Pentagono: più soldati USA in Europa - di Mario Lombardo

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Pentagono: più soldati USA in Europa - di Mario Lombardo

I vertici militari americani stanno progettando l’invio in Europa di migliaia di altri soldati, in aggiunta a quelli già presenti, in previsione di un futuro conflitto armato con la Russia. L’ipotesi è stata avanzata nel corso di una recente conferenza sulla sicurezza nazionale in California, durante la quale alcuni dei rappresentanti più autorevoli della macchina da guerra USA hanno dipinto ancora una volta Vladimir Putin e il suo governo come gli unici responsabili delle tensioni nel vecchio continente.
Protagonisti dell’evento, organizzato presso la Biblioteca Presidenziale Ronald Reagan di Simi Valley, nei pressi di Los Angeles, e di una successiva intervista al Wall Street Journal sono stati il comandante supremo delle forze NATO, generale Philip Breedlove, e il capo di Stato Maggiore dell’Esercito USA, generale Mark Milley.
Entrambi gli alti ufficiali hanno fatto a gara per dare una rappresentazione della realtà dei fatti in Europa completamente ribaltata, così da trasformare il destabilizzante interventismo diplomatico e militare americano in un impegno per la sicurezza e il mantenimento della pace.
Il Pentagono intende far fronte alla “minaccia” di Mosca aggiungendo almeno una brigata -composta da 3.500 uomini - alle due che già si trovano in pianta stabile sul territorio europeo, ovviamente dotata dei dovuti mezzi. Per aggirare gli ostacoli legali e le prevedibili reazioni russe, gli Stati Uniti dichiarerebbero le nuove truppe come “provvisorie”, utilizzando il consueto espediente della “rotazione” dei soldati per evitare, almeno ufficialmente, un dispiegamento a carattere permanente.
Una proposta sul nuovo contingente sarà predisposta non prima di due mesi e dovrà essere approvata dalla Casa Bianca ed eventualmente ottenere i necessari finanziamenti dal Congresso. Le parole di Breedlove e Milley nel fine settimana sono però servite ad aprire la strada all’iniziativa e a stabilire le basi sulle quali altri soldati USA potrebbero giungere a occupare le installazioni militari in Europa.
Intanto, a procedere già nelle prossime settimane dovrebbe essere la decisione di stabilire una forza NATO di reazione rapida in Europa orientale, sempre in funzione anti-russa, secondo il piano delineato in un vertice dell’alleanza tenuto a Varsavia lo scorso luglio.
Il generale Milley ha apertamente fatto riferimento alla necessità di far fronte alla “guerra ibrida” che caratterizzerebbe le operazioni russe in Crimea e in Ucraina orientale, vale a dire condotte da una combinazione di forze regolari e irregolari.
Ciò ha inevitabilmente riproposto la versione propagandata dall’Occidente sulla guerra in Ucraina, secondo la quale sarebbe la Russia l’aggressore, così che, di conseguenza, anche gli altri paesi dell’Europa orientale - a cominciare da quelli baltici - risultano esposti alla minacca di invasione o di attacco da parte di Mosca.
Per fronteggiare questo fantomatico scenario, i militari americani necessitano di una maggiore presenza in Europa, anche se essi stessi, in caso di esplosione di un conflitto, si aspettano “interferenze” da parte della Russia, a cominciare dalle stesse operazioni di trasferimento dei soldati da una sponda all’altra dell’Atlantico.
A spiegare la gravità della situazione, il generale Milley ha di fatto proposto di rispolverare un’esercitazione che veniva condotta durante la Guerra Fredda per fare appunto pratica nello spostare migliaia di uomini dall’America all’Europa.
Questa considerazione rispecchia le apprensioni del Pentagono per il grado di sofisticatezza raggiunto dalle forze armate russe, in particolare per quanto riguarda le cosiddette “anti-access, area denial forces”, cioè l’insieme dei sistemi difensivi di un determinato paese. Altri ufficiali americani hanno espresso invece preoccupazione per il trasferimento di sistemi missilistici nell’enclave russa di Kaliningrad, situata tra Polonia e Lituania, e la modernizzazione degli armamenti situati presso una base di Mosca in Bielorussia.
L’ipocrisia di simili dichiarazioni, pur essendo tutt’altro che insolita in relazione agli Stati Uniti, raggiunge livelli difficilmente immaginabili, visto che, nel caso specifico, l’apparato militare americano, responsabile di innumerevoli invasioni, aggressioni e devastazioni varie nell’ultimo mezzo secolo, dispone di qualcosa come 800 basi all’estero contro le poche decine mantenute da tutti gli altri paesi del pianeta combinati.
Sia Breedlove sia Milley hanno comunque messo in guardia dalla presunta tendenza a prestare attenzione esclusivamente all’intervento russo in Siria, poiché così facendo si rischierebbe di considerare come un fatto compiuto e ormai accettato l’annessione della Crimea. Infatti, secondo il generale, “un’aggressione rimasta senza risposte conduce probabilmente ad altre aggressioni”, nonostante la grandissima maggioranza della popolazione della Crimea avesse votato in un referendum a favore dell’unione con la Russia e, soprattutto, l’intera crisi ucraina sia stata orchestrata da Washington per strappare questo paese all’influenza di Mosca.
La stessa retorica anti-russa è stata proposta nel corso del forum di Simi Valley anche dal segretario alla Difesa, Ashton Carter. Il numero uno del Pentagono ha posto l’attenzione sull’aggressività russa, criticando poi il Cremlino sostanzialmente per una serie di atteggiamenti che caratterizzano piuttosto la politica estera degli Stati Uniti.
Tra l’altro, Carter ha accusato il governo del presidente Putin di “gettare benzina sul fuoco” del conflitto siriano e di agitare lo spettro della guerra nucleare. Un’altra accusa che il governo e i militari americani rivolgono con insistenza in questo periodo sia alla Russia per quanto riguarda il Medio Oriente e l’Europa, sia alla Cina nel teatro dell’Estremo Oriente, è poi quella di volere mettere a repentaglio la stabilità e l’ordine internazionale.
In realtà, proprio l’imperialismo americano è di gran lunga la vera forza destabilizzatrice del 21esimo secolo e l’ordine che i paesi emergenti starebbero minacciando non è altro che la declinante egemonia USA nelle aree strategicamente più importanti del globo. A questa dinamica, gli Stati Uniti non hanno da offrire alcuna contromossa di carattere progressista ma soltanto una pericolosissima escalation militare, rivolta oltretutto contro due potenze nucleari.

Fonte: www.altrenotizie.org

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