Ecco cosa succede se Londra esce dall'Ue - di Loretta Napoleoni

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

La nuova sfida per Bruxelles dopo il Grexit
La nuova sfida per Bruxelles dopo il Grexit

Il primo ministro britannico David Cameron ha deciso di dettare le regole. Non sarà "Brexit", cioè uscita dall'Unione Europea, se verranno accolte quattro proposte della Gran Bretagna. Cameron lo ha scritto martedì scorso al presidente Ue, Donald Tusk. Una mossa che pone le basi di un confronto in vista del referendum sulla eventuale uscita, o sulla permamenza, della Gran Bretagna nell'Unione europea. Dalle risposte di Bruxelles, lasciano intendere i propositi affiorati a Downing Street, dipenderà per gran parte il no o il sì, cioè una possibile indicazione di voto da parte di Cameron e dei suoi alleati.
Londra, come prima richiesta, vuole ritagliarsi uno spazio speciale a Bruxelles. E invoca la possibilità, il diritto affinché i "parlamenti nazionali" possano "fermare" norme comunitarie sgradite. Come seconda richiesta Cameron sollecita garanzie per la sterlina, in modo che la moneta nazionale possa godere delle analoghe condizioni di cui beneficerà l'euro. Anche quando i Paesi dell'eurozona si saranno integrati ulteriormente. Terzo punto: più diritti per gli Stati che non appartengono alla zona euro, rafforzando le loro relazioni economiche e commerciali. Nel quarto punto, il più delicato e controverso, Cameron rilancia la questione dell'immigrazione. E, soprattutto, l'accesso al welfare. Londra vuole che passino quattro anni prima del pieno accesso ai benefici e sussidi dello stato sociale per un cittadino non inglese. Che accadrà, ora? Tutti gli scenari sono aperti.
Dopo il Grexit, l'uscita della Grecia da Eurolandia, ecco profilarsi all'orizzonte il Brexit, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. Nessuno ha idea quale potrebbe essere il modello alternativo all'appartenenza all'Ue. C'è chi suggerisce uno status simile a quello che la Norvegia o la Svizzera hanno nei confronti di Bruxelles. Chi invece addirittura guarda agli Stati Uniti, sognando accordi commerciali simili al Nafta, North American Free Trade Agreement, che lega commercialmente Usa, Messico e Canada. Chi, infine, sogna di tornare agli anni Cinquanta, il dopoguerra, un periodo di crescita economica sostenuta dalla ricostruzione. Fino a quando non verrà decisa la data del referendum è difficile che i vari schieramenti mettano le carte in tavola.
Che cosa implica esattamente il Brexit e cosa chiederà al suo popolo Cameron?
Ad innescare il processo di uscita dall'Unione sarà un referendum promesso da David Cameron durante la sua ultima campagna elettorale. La popolazione del Regno Unito dovrà decidere se rimanere o meno nell'Ue. Una domanda secca, insomma.
Non è la prima volta che il Regno Unito vota su questi temi, quali i precedenti?
Nel 1975 si votò sulla continuazione dell'appartenenza all'Unione economica europea. Il sì vinse con una grande maggioranza, il 67 per cento. A sostenere la campagna del sì fu il partito laburista, anche se molti suoi membri erano contrari. Il primo ministro Harold Wilson definì storica la vittoria del sì.
Dopo la mossa di David cameron Quali sono le differenze con il Grexit?
Praticamente nessuna. Anche per il Grexit l'idea era di uscire dall'euro con un referendum. Nel 2011 l'allora primo ministro Papandreou lo propose, ma poi non non si fece perché mancò la maggioranza in parlamento per indirlo. Ai greci invece nel 2015 è stata posta una domanda diversa, se accettare o meno la politica di austerità imposta da Bruxelles.
Tra il sì e il no, quali sono nel regno unito gli schieramenti Che appoggiano il Brexit?
Ancora non è ben chiaro. Sicuramente gran parte degli euroscettici, quel gruppo di parlamentari che hanno sempre criticato l'unione monetaria e con gli anni sono diventati più radicali, fino ad appoggiare l'idea dell'uscita dall'Unione. In prima fila c'è l'Uk Independence Party (Ukip), il partito ultra conservatore nato nel 1991 per opporsi alla partecipazione del Regno Unito nell'Ue.
Che cosa è Vote Leave, come funziona la "piattaforma" di partiti?
Il nome della campagna per l'uscita dall'Unione, letteralmente vuol dire Vota l'Uscita. È una piattaforma trasversale ai vari partiti che si è impegnata ad esporre gli abusi di Bruxelles in tutti i modi. Questa settimana, ad esempio, durante un discorso di Cameron alla Cbi, l'associazione degli industriali, due giovani imprenditori si sono alzati ed hanno esposto un manifesto con la scritta Cbi=Voce di Bruxelles. È chiaro che si vuole denunciare la collusione dell'establishment con l'Unione europea per convincere i meno abbienti a votare no. Ma è anche vero che molti piccoli e medi imprenditori non vedono di buon occhio le imposizioni e le regole di Bruxelles.
Quindi a sostenere l'uscita non sono solo le classi popolari?
Anche l'insoddisfazione nei confronti dell'Unione europea è decisamente trasversale. Persino nella City di Londra, ad esempio, cuore della finanza, che rappresenta un buon 14 per cento del Pil britannico, è possibile imbattersi nei sostenitori del Brexit.
