Perché è riapparso lo spettro della crisi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Perché è riapparso lo spettro della crisi

Di Loretta Napoleoni

Basta un piccolo scossone. Apparentemente niente di preoccupante. Eppure i mercati avvertono ugualmente la scossa. In positivo o in negativo. Ed allora eccoli "premiare" l'aumento, oltre le attese, dei posti di lavoro in America a ottobre. In Usa la disoccupazione è scesa sino al 5%. E l'euro verso il dollaro in un attimo è passato da circa 1,085 al minimo di 1,07, il livello più basso da sei mesi. Ma mentre l'America in queste ore sorride le nuove potenze economiche, Cina, India e in qualche modo anche la Russia, sono preoccupate. I loro sistemi produttivi non hanno marciato ai ritmi elevati degli ultimi anni e i mercati, in questo caso, si mostrano prudenti. Se non freddi. La Cina
ha subito un rallentamento dopo la cavalcata trionfale delle ultime annate. La caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime hanno fatto slittare le ruote dell'economia che più ha contribuito nell'ultimo decennio a creare ricchezza. Stesso discorso vale per l'India. Un altro Paese che dopo un boom ha visto calare la sua spinta propulsiva.
Due stampelle, quelle di Cina e India, che hanno sorretto il mondo nel momento in cui la crisi, aperta nel 2008 con il crollo della Lehman Brothers, ha cominciato a stringere la sua morsa. Ecco perché adesso gli economisti stanno attenti persino a uno starnuto che arriva dall'Asia. La paura è che proprio nel momento in cui in Europa si registrano interessanti segnali di ripresa, così come in Usa cala la disoccupazione, Cina e Russia facciano uno sgambetto alla crescita. Annullando sforzi e sacrifici che hanno permesso di rimettere in sesto i conti in tanti Paesi. Aiutati anche dalle banche nazionali, dell'Ue, di America e della Cina, che hanno reindirizzato lo sviluppo e stimolato gli investimenti.
L'economia mondiale è vittima della terza crisi economica dal 2008 ad oggi. Questa volta però a far ridurre le previsioni di crescita formulate all'inizio dell'anno è stato il rallentamento di quella delle economie emergenti. Il pericolo è che l'ulteriore crisi trascini anche le economie più avanzate in una nuova recessione e deflazione.
Che ruolo giocano i mercati emergenti nell'economia mondiale?
Si tratta di nazioni che crescono a ritmi molto elevati rispetto a quelle più avanzate, e quindi contribuiscono a far lievitare il tasso di crescita globale. Dopo il crollo della Lehman Brothers, a sostenere l'economia mondiale sono stati proprio i mercati emergenti, primo fra tutti quello cinese. Ultimamente però una serie di fattori ne hanno rallentato la crescita al punto che si parla nuovamente di deflazione.
Quali sono questi fattori?
La caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime, che molte delle economie emergenti producono, ad esempio, il Brasile o la Russia, ed il rallentamento del commercio internazionale, che ha colpito Paesi come la Cina, la cui crescita economica negli ultimi vent'anni è stata legata all'esportazioni di prodotti finiti.
Quanto incide sulla crescita mondiale la deflazione delle economie emergenti?
Difficile quantificarlo, il Fondo Monetario sostiene che si tratta di una riduzione di solo mezzo punto percentuale del tasso di crescita del Pil mondiale, e che alla fine dell'anno questo si stabilizzerà attorno al 3 per cento, quindi in linea con la serie storica degli ultimi anni. Ma è probabile che queste previsioni siano eccessivamente ottimiste perchè la contrazione dell'economia cinese e di quella indiana potrebbe essere ben maggiore di quanto i governi di questi Paesi affermano.
Perché Cina ed India sono così importanti?
Perchè con l'economia della Russia, del Brasile e del Sud Africa - le altre nazioni dei Brics - ormai in recessione e con le pessime previsioni di crescita di quella turca - la Turchia è un altro mercato emergente di grande peso - le uniche due nazioni emergenti in grado di influenzare il tasso di crescita dell'economia mondiale sono la Cina e l'India.
Quanto vere sono le voci sulla crisi economica cinese?
L'idea che la Cina sia in crisi è infondata. Piuttosto stiamo assistendo ad un rallentamento della crescita, ma questo era prevedibile. I dati dell'ultimo trimestre, e cioè fino alla fine di settembre, mostrano un tasso del 6,9 per cento, dunque appena al di sotto del 7 per cento considerato ideale. Ma gli indicatori che vanno monitorati sono altri, e cioè quelli della transizione del mercato cinese da un'economia sostenuta dagli investimenti per la produzione di prodotti diretti all'esportazione ad un'economia di consumo. Il mercato cinese interno ha vaste potenzialità e può facilmente sostituirsi a quello estero, anzi a giudicare dai numeri può superare in grandezza la domanda mondiale di prodotti cinesi. Se ciò avviene, l'economia globale facilmente continuerà a crescere intorno al 3 per cento ed anche oltre.
Allora perchè si parla di crisi economica cinese?
Perchè nessuno crede che Pechino sia in grado di guidare questa transizione, c'è ancora una profonda sfiducia nei confronti della Cina. Tuttavia, ciò che ha preoccupato analisti e mercati è stata la risposta della banca centrale cinese che ha abbassato il tasso d'interesse per la sesta volta in 12 mesi fino a 1,5 per cento. Preoccupa la decisione di stimolare l'economia con politiche monetarie espansive, decisione presa all'indomani della pubblicazione del tasso di crescita del 6,9 per cento.
Ma anche la Banca centrale europea non sta facendo la stessa politica?
Certamente. Molto più preoccupante del rallentamento della crescita cinese è infatti la mancata ripresa economica in Europa. I dati più recenti mostrano un'ulteriore contrazione del tasso di crescita dallo 0,4 allo 0,3 per cento e con l'inflazione a - 0,1 in settembre, contro lo 0,1 in agosto, è ormai necessario tornare a parlare di deflazione in Europa. Ma nessuno vuole ammetterlo. Secondo la banca centrale la caduta dei prezzi energetici e la riluttanza dei consumatori europei a spendere sono alla base di questi dati nel breve periodo, nel lungo la Bce afferma che la maggiore disponibilità prodotta dai bassi costi energetici farà gravitare le spesa. Ma il vero problema è un altro: la gente ha perso la fiducia nella ripresa e, quindi, anche se ha maggiore disponibilità non spende ma risparmia per saldare i debiti accumulati in passato.
Politiche monetarie, sono l'unico strumento per sostenere la crescita?
Sì. Ormai è chiaro che le politiche monetarie sono l'unico strumento nelle mani dei governi per contrastare le pressioni deflazioniste.
Per far ripartire l'economia abbiamo bisogno di ulteriori politiche monetarie espansive?
No. Le banche centrali delle nazioni che registreranno una solida crescita, e cioè la Federal Reserve americana e la Banca d'Inghilterra, farebbero meglio a far lievitare i tassi d'interesse e tornare ad una normalità economica che non vediamo dal 2008, ma si pensa che ciò non sia possibile se l'economia mondiale non si riprende, l'aumento dei tassi potrebbe infatti danneggiare la timida ripresa; quindi per ora i tassi rimarranno invariati. Le banche centrali delle nazioni in difficoltà, come la Banca centrale europea e la Banca nazionale del Giappone, non avendo altri strumenti in mano, continuano a perseguire politiche monetarie espansive che non funzionano.
Quali saranno le nuove manovre della Bce?
Draghi ha due opzioni, può tagliare ulteriormente il tasso di interesse sui depositi bancari presso la Bce, che al momento è a -0,2, e dunque penalizzare le banche che non prestano denaro, ma preferiscono parcheggiarlo nella Banca centrale europea. Oppure può aumentare il volume dei titoli obbligazionari che la Bce compra ogni mese con gli euro che stampa; al momento si tratta di 60 miliardi di euro al mese.
Perchè le politiche monetarie di stimolo non funzionano?
Esiste una distorsione nel sistema economico e finanziario prodotta dal prolungamento di queste politiche e dalla struttura e dal peso che i mercati finanziari rappresentano nell'economia mondiale. Subito dopo la dichiarazione di Draghi di prolungare e rafforzare il quantitative easing in Europa, l'indice di borsa tedesco, il Dax, è salito del 2 per cento e anche quello del Dow Jones è schizzato verso l'alto. Le brutte notizie fanno salire le quotazioni dei listini perché i mercati sanno che si stamperanno più soldi e che questi finiranno nelle piazze affari mondiali e non nella costruzione di infrastrutture e in settori trainanti dell'economia reale. Dal 2009 fino ad oggi i listini di borsa non hanno fatto che crescere, superando di gran lunga i livelli pre crisi del 2008, mentre l'economia reale è rimasta a secco.
Ci troviamo in un circolo vizioso?
Secondo alcuni analisti il problema centrale è il volume ingestibile del debito accumulato dalle banche attraverso la vendita dei derivati. Si parla di 500mila miliardi di dollari soltanto per quanto riguarda le banche americane. 100 mila miliardi di dollari per la sola Deutsche Bank. In complesso parliamo di 1,5 milioni di miliardi di dollari, una cifra assurda, inconcepibile. È per questo che si continua a stampare moneta, il sistema bancario è cronicamente a corto di liquidità e ciò ha prodotto una contrazione del credito in un momento in cui questo doveva espandersi.
Quali sono le conseguenze immediate dell'ondata di politiche monetarie espansive?
Il perdurare delle guerre dei cambi. La Svizzera ne sa qualcosa e, infatti, subito dopo le dichiarazioni di Draghi il franco svizzero si è apprezzato rispetto all'euro. Poichè questa è una nazione la cui economia dipende dalle esportazioni nell'eurozona, una notevole riduzione del tasso di cambio dell'euro rispetto al franco svizzero danneggia la bilancia commerciale svizzera. Per evitare rivalutazioni la banca centrale svizzera è costretta a tagliare i tassi d'interesse sui depositi che al momento sono a -0,75, ma queste politiche non rispecchiano l'andamento dell'economia elvetica, che invece potrebbe permettersi tassi positivi. Tra l'altro nel 2015 l'economia svizzera è per la settima volta l'economia più competitiva al mondo nella classifica della Global Competitiveness.