Lavorare di meno per essere più felici

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Lavorare di meno per essere più felici

Di Omar Ravani

La battaglia sulle 35 ore settimanali di lavoro, che tanto aveva infiammato il dibattito anni fa, sembra tornata d'attualità. Se in Francia si vogliono rimettere in discussione proprio le 35 ore introdotte nel 2000, in Svezia la sede della Toyota e l'amministrazione comunale di Göteborg stanno sperimentando addirittura la settimana di trenta ore. E con risultati ottimi. Ne guadagna il rendimento dei lavoratori, che riescono a concentrarsi meglio e si ammalano anche di meno, grazie alle ore libere che trascorrono rilassati in famiglia, con gli amici o dedicandosi a qualche hobby. "L'orario è uno degli aspetti più importanti per ottenere il massimo del rendimento - afferma il sociologo del lavoro Domenico De Masi che al tema ha dedicato numerosi saggi -. Va però fatta una distinzione importante. L'orario ridotto sarebbe una soluzione solo per le attività creative, che richiedono uno sforzo ideativo superiore e non si possono comprimere in griglie temporali rigide".
Una proposta che non ha nulla di nuovo, quella di ridurre il tempo di lavoro. "Lo sosteneva già l'economista John Maynard Keynes negli anni Trenta - ricorda De Masi -. In una suo saggio affermò che, entro qualche decennio, per dare un lavoro a tutti si sarebbe dovuto ridurre il tempo di lavoro a 15 ore settimanali. Ma oggi non siamo certo a questo livello. Nelle attività industriali per impiegare tutti i disoccupati, gli operai, ad esempio, in Italia, dovrebbero lavorare il 10% di tempo in meno". Uno scenario che oggi sembra utopico, visti i ritmi di produttività che si devono garantire, e nonostante l'illusione su quello sviluppo tecnologico che avrebbe dovuto ridurre le ore di lavoro.
"Per i creativi, come artisti, giornalisti e scrittori o altri lavori intellettuali, il concetto di produttività è del tutto diverso e non vincolato agli orari - spiega il sociologo-. Nei Paesi del Nord Europa è, comunque, raro trovare un ufficio occupato dopo le cinque del pomeriggio, perché il resto della serata è dedicato allo svago. Perciò, non mi stupisce che la proposta arrivi dalla Svezia".Un Paese indicato da sempre come un modello per il benessere dei lavoratori e dove le proposte di ridurre il tempo di lavoro trovano un terreno fertile. "Da noi domina, invece, la logica della produttività prima di tutto - nota Davide Gai imprenditore nelle tecnologie della comunicazione -. Non ci sono le stesse condizioni del Nord Europa, dove esperimenti del genere non sono nuovi. Ma lì ci sono anche salari competitivi per tutti e una socialità molto più sviluppata rispetto alla Svizzera". Per Gai la logica del lavorare meno per lavorare tutti, ma in modo diverso, sembra imprescindibile. "Nella situazione attuale del mercato del lavoro non può essere che così - osserva -. Il moderno impiegato è un "knowledge worker", ossia qualcuno che mette a disposizione le sue conoscenze pluridisciplinari. È necessario che sappia destreggiarsi in più campi possibili e che sappia fare più lavori allo stesso tempo".
Al proposito c'è chi obietta che l'informatizzazione, oltre a portare degli indubbi vantaggi, ha anche reso il tempo di lavoro non solo più denso di attività, ma anche più lungo. Con telefonini ed e-mail che ci inseguono dappertutto. "Ma la densità del nostro tempo ce la scegliamo noi - puntualizza Gai -. Nessuno ci obbliga, ad esempio, a rispondere alle sollecitazioni dei social network o della posta elettronica. Né va dimenticato che grazie ai progressi delle tecnologie, si sta sviluppando ovunque il telelavoro. E aumentano le persone che lavorano comodamente a casa come se fossero in ufficio. Con tutti i benefici che ne derivano".

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