Ecco perché la Lega ha smesso di crescere - di Alessandro Catto

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Ecco perché la Lega ha smesso di crescere - di Alessandro Catto

E’ di pochi giorni fa un sondaggio di Datamedia, realizzato per il quotidiano “Il Tempo”, che vede la Lega Nord perdere terreno nei consensi elettorali; in particolare viene evidenziato un calo di 0,4 punti, con un quattordici percento poco esaltante per un partito che poteva ambire a tutt’altri traguardi.

Non è solamente la mera statistica, pur sempre variabile in sede elettorale, a dare l’idea di una stanchezza nei contenuti leghisti. Il messaggio salviniano pare essersi incartato già da un po’ e la colpa di questa inerzia e non è nemmeno addebitabile al solo segretario, il cui ruolo è sempre meno importante. La Lega paga per l’ennesima volta la scarsa volontà di autonomia politica rispetto agli altri centri di potere presenti nel panorama del centrodestra italiano.

La volontà di riunire a tutti i costi un cartello di convenienza in grado di assemblare Lega, Forza Italia, forse Fratelli d’Italia e magari anche il Nuovo Centro Destra è una formula stantia che non appaga il profondo desiderio di cambiamento insito in chi, pure recentemente, si era avvicinato al partito di Via Bellerio. Appare quantomeno fuori luogo il nuovo amore con Berlusconi, quando nei recenti governi di centrodestra la Lega ha sempre dovuto rintuzzare i suoi obiettivi rimanendo subalterna alle volontà di Berlusconi, che da parte sua è sempre stato molto abile ad usare gli alleati come serbatoi di voti e consensi per un progetto che lo portasse a riconfermarsi premier.

AN al Sud, il Carroccio al Nord, Forza Italia un po’ dappertutto. Una formula elettorale utile qualche tempo fa, ma utile solamente a Forza Italia. La Lega pare essersi fermata a quei tempi, nella volontà di abbandonare il Carroccio per salire su di un carrozzone, il tutto a vantaggio di alleati, o presunti tali, che stanno annaspando. Non è dato sapere quali siano i vantaggi, pure a breve termine, che la Lega otterrebbe in una nuova alleanza con i berlusconiani, ma è lapalissiano notare quanto il tutto possa andare a detrimento di un movimento che avrebbe potuto cogliere istanze nuove e non meramente riconducibili a un contenitore sostanzialmente liberal-conservatore.

Una Lega movimentista, pure nel senso pentastellato, che poteva diventare una forza ideologicamente diversa e capace di mutuare l’esperienza del Front National, distinguendosi da un panorama di piatta conservazione sistemica e dall’umiliante prospettiva di tornare nei vecchi ranghi, raccogliendo cifre molto più grandi e spendibili in maniera migliore in vista di futuri accordi. Fara’ bene Forza Italia ad uccidere il vitello grasso, riaccogliendo il prodigo Salvini, o meglio il preferito Maroni. Non c’è da stupirsi, invece, della freddezza con la quale i leghisti di vecchia o nuova generazione accolgono e accoglieranno questo nuovo dietrofront programmatico.

Il calo del partito del Nord sta soprattutto in questo. La Lega aveva superato la sua crisi e si era proiettata verso una crescita forte e consolidata anche grazie alla carica di rottura che poteva incarnare, rispetto ai suoi vecchi alleati e rispetto ad un centrodestra col quale sembrava volesse chiudere i conti. Che questa guerra a bassa intensità risuonasse un po’ come un tentativo di voler prendere tempo, rimandando alleanze e dialoghi al futuro, poteva già risultare ovvio ai più esperti. Appare ancora più ovvio, tuttavia, quanto sarebbe stato più intelligente aspettare ed evitare di aprire ad un accordo nazionale con Forza Italia a più di due anni dalle prossime elezioni.

Viene da chiedersi chi consigli le mosse leghiste, e chi effettivamente le metta in campo. Sappiamo benissimo che il vero architetto delle alleanze col centrodestra è Roberto Maroni. E appare altrettanto evidente come Salvini sia ormai un leader da vetrina, utile per le ospitate in tv e i discorsi su Facebook, naviganti anch’essi in un mare magnum di ripetitività, specie negli ultimi tempi. Dalle ruspe alle forze dell’ordine, dalla totale assenza di vedute di ampio respiro alla confusione in politica estera, dagli appoggi a Putin alla repulsione verso l’Islam nella sua totalità, utile solamente a confondere le acque in un mondo che sta tornando multipolare. Dalle manifestazioni con Casapound ad un ritorno a vecchi ruoli e a vecchie posizioni. Pure a livello retorico la Lega sta tornando a porsi come il braccio forte della caciara di destra, l’alleato popolareggiante da sagra di paese che ad Arcore si presenta in felpa, ma che ad Arcore continua inesorabilmente a presentarsi.

Nessuno si aspettava una Lega Nord da percentuali bulgare, ancor meno un carroccio rivoluzionario o capace di sovvertire ogni possibile schema di una Repubblica bisognosa di nuove energie. Sarebbe stato pretenzioso aspettarsi una Lega capace di far propri tutti i temi abbandonati dalla sinistra. Era meno pretenzioso pretendere un partito capace di imparare dagli errori commessi, capace di aspettare tempi più maturi per la costruzione delle alleanze, e capace di comprendere le volontà dell’elettorato italiano in questo preciso momento storico. Una ulteriore conferma che quel quattordici percento, più che un mero valore statistico è un limite culturale invalicabile, per un partito capace di essere una utilissima spalla, ma fisiologicamente impossibilitato a dotarsi di un proprio cervello.

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