Pecore in erba e… critici pecoroni - di Giovanni Di Martino

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Pecore in erba e… critici pecoroni - di Giovanni Di Martino

La nuova Miss Italia è una bella ragazzona della provincia di Viterbo balzata agli onori delle cronache per una pesante gaffe storica fatta in pieno concorso. Pensando al baratro senza fondo in cui è precipitata la scuola italiana verrebbe da dire che qualunque gaffe per una ragazza nata nel 1996 è ampiamente scusabile (se non ti insegnano niente è ovvio che non sai niente), tuttavia è interessante analizzare la gaffe per forma e contenuti. Che avrà mai detto di così grave? Avrà mica detto “Romolo e Remolo” come Berlusconi? Molto peggio! Avrà mica detto di voler andare a trovare il padre dei fratelli Cervi, come Berlusconi? Molto peggio! Avrà mica detto che il pensiero di Schiller è stato contaminato dal provvidenzialismo di Hegel, come Barbara Spinelli? (nota per chi ha studiato dopo il ’68: Schiller è morto prima che Hegel pubblicasse la sua prima opera) Molto peggio!

Alla domanda idiota “in che periodo storico avresti voluto vivere?”, anziché rispondere in modo altrettanto idiota ed indolore “nell’era dei dinosauri”, ha risposto in modo chiaro e semplice: a Roma nel 1942. Alla controdomanda stupita del giudice Claudio Amendola “perché?”, ha risposto “per vedere come si viveva nella seconda guerra mondiale di cui si è tanto parlato e scritto”.

Da qui il terremoto, diviso in due fasi. La prima di stigmatizzazione totale e assoluta (come assoluto è il male del quale si è visto un riferimento) della frase, con vesti stracciate da chiunque, fotomontaggi della ragazza davanti al cancello di Auschwitz o seduta nella Mercedes scoperta tra Hitler e Mussolini per le strade di Monaco. La prima fase ha avuto un finale purificatorio con una punizione esemplare tipo Fantozzi che deve recitare la Corazzata Potemkin: la ragazza viene portata a Sant’Anna di Stazzema (che non c’entra un cazzo con Roma del 1942) e viene fatta spontaneamente commuovere.

La seconda fase è in corso ed è ecumenica, con la ragazza ravveduta e perdonata che viene portata nelle trasmissioni di prima serata ed ammette di avere sbagliato, con la preoccupazione di chi rischia di vedersi accostata ad Hitler per il resto dei suoi giorni. E i giornalisti televisivi che la rincuorano dicendo: sei giovane, alla tua età ci sta che tu non sappia che cosa dici.

Potendo scegliere, all’Italia del 2015 dopo Cristo, preferirei vivere nella Roma del 202 avanti Cristo. Un po’ per godermi qualche vittoria militare di cui tanto si è parlato e scritto, e un po’ per non dover vedere e sentire episodi allucinanti come quello che ho ricordato. Ma la Roma del 1942 non mi dispiacerebbe affatto. Se usassi i social network lancerei un tweet, come fa Renzi: #ioavreivolutovivereaRomanel1942. Anzitutto per godermi qualche vittoria sportiva, tipo lo scudetto della Roma, di cui tanto si è parlato e scritto. L’ultimo vinto giocando con il metodo, perché nel ‘42-‘43 inizia l’era del Grande Torino e si passerà per sempre al sistema. E poi per vedere dal vivo il grande teatro di rivista di Totò, Macario, Wanda Osiris. O per vedere al cinema l’esordio di Aldo Fabrizi. Tanto per dirne alcune. Roma nel 1942 è al punto di non ritorno. Saltata la mega esposizione universale a causa della guerra, vive in attesa dell’inevitabile vittoria, senza sapere ancora che la guerra è da un bel po’ di mesi perduta. Nel 1942 a Roma la guerra la capisci eccome, anche se non ci sono bombardamenti e la prima linea è ancora lontana. La chiave è il passaggio dal metodo al sistema, dal calcio europeo a quello britannico: la guerra ha portato via per sempre il centromediano ed ha allargato i terzini. Miss Italia ha scelto bene, non poteva dare risposta migliore.

Ma la risposta migliore dell’ultimo trentennio continua a pesare come un macigno sulla povera ragazza, e viene citata come esempio di antisemitismo latente in escalation dal sempre attendibile L’Espresso, in una intervista ad Alberto Caviglia, regista in erba del lungometraggio Pecore in erba, premiato sulla fiducia alla Mostra del cinema di Venezia.

Pecore in erba è un mockumentary, termine tecnico per indicare il finto documentario girato come se fosse vero (spesso anche con personaggi pubblici che interpretano se stessi intervistati, come in questo caso), ma riferendosi a fatti inventati. Qui il film inizia con la scomparsa di un ragazzo di Trastevere, eroe della battaglia per la libera espressione dell’antisemitismo, e la ricostruzione giornalistica della sua vita attraverso le interviste alla gente comune e non, tutti concordi nel ritenerlo una bandiera dei diritti civili. Gli intervistati parlano con naturalezza tutti da antisemiti, come se l’antisemitismo fosse un valore (con tanto di citazione chapliniana del barbiere del quartiere coi baffi a spazzole). Il paradosso quindi, per sensibilizzare (come se ce ne fosse bisogno) l’opinione pubblica su un tema essenziale, attraverso l’arma dell’ironia.

