L’Italia ha il “ diritto di esistere” o no?

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

L’Italia ha il “ diritto di esistere” o no?

di Enrico Galoppini

In quella che qualcuno ha già denominato “Intifada dei coltelli”, chi non s’è ancora assuefatto a ciò che tutti considerano “normale” avrà notato come tutti i palestinesi che hanno sferrato una coltellata – mortale o meno – contro un israeliano sono stati ammazzati all’istante dalle forze di sicurezza di Tel Aviv.

Quando una ragazza palestinese ha estratto un coltello ed ha ferito una militare israeliana ad un check-point, sono prontamente intervenuti i colleghi della ferita che hanno eliminato l’attentatrice.

In Italia, al contrario, quando una gang di “latinos” estrae un machete e quasi stacca il braccio al controllore del treno, l’unica cosa che si sa fare è attendere la Polfer, che – rischiando la pelle perché “non può” sparare – dovrà immobilizzare gli aggressori, per i quali poi scatteranno le solite lungaggini giudiziarie in mezzo alle quali si cercherà d’infilare “attenuanti” d’ogni tipo (“non volevano uccidere”, “si sono pentiti” e via turlupinando, tanto sanno che sono nel Paese del Perdono).

Quando viene sgominata una banda di maghrebini che per mesi imperversa sui treni e sulle banchine di una stazione minacciando col coltello dei poveri pendolari isolati ed indifesi (italiani o stranieri non importa), in Italia si mettono su delle “indagini” che solo dopo del tempo portano a mettere le mani su questi criminali, per giunta ospiti a casa nostra e perciò tenuti ad una condotta esemplare (questo lo dico io, anche se “la legge” non lo prevede). Come se le stazioni italiane fossero lasciate volutamente alla mercé dei più scaltri e prepotenti (ed è così), coi malcapitati di turno immortalati (e talvolta morti e basta) in qualche fermo immagine registrato dalle telecamere di sicurezza. Una sicurezza del tutto chimerica, se siamo al punto che dobbiamo fare affidamento a delle telecamere, e non ad agenti che, seduta stante, intervengono e fanno passare ogni voglia di compiere bravate in una stazione, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Quando capita che un Kabobo qualsiasi “sente delle voci” e fa strage di chiunque gli capita a tiro mica lo s’impallina immediatamente. Lo si cattura e poi lo si fa campare nelle patrie galere a spese nostre.

Insomma, se Israele non ci pensa su un minuto a far fuori una “minaccia”, l’Italia ci fa la figura di quella dove tutto è permesso.

Da una parte il grilletto facile, dall’altra il “garantismo” a oltranza.

Ora, non sto dicendo che Israele fa bene in assoluto a fare così. Ma dal suo punto di vista è un suo diritto. Cioè, a casa sua (o meglio quella che crede sia casa sua) fa come gli pare. Noi no.

Israele non deve “rendere conto” a nessuno del suo operato. In Italia, se solo un agente di pubblica sicurezza interviene con la pistola per metter fine ad un imminente e grave pericolo salta fuori un putiferio di polemiche, e quello, intanto, viene sospeso come misura cautelativa.

Non parliamo poi dei privati cittadini che si fanno “giustizia da soli”. In Israele, i “coloni” girano armati fino ai denti e sparano ad alzo zero appena subodorano l’agguato. In Italia, un benzinaio che vuol salvