Banca Marche, Etruria, Cari Ferrara: chi paga il conto del salvataggio ( Seconda parte)

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Banca Marche, Etruria, Cari Ferrara: chi paga il conto del salvataggio ( Seconda parte)

CHI PAGA IL CONTO “Si tratta dunque di un’operazione complessa, che utilizza le nuove procedure della direttiva europea da poco recepita in Italia e che non impiega nel salvataggio soldi pubblici”, scrive il Corriere della Sera. A pagare – con l’azzeramento del capitale eroso dalle perdite e la svalutazione delle sofferenze sono solo...

gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati mentre ad assicurare la liquidità necessaria è lo stesso sistema creditizio. “E’ stato quindi evitato il ricorso al bail-in, la regola del salvataggio interno che entrerà in vigore il 1 gennaio assieme all’intero schema del meccanismo di risoluzione unico delle crisi, che chiama a sopportare i costi del salvataggio anche gli altri obbligazionisti ed i depositanti con più di 100 milioni”, ha aggiunto il Corriere della Sera.

COSA FA INTESA

La partecipazione al salvataggio dei quattro istituti italiani in crisi costerà a Intesa Sanpaolo 475 milioni di euro. E’ quanto ha comunicato in una nota l’istituto guidato da Carlo Messina. La banca finanzierà il fondo di risoluzione con 1,33 miliardi di euro di prestiti. Anzitutto Intesa Sanpaolo erogherà a favore del fondo di risoluzione – incaricato di salvare Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti – un finanziamento da circa 780 milioni di euro, corrispondente alla quota di pertinenza di un finanziamento complessivo di 2.350 milioni di euro, che verrà rimborsato a dicembre 2015 con i contributi che saranno stati versati al fondo dal sistema bancario italiano. Al fondo di risoluzione verrà concesso un secondo finanziamento da 550 milioni, pari alla quota di pertinenza di un finanziamento da 1.650 milioni, con scadenza a 18 mesi meno un giorno, a fronte del quale la Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo. Quanto agli oneri del salvataggio, includono un contributo straordinario al Fondo pari a circa 380 milioni di euro ante imposte, che impatteranno sul conto economico del quarto trimestre, in aggiunta ai circa 95 milioni relativi al contributo ordinario per il 2015 già spesati nel primo semestre dell’anno.

LA RICOSTRUZIONE DI REPUBBLICA

Ha scritto oggi il quotidiano la Repubblica: “Prima i fallimenti dei tentativi dei quattro commissari di vendere o far aggregare le banche in crisi, e poi negli ultimi giorni i ripetuti no di Bruxelles ai piani prospettati da Roma, hanno costretto a una corsa disperata contro il tempo: il bail-in sarebbe stato un colpo terribile alla fiducia nel sistema bancario, proprio ora che la raccolta torna a crescere. Certo il decreto di recepimento della direttiva europea non poteva non prevedere il bail-in, ma l’entrata in vigore di quest’ultimo tassello delle nuove procedure di risoluzione è fissata all’1 gennaio 2016, mentre il resto è operativo immediatamente. In pochi giorni, anzi in poche ore, il coordinamento di governo, con in prima linea il ministero dell’Economia, Banca d’Italia, Consob e banche italiane (a cominciare da quelle che anticiperanno le risorse per il salvataggio, Intesa, Unicredit e Ubi) ha permesso di arrivare alla conclusione annunciata ieri sera dal Consiglio dei ministri”.

IL COMMENTO DEL CORRIERE

Ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi: “Il piano iniziale prevedeva l’uso del Fondo di garanzia – risorse private delle stesse banche – per ricapitalizzare le quattro aziende. Poiché la regia sarebbe stata della Banca d’Italia, la Commissione Ue ha deciso che era un aiuto di Stato; in base alle regole europee diventava possibile solo se gli obbligazionisti dei quattro istituti avessero accettato perdite per alleviare la situazione delle aziende e ridurre l’aiuto «di Stato» (virgolette d’obbligo).

Per evitare che questo precedente trasmettesse uno choc all’intero sistema, si è passati al piano di riserva: veniva meno la regia della Banca d’Italia, dunque l’aiuto di Stato. Toccava a 208 istituti italiani versare volontariamente ciascuno la propria parte del capitale per il salvataggio. È qui che il sistema ha funzionato peggio. Le grandi banche hanno accettato per evitare che la liquidazione di quattro istituti scaricasse potenzialmente il contagio su altri. Molti dei piccoli banchieri invece hanno preferito passare la mano, non rischiare contestazioni dei soci e abbandonare i quattro istituti al loro destino. Erano convinti che la liquidità della Bce li avrebbe tenuti al riparo dall’onda d’urto. Ciascuno ha badato al proprio particolare.

Così si è arrivati a ieri. Se il parlamento avesse fatto entrare in vigore l’attuazione delle norme europee di salvataggio a inizio anno, anziché la scorsa settimana, ci si sarebbe arrivati prima e sarebbe costato centinaia di milioni o alcuni miliardi in meno. I ritardi hanno lasciato quegli istituti a dissanguarsi e ora servirà più capitale.

Alla fine i correntisti sono protetti in pieno, gli obbligazionisti ordinari anche. Azionisti e obbligazionisti subordinati, più a rischio, perdono oltre 700 milioni di euro. Presto qualcuno dirà che il governo punisce i risparmiatori, ma di fatto quelle somme non esistevano già più, erano azzerate nelle perdite delle banche. Piaccia o no, in Europa funziona così”.

Fonte: Formiche.net

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