Le guerrigliere curde che combattono l'Isis - Percorrendo la Via della Seta ( 3)

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Le guerrigliere curde che combattono l'Isis - Percorrendo la Via della Seta ( 3)

Un coro confuso di voci femminili sale da una radura dietro la biforcazione di un sentiero sulle montagne di Qandil, quell'area montagnosa a nord-est del Kurdistan iracheno che confina con l'Iran e la Turchia. Due paia di occhi vigili scrutano i nuovi arrivati, mentre le mani stringono un kalashnikov Ak47 col colpo in canna. Il viso della prima ragazza di ronda, sulla ventina, si apre in un sorriso: è il lasciapassare per entrare nell'accampamento di un'unità di guerriglia femminile del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato nel 1978 da Abdulla Ocalan. Una fila ordinata di una quarantina di ragazze si compone in un battibaleno. Sono in divisa e armate di tutto punto, l'età media è sui 19 anni. Tra gli alberi dietro di loro spuntano tende, angoli cucina fatti di sassi, con piccole griglie e fuochi accesi per preparare il tè. Le ragazze si disperdono poco dopo i saluti per seguire, come ogni giorno, una lezione di strategia contro le tecniche e le tattiche del nemico - droni, elicotteri, operazioni di terra - e poi di addestramento fisico, dove sotto il sole battente saltano ostacoli, si arrampicano e strisciano a terra sui gomiti, impugnano le armi e sfidano la corrente di un fiume.
Il compito di formare le nuove reclute è affidato a cinque donne più anziane, tra i 28 e i 35 anni."Nel Pkk le decisioni che riguardano le donne, sono prese dalle donne stesse, in completa auto-determinazione - spiega Nuve Rushat, 33 anni e con un'esperienza di guerriglia di 17 -. Decidiamo noi come muoverci, allenarci e prepararci al combattimento". Se Qandil, infatti, è il simbolo della lotta d'indipendenza curda dal 1983, quando il Pkk decise di porre su quelle montagne le prime basi della sua guerriglia, il Kgk - divisione femminile del Pkk - è il simbolo indiscusso della lotta di liberazione della donna nella società curda.
"La libertà all'interno del Pkk non è solo di movimento: le donne nel Pkk fanno la loro educazione, e si concentrano prima di tutto sulla loro liberazione mentale - continua Nuve, accompagnata dal crepitio della sua ricetrasmittente che, di tanto in tanto, reclama qualche nome in codice -. Devi decriptare tutti quei codici di schiavitù che ti sono stati inculcati in testa per 5000 anni". Annuisce, Roserin di Van, un'ex studentessa turca di ingegneria di 19 anni che, pur non nascondendo l'emozione nel raccontare la prima volta che ha preso in mano un Ak47, un anno fa, è colpita soprattutto dall'essenza stessa della sua unità: "Qui tutti lavorano e nessuno ti dà ordini: ognuno svolge il suo lavoro basandosi sulle proprie decisioni e sul proprio auto-controllo. Ragioniamo come una collettività, tutto è in comune".
La vita dell'accampamento, nonostante il rigore dell'addestramento - sveglia alle 4 di mattina, a letto alle 8 di sera eccetto per i turni di ronda - non è priva di momenti di ilarità. "Molte di noi hanno ricominciato a vivere di nuovo - spiega M., una curda dai capelli rossi di 23 anni nata e vissuta a Parigi -. Alcune di noi hanno perso tutta la famiglia a Kobane o in Sinjar, ma confrontarci, piangere e ridere insieme ci rende più forti". L'unità comprende ragazze che vengono dai territori del Kurdistan turco, iraniano, siriano e iracheno. "Siamo qui per formarci e combattere l'Isis, e anche se proveniamo da Paesi diversi ci sono molte cose che ci accomunano, compreso lo stesso tipo di repressione subita - spiega Berivan Arin, 17 anni, yazida del Sinjar arrivata a Qandil da 6 mesi -. Dopo che le truppe del Califfato hanno circondato le montagne in Sinjar e ha massacrato gli Yazidi, il Pkk è venuto in nostro soccorso e ci ha salvato aprendo un corridoio. Ho visto come operava il Pkk, la sua etica... e ho chiesto di farne parte anch'io".
Per vent'anni il Pkk ha combattuto secondo un paradigma che vedeva lo Stato nazione come la soluzione alla questione curda, ma il portavoce del Pkk Zagros Hiwa spiega che nel XXI secolo le cose sono cambiate: "L'obiettivo della nostra lotta oggi è raggiungere il confederalismo democratico come sistema di auto-governo nelle quattro aree del Kurdistan - spiega mentre aiuta le ragazze a servire il pranzo a tavola -. Dobbiamo iniziare quindi al nostro interno: se vuoi portare la libertà ad un popolo, le donne in primis devono essere libere, perché sono la metà della popolazione e sono la parte più importante della società".
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G. BERTOLUZZI, T. JOVETIC, C. SPOCCI E E. VIO
(3 - continua)