Le montagne di vita di Walter Bonatti - di Giancarlo Villa

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Le montagne di vita di Walter Bonatti - di Giancarlo Villa

Nell'esperienza e nella pratica estrema di Walter Bonatti “montagna” vuol dire essenzialmente emozioni forti, travolgenti. Perché ciò che a valle è scontato, reso banale dall'abbondanza, in alta montagna è una festa. È vita.

Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.
W. Bonatti

Parlare di Walter Bonatti vuol dire confrontarsi con un gigante.
Il “Re delle Alpi” nasce a Bergamo nel 1930, e ha il primo contatto con le scalate su roccia in maniera casuale, quasi per gioco, all’età relativamente avanzata di 18 anni. È subito un colpo di fulmine. Appena tre anni dopo il giovanissimo Bonatti ha già conquistato alcuni dei più prestigiosi quattromila alpini, spesso violando pareti vergini, e, appena ventitreenne, la sua fama è già sufficiente a valergli la partecipazione alla prima spedizione italiana nel Karakorum del 1954, quella che guadagnerà, prima nel mondo, la vetta del K2 (8609 mt.).

Tra i vari libri che Bonatti ha scritto sulle sue avventure, Montagne di una vitaè senz’altro quello colpisce di più di tutti per l’intensità delle sue pagine. Qui infatti l’autore non si limita a rendere conto delle sue scalate, ma, quasi prendendo per mano il lettore, gli permette di riviverle, di sentirsi legato alla sua stessa corda. Egli da prova di essere, oltre che un alpinista leggendario, anche uno splendido narratore: ad ogni pagina sembrano prendere vita le stesse creste ghiacciate, gli stessi pendii verticali che Bonatti ha dovuto affrontare in prima persona, ed è quasi un sollievo quando, chiudendo il testo, ci si ricorda improvvisamente di essere al sicuro nella propria casa.
Nell’esperienza e nella pratica estrema di Walter Bonatti “montagna” vuol dire essenzialmente emozioni forti, travolgenti. Molte delle quali tutt’altro che gratificanti. Che sia il disagio per uno scomodo bivacco sospeso nel vuoto sulle Dolomiti, o il dolore provocato dal gelo estremo a quote anche di 8000 metri, o la paura feroce nel non sentir più i propri arti, o ancora il perenne timore di chi sa che l’inaspettato avvicinarsi del maltempo, a certe altitudini, può avere conseguenze gravissime, Bonatti ci parla di un mondo duro e spesso ostile, con paesaggi lunari e fuori dal mondo, dove il cedimento di un chiodo, o una lastra di ghiaccio invisibile, possono trasformarsi ad ogni momento in una tragedia.

Ma allo stesso tempo, e forse anche grazie a questa continua lotta per la sopravvivenza, egli racconta di un mondo colmo di gioie totalizzanti e sensazioni altrove introvabili: come quella che lo coglie nel riveder spuntare il sole dopo una notte passata all’addiaccio a meno 40 gradi, o l’euforia nel rendersi conto di essere finalmente arrivato sulla stessa cima che fino al giorno prima sembrava irraggiungibile. Passando anche per la riscoperta del valore delle piccole cose, che, in alta quota, assumono ricchezza: una tazza di tè caldo, un paio di guanti nuovo, una risata, tutto diventa energia e positività per poter proseguire nell’impresa dell’uomo contro la nuda roccia.
Perché ciò che a valle è scontato, reso banale dall’abbondanza, in alta montagna è una festa. È vita.

Le avventure di Walter Bonatti sono le avventure di un uomo che ha deciso di mettersi alla prova con se stesso e con la montagna, che egli stesso ha definito come “una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano.”
Parole da cui emerge una certa amarezza rispetto al suo rapporto con gli altri esseri umani, in particolare con un certo tipo di alpinisti e di alpinismo (quello “moderno”). Un disagio che, come ci dice lui stesso, nasce proprio nel 1954, durante la nota spedizione sul K2, quando Bonatti fu letteralmente abbandonato dai suoi compagni (Lacedelli e Compagnoni, poi conquistatori della vetta) e dovette sopportare una terribile nottata all’aperto a quota 8100, rischiando la vita.
La lettura dell’opera di Walter Bonatti lascia davvero impressionati, sia per le esperienze che vi si trovano raccontate, davvero uniche nel loro genere, sia per la grande abilità letteraria di questo scalatore-scrittore, che riesce davvero a descriverci ogni passaggio alpinistico con gli stessi occhi lucidi e colmi di emozione che doveva avere nell’affrontarli in prima persona.

Che sia sulle pareti scoscese delle Alpi, sulle vette gelate dell’Himalaya o nelle desolazioni dell’Antartide, Bonatti ci regala un viaggio in alcuni dei luoghi più difficili e straordinari del pianeta, ed il suo Montagne di una vitava giustamente considerato tra i grandi classici della letteratura di viaggio del Novecento. Un resoconto, il suo, appassionato e lucido, e frutto di una vita straordinaria. La vita di chi si è lungamente interrogato sull’essere umano, sulle sue debolezze ed i suoi limiti, ma ha anche sperimentato sulla propria pelle la sua innata capacità di superarli.

Fonte: L'intellettuale dissidente

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