Un tema per la prima volta affrontato con la satira”, ecco la vera novità, come spiega lo stesso regista da Venezia, ignorando che uno dei pilastri dell’umorismo yiddish, dai fratelli Marx a Moni Ovadia, è proprio l’autoironia e nulla è più paradossalmente antisemita delle stesse barzellette ebraiche.

Quindi la novità ce la siamo giocata.

Neanche il mockumentary è una novità: malgrado i critici si spellino le mani a scrivere che Caviglia sia un innovatore anche dal punto di vista della forma, si ignora, o si finge di ignorare che in Italia abbiamo nell’abruzzese Maccio Capatonda uno dei massimi mockumentaristi viventi (oltre tutto in onda tutti i giorni con il falso telegiornale “Mario”). I finti film e finti trailer di Maccio svelano l’Italia per quello che è, ossia una società di dementi, anziché di antisemiti. Quello è il vero problema su cui sensibilizzare il pubblico.

E anche la confezione non è nulla di originale.

Affrontando il film, per tecnica e contenuti, non si capisce poi bene in che cosa consista il coraggio che la critica gli attribuisce. L’antisemitismo nell’Italia del 2015 non è un problema. Non è una piaga. Non ha dei seguaci. Non ha degli adepti. Per il semplice fatto che è una cosa che non interessa a nessuno. Come tutto quanto il resto. Oggi non interessa più niente a nessuno e l’antisemitismo non fa eccezione. È roba vecchia, superata, non c’è nessuno da sensibilizzare. L’antisemitismo è roba della Russia zarista, della Francia dell’Ottocento e soprattutto del Settecento, degli Stati Pontifici. Fingere che sia una piaga della nostra epoca è cosa estremamente sleale, a fronte degli effettivi problemi che ci sono (quelli sì ammantati da odio e pregiudizio). Fingere preoccupazione perché allo stadio si sente dare dell’ “ebreo” all’avversario è follia. Oltre agli ebrei dovrebbero preoccuparsi i ciccioni, i cornuti e i figli di mignotta, eppure non se ne preoccupano. Sarà pure sgradevole o di cattivo gusto, ma durante i novanta minuti si sentono cose ben peggiori. E un gruppo di ultras che grida “vinca il migliore!” è agghiacciante, non lo si immagina neppure in Giappone. Eppure è verso quello che si va.

Il mockumentary premiato è ambientato nel 2006, giusto per poter mettere anche una immagine di Ratzinger dal balcone che elogia il ragazzo antisemita. E qui la slealtà da implicita diventa esplicita: ed è pure troppo facile. Se è stato un abominio assurdo per secoli accusare gli ebrei di ogni parte del mondo di deicidio, allora bisognerebbe smetterla con la storia di Ratzinger nazista: senza neanche entrare nel merito della questione, perché non è questo il punto. Ratzinger ha venti anni quando gli piovono le bombe in testa dal cielo e che fa? La cosa più naturale: si arruola nella contraerea per proteggere casa sua. Questo naturalissimo fatto è stata la scusa per subire lui sì ogni sorta di pregiudizi ed accuse, non sempre e solo latenti, che nemmeno la storica visita alla sinagoga di Roma del 2010 (con tanto di filippica anti arco di Tito da parte di chi lo riceveva) ha mai veramente placato.

Tornando al film dal punto di vista tecnico, il risultato, dietro la scorza di simpatia che si tenta di ispirare, è molto modesto. Certo, dato il tema trattato, si capisce come non ci siano state voci fuori dal coro nel riconoscere che non si tratti di un bel lavoro, visto che a parlar male di un film che stimola a non abbassare la guardia sull’antisemitismo si rischia ovviamente di essere additati come antisemiti. Però proprio perché l’Italia ha una tradizione cinematografica aurea, la critica serrata a questo film si impone da sé: in Italia di film sull’antisemitismo ne sono stati girati tanti. Alcuni sono dei capolavori come Gli occhiali d’oro o Concorrenza sleale. Altri hanno addirittura vinto l’oscar, come Il giardino dei Finzi Contini. Quelli sono film ben fatti, come stile, come interpretazione, come delicatezza narrativa.

Il mockumentary premiato a Venezia fallisce infine anche sul piano del confronto a distanza con un modello vincente. Come già La vita è bella sfigura nel confronto cercato con Il grande dittatore di Chaplin (e solo il critico di Ciak Stefano Disegni ebbe l’onestà intellettuale di scrivere che si trattava di una porcheria), così Pecore in erba sfigura nel confronto con lo Zelig di Woody Allen. Nel cinema, come nella storia, vale l’assunto di Marx: la seconda volta è farsa.

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