Perché l’FMI ha paura?

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Lo scoppio della bolla del debito privato delle società dei Paesi emergenti provocherebbe una nuova crisi finanziaria
Lo scoppio della bolla del debito privato delle società dei Paesi emergenti provocherebbe una nuova crisi finanziaria

Non è solo e non tanto l’entrata in Siria della Russia di Putin che ha sparigliato le carte della crisi del Vicino Oriente e ha messo a nudo le debolezze della strategia americana nella regione, ma l’ormai sempre più evidente percezione delle deficienze di un sistema monetario e finanziario internazionale basato sul dollaro che mettono in evidenza le chiare difficoltà degli Stati Uniti di continuare ad esercitare il ruolo di unica superpotenza mondiale. Come sottolinea un articolo speciale apparso nell’ultimo numero della rivista britannica “The Economist”, paradossalmente il ruolo internazionale del dollaro come strumento di pagamento e di riserva di valore rimane incontrastato, ma questo primato è fonte di gravi squilibri e soprattutto non può essere utilizzato, come è spesso accaduto in passato, quale strumento che rafforza realmente il potere americano. Paradossalmente la globalizzazione, fortemente voluta da Washington, ha esaltato il potere politico e finanziario statunitense, ma lo ha contemporaneamente reso più fragile. Ma procediamo con ordine.

In questi giorni si tiene in Perù la riunione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Al centro delle discussioni le difficoltà dei Paesi emergenti che hanno già spinto l’FMI a ridurre le previsioni di crescita dell’economia mondiale e la banca centrale statunitense a rinviare la normalizzazione dei tassi di interesse americani. A preoccupare non è tanto il fatto che il Brasile e la Russia sono in recessione, che Turchia, Indonesia, Malesia ed altri sono in difficoltà e che la crescita cinese sta rallentando brutalmente, ma il debito contratto da molte società dei Paesi emergenti che è denominato in dollari. Infatti negli anni scorsi, caratterizzati dal denaro facile e a costo di poco superiore allo zero, le aziende di questi Paesi hanno fortemente fatto ricorso a prestiti internazionali. Si stima che il totale ammonti a 23'700 miliardi di dollari, ossia circa il 90% del PIL dei Paesi emergenti. Dunque dopo la bolla delle dot.com scoppiata nel 2000 e quella dei mutui subprime scoppiata nel 2008 si teme ora lo scoppio della bolla del debito privato (non pubblico) elargito alle società dei Paesi emergenti. Questo timore è rafforzato dalle loro difficoltà economica e dal deflusso netto dei capitali da questi Paesi, quest’anno ha toccato i 540 miliardi di dollari. Finora questa fuga dei capitali non ha creato grandi problemi, poiché negli ultimi anni le riserve in valuta estera detenute dalle banche centrali di questi Paesi sono notevolmente aumentate, ma ora vi è il timore dell’avviarsi di una serie di insolvenze delle società di questi Paesi, cui si dovranno sommare quelle delle società (anche occidentali) attive nel settore petrolifero e minerario, crea una nuova crisi finanziaria.

Infatti questi prestiti sono stati erogati dalle grandi banche internazionali (e spesso da Wall Street). Quindi una serie di fallimenti metterebbe a dura prova i bilanci delle grandi banche e provocherebbe un’ondata di panico simile a quella del 2008. Ma c’è di più. Già oggi questo deflusso di capitali dai Paesi emergenti e lo scioglimento delle riserve valutarie dei grandi Paesi produttori di petrolio si traducono concretamente nella vendita da parte delle banche centrali di obbligazioni denominate in dollari da loro detenute. Quindi, se il processo dovesse ingrossarsi la massiccia vendita di obbligazioni in dollari (spesso titoli del Tesoro americano) farebbe cadere i prezzi di queste obbligazioni ed aumentare i tassi di interesse. Questi movimenti potrebbero essere anche molto violenti e mandare in crisi una ripresa americana che si fonda su una stabilizzazione del mercato immobiliare conquistata grazie al basso costo del denaro e a un aumento dell’indebitamento delle famiglie che è il motivo principe dell’impennata delle vendite di automobili negli Stati Uniti. Infatti la ripresa americana è una grande operazione di propaganda, una specie di miraggio, come dimostra il fatto che il reddito reale mediano delle famiglie americane è ancora oggi inferiore a quello del 2008.

Dunque, la Federal Reserve non ha aumentato i tassi perché teme una nuova crisi finanziaria. Non solo non li ha aumentati, ma molto probabilmente non li aumenterà nemmeno nei prossimi mesi. E’ invece probabile che la Federal Reserve sia costretta nei prossimi mesi a riprendere a stampare dollari con un nuovo programma di Quantitative Easing per rilanciare un’economia a stelle e strisce in chiaro rallentamento e per cercare di evitare l’esplosione della bolla del debito privato dei Paesi emergenti. Tutto ciò nonostante sia sempre più chiaro che gli effetti positivi della continua stampa di moneta diminuiscono sempre più, mentre aumentano i rischi. Insomma, da cerotto a cerotto per sostenere un sistema finanziario che fa acqua da tutte le parti.

Tutti questi problemi dipendono da un sistema monetario internazionale basato sul dollaro che non riesce a reggere più i cambiamenti di peso relativo delle diverse economie e che soprattutto non riesce a governare i processi messi in moto proprio dalla globalizzazione e dalla sempre maggiore finanziarizzazione dell’economia volute da Washington. Queste ultime richiedono un sistema che risolva gli inevitabili squilibri (surplus o deficit) dei diversi Paesi e che sappia governare i movimenti dei capitali che hanno dimensioni sempre maggiori. Questi compiti non possono essere assolti da un sistema fondato sul dollaro che nonostante le apparenze sta sempre più boccheggiando. Prima si riuscirà a riformare questo sistema, meglio è per tutti. Ma i tempi saranno lunghi, poiché gli Stati Uniti sono perfettamente consapevoli che la perdita del ruolo internazionale del dollaro segnerebbe l’inizio della fine della superpotenza americana.

Alfonso Tuor

Fonte: www.ticinonews.ch

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