Il Partito Conservatore di Cameron ha già deciso di appoggiare il Brexit?
Sono stati i Tory di Cameron a proporre e promettere il referendum, quindi sicuramente c'è chi appoggia il Brexit. Ma per ora sono pochi coloro che hanno espresso la loro opinione. Tra questi le punte di diamante sono Steve Baker, leader del gruppo Conservatori per la Gran Bretagna, e Jacob Rees-Mogg, altro agguerritissimo parlamentare che ha accusato pubblicamente Cameron di non sapere cosa fare col referendum.
Perchè il premier ha promesso il referendum e che rischi implica?
Sono stati fattori esterni a spingerlo a farlo. Nel 2013 l'Ukip registrò un grosso aumento di popolarità nell'elettorato, a quel punto Cameron intuì che l'idea di un referendum avrebbe prodotto molti voti per la sua campagna elettorale.
Chi sono le figure politiche di spicco che apertamente appoggiano il Brexit?
A parte gente come Nigel Farage, fondatore di Ukip, nessuno dei nomi di spicco del partito Conservatore o Laburista ha espresso la propria opinione. Il Brexit è un tema estremamente politico, quindi fino all'ultimo momento tutti rimarranno alla finestra. Tuttavia sembra che Boris Johnson, sindaco di Londra ed uno dei contendenti per la guida del partito conservatore dopo Cameron, abbia espresso interesse a guidare il partito del Brexit.
Che impatto avrebbe sulla campagna elettorale il sindaco di Londra?
Sicuramente se a guidare la campagna per l'uscita dall'Unione fosse un personaggio come Boris Johnson, popolarissimo, allora l'impatto sarebbe visibile. Ciò non significa che questo basterebbe a far vincere il no all'Unione, ma aiuterebbe molto. Come nel 1975 il peso del governo sull'esito del referendum sarà importante. Certo una vittoria del no avrebbe un effetto positivo per la candidatura del sindaco Johnson a futuro primo ministro. Se invece vincesse il sì all'Unione allora la carriera di Johnson potrebbe finire. Il voto è estremamente politico e questo spiega perché nessuno si sia ancora pronunciato, tutti aspettano l'ultimo momento quando avranno in mano le proiezioni elettorali.
Perché ancora non è stato indetto il referendum?
David Cameron sta prendendo tempo. È chiaro che la mossa elettorale di promettere un referendum ha funzionato, e infatti Cameron è stato rieletto, ma adesso si cerca di posporne la data il più possibile per poter negoziare con Bruxelles condizioni migliori per il Regno Unito.
Quindi la minaccia del Brexit è un'arma nelle mani di Cameron?
Certamente. Sotto questo punto di vista la decisione di indire il referendum è stata presa anche tenendo conto delle relazioni con Bruxelles. Il Regno Unito ha sempre condotto una politica indipendente all'interno dell'Unione, ma dal 2010, dallo scoppio della crisi del debito sovrano, si è verificata un'accelerazione nel processo di integrazione. Cameron vuole assicurarsi che questo non riduca il potere decisionale di Londra.
L'Unione Europea teme il Brexit e come si comporterà con londra?
Sicuramente! L'uscita della Gran Bretagna rischia di polverizzare il progetto europeo. Sarebbe infatti un precedente disastroso per l'immagine di coesione dell'Unione, altre nazioni potrebbero essere ispirate ad indire referendum simili. In più si tratterebbe di una decisione presa dalla popolazione, quindi espressione della sovranità nazionale di uno dei Paesi membri. Questo infine basterebbe a frenare il processo di integrazione politica dell'Unione europea.
Quali sono i temi che si stanno negoziando oggi a Bruxelles sullo sfondo del Brexit?
Li ha elencati Cameron questa settimana: rendere l'Europa più competitiva, escludere il Regno Unito dal processo di integrazione politica, dare più poteri ai parlamenti nazionali e proteggere i diritti delle nazioni che non hanno aderito all'Eurozona. A questi temi va aggiunto quello più spinoso delle migrazioni.
perché devono passare quattro anni prima di dare agli stranieri gli aiuti sociali?
Per il Regno Unito che non ha aderito a Schengen il problema dei profughi è limitato. La politica, in ogni caso, è di respingimento dell'emigrazione illegale. Diverso è il discorso per l'emigrazione dall'area dell'Unione europea. Cameron aveva proposto di escludere dai benefici sociali per i primi quattro anni di residenza i migranti dell'Unione europea, ma questa settimana ha ammesso che è disposto a rivedere tale proposta se un'alternativa migliore viene formulata. In altre parole se l'Unione è disposta a farsi carico di parte della spesa.
Quali sono le lamentele di Londra verso l'unione europea?
Insieme alla Germania e alla Francia, il Regno Unito è un contribuente netto dell'Unione Europea. Ciò significa che paga più di quanto riceve. Nel 2008 ha pagato 2,7 miliardi di sterline, ma nel 2013 questa cifra è salita a 11,3 miliardi. Se a questo aggiungiamo la massiccia migrazione di forza dagli ex Paesi dell'est nel sud dell'Inghilterra che fa concorrenza a quella locale, è facile capire perché gli euroscettici stiano aumentando.

Fonte: http://www.caffe.ch/stories/mondo/52468_ecco_cosa_succede_se_londra_esce_dallue/

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