Obama: il tramonto di un leader in un’intervista - di Giampaolo Rossi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Obama: il tramonto di un leader in un’intervista - di Giampaolo Rossi

PRIGIONIERO DI UN SOGNO
Qualche giorno fa, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato ospite della trasmissione “60 Minutes”, uno dei format giornalistici più famosi e longevi nella storia della televisione americana.
Ingrigito non solo nel colore dei capelli, è apparso un leader, stanco, triste (a volte anche rabbioso), imprigionato dentro una malinconia che avvolge il termine del suo mandato.
L’uomo convinto e convincente che ha fatto sognare l’America e il mondo, che ha acceso l’entusiasmo delle masse e degli intellettuali al continuo inseguimento di sogni perduti, ora sembrava un uomo spento.
L’America si appresta a voltare pagina su una leadership che ha fallito non solo per responsabilità proprie, quanto per il peso che il mondo intero gli ha caricato sulle spalle; un peso di speranze irrealizzabili fuori dal necessario realismo che deve animare il capo della più grande democrazia del mondo.
Obama è rimasto prigioniero del suo stesso sogno e di quello che altri gli hanno sognato addosso.

IMBARAZZO SIRIA
Steve Kroft, l’intervistatore, una vecchia volpe del giornalismo Usa che in un’altra intervista del 2013 era stato accusato di essere troppo accondiscendente con il Presidente (allora all’apice del suo consenso), questa volta (che Obama è al punto più basso di popolarità) è sembrato essere impietoso; soprattutto quando hanno parlato della Siria e del fallimento della strategia americana.

Kroft ha incalzato Obama sulla famosa questione del programma di addestramento dei ribelli anti-Assad costato oltre mezzo miliardo di dollari l’anno e che doveva produrre 5000 combattenti addestrati e armati e ne ha prodotti circa 40 di cui 35 già fuori combattimento; un programma che rappresenta il più grande fallimento nella storia militare americana (ne abbiamo parlato qui).
Obama ha dichiarato che lui era “scettico” di creare questa sorta di “esercito per delega (proxy army)” interno alla Siria.
La replica di Kroft è impietosa: “Ma se lei era scettico sul programma, perché lo ha approvato?”
La risposta di Obama è sorprendente: “beh, perché parte di ciò che dobbiamo fare in Siria è provare cose diverse“; e ancora “in una situazione volatile e con così tanti giocatori come in Siria, non ci sono proiettili d’argento” (espressione per definire soluzioni uniche e definitive).

Sono lontani i tempi di quando un agguerrito Obama denunciava le “Dumb Wars” le guerre stupide di Bush salvo poi gettare l’Occidente nella guerra più stupida degli ultimi decenni: quella contro la Libia di Gheddafi (che a onor del vero, ed è un’aggravante, lui subì).
E Obama dimentica anche che nel 2013, se non fosse stato per l’opposizione della Russia in sede Onu e per il clamoroso voto contrario del Parlamento britannico che negò a Cameron l’autorizzazione a seguire l’America in guerra contro Assad, oggi noi avremmo la Siria trasformata in una nuova Libia ma nelle mani dell’Isis.

Obama ha anche ammesso che gli Usa erano a conoscenza di un possibile intervento russo in Siria ma non è vero: l’America è rimasta totalmente spiazzata dalla velocità e dall’efficienza della discesa in campo di Mosca; lo dichiarò settimane fa l’Ammiraglio Brett Heimbigner (capo dei servizi di spionaggio del Norad) all’ Intelligence and National Security Summit di Washington.

AMERICA-RUSSIA: LA LEADERSHIP CONTESA
Ma soprattutto ciò che ha irritato Obama sono state le domande sulla leadership contesa con Putin; è evidente che quello che imbarazza gli Stati Uniti sono i risultati che il Presidente russo sta ottenendo sul campo (con l’arretramento, in poche settimane dell’Isis) e sul piano di immagine internazionale, come l’unico leader determinato a combattere l’islamismo e a difendere i suoi alleati arabi. Quest’ultimo aspetto non è secondario nella percezione mediorientale, lo ha spiegato tempo fa il Wall Street Journal: l’America di Obama è quella che ha abbandonato al loro destino alleati storici e fedeli degli Usa (come Mubarak), o sacrificato la sicurezza di Israele dopo l’accordo con l’Iran. La Russia di Putin appare invece come un paese leale che non esita a scendere in campo per difendere i suoi alleati (come sta facendo con la Siria di Assad).

L’America deve interrogarsi sul perché di questo suo declino. Il fanatismo idealista che alimenta i falchi neo-con di Washington e si manifesta nella spudoratezza con cui Hillary Clinton, pochi giorni fa, ha rivendicato con orgoglio la guerra in Libia,allontana l’America dalla sua storia e dalla sua grandezza: quella del sano realismo capace di imparare dagli errori e di leggere la complessità della storia e il mutare delle forze in campo.

Fonte: blog.ilgiornale

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