatta le aziende. Vogliamo – con coraggio e chiarezza – porci il problema di quanto costa la criminalità in termini di mancato sviluppo nel Mezzogiorno? In che modo la criminalità si impossessa di specifiche aree di mercato e con quali effetti sulle regole della concorrenza? Quanto è diffuso il senso di insicurezza e di paura tra gli imprenditori meridionali ? Quanto questo “contesto” frena l’arrivo di investitori italiani ed esteri ?

Non sono quesiti retorici. Purtroppo è la realtà, così come emerge dalla Relazione annuale sulle attività dal Procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia (gennaio 2015). Dietro sigle malavitose, quali Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita, si nasconde una complessa e soffocante ragnatela, in grado di avvolgere e soffocare territori, realtà produttive, amministrazioni locali: dal Porto di Gioia Tauro (diventato – secondo la Relazione – “una vera e propria pertinenza di casa della cosca Pesce e dei suoi alleati”) all’ espandersi metodico delle organizzazioni mafiose, strutturate per “mandamenti” (con investimenti nell’edilizia, nelle società finanziarie e nell’ambito commerciale, dove “ristoranti, bar e caffè vengono acquisiti da società di nuova costituzione, spesso con capitali sociali esigui, che fungono da schermo per gruppi mafiosi”), dalle estorsioni (attraverso danneggiamenti, incendi e minacce) fino al sistematico controllo di determinati servizi (con un’alterazione nel mercato che costringe “coloro che lo richiedono a corrispondere somme notevolmente superiori agli standard di mercato rilevati per analoghi servizi”), dai collegamenti, denunciati nella Provincia di Lecce, dei locali esponenti mafiosi con la Pubblica Amministrazione (“per ottenere concessioni, autorizzazioni e servizi”) al coinvolgimento di ambienti della criminalità organizzata nella gestione di aziende municipalizzate.

Pensare, in questo contesto, di riuscire a gestire la crisi meridionale in modo ordinario significa precludersi ogni possibilità di riuscita.

Ci vuole ben altro che qualche intervento “a pioggia” se non si interviene per ricostruire un quadro generale di certezze nel campo della legalità, della trasparenza amministrativa, del rapporto cittadino-istituzioni.

E qui veniamo al tema degli Enti Locali. Inquinamenti malavitosi da un lato e disarticolazione regionalistica dall’altro hanno oggettivamente indebolito la costruzione di organiche politiche territoriali. Si abbia il coraggio di prenderne atto, svuotando finalmente le Regioni del potere che hanno dimostrato di non sapere gestire, impostando interventi dimensionalmente all’altezza della sfida in atto. E dunque “piani di regia” sovra-regionali, che affrontino una volta per tutte le annose questioni legate alle infrastrutture (treni, autostrade, portualità), agli investimenti produttivi (finalmente liberati dai piccoli interessi politici locali), alla possibilità di essere concorrenziali sui mercati globali, al ruolo stesso del Mezzogiorno, ponte naturale dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo.

Per fare questo ci vuole un rinnovato orgoglio del Meridione e classi dirigenti all’altezza di questa sfida, finalmente selezionate su basi nuove, capaci di sviluppare strategie di ampio respiro, interne ai centri di decisione.

In estrema sintesi per affrontare, con un minimo di efficacia e di realismo, la nuova “Questione Meridionale” serve quella che noi chiamiamo “visione nazionale”, cioè un’idea di Stato autorevole, che controlli il territorio e ricucia il rapporto tra Istituzioni e cittadini; un’efficiente sistema burocratico, finalmente svincolato da ogni potere mafioso e partitocratico; un coinvolgimento diretto delle categorie produttive, in grado di mettere in circolo competenze, professionalità e risorse.

Non è allora solo questione di risorse, come semplicisticamente si è affrettata a dire l’attuale classe di governo, ma “di sistema” e di cultura politica: ci vuole un’azione d’insieme, un quadro strategico, in grado di fissare obiettivi chiari e realistici, di mobilitare i territori, al di là del “localismo”, di costruire un’autentica speranza di riscatto. Ci vuole coraggio (per rompere vecchie incrostazioni malavitose e politiche) e fantasia (per individuare originali percorsi di cambiamento e di crescita). Decisione (per passare dalle parole ai fatti) e partecipazione (per costruire un’ ampia condivisione sociale).

Difficilmente, vista l’approssimazione di certe analisi e dei conseguenti impegni, l’attuale classe politica sembra essere in grado di costruire le condizioni per l’auspicato cambiamento di rotta nel Meridione d’Italia, ma non solo. Con un Presidente del Consiglio che – il 12 settembre – invece di presenziare all’inaugurazione, a Bari, della Fiera del Levante, dove avrebbe potuto spiegare le strategie del governo per il Sud, ha preferito volare a New York per assistere alla finale, tutta italiana, di tennis degli Us Open, scegliendo l’ennesima operazione immagine ad un più impegnativo confronto con la realtà meridionale.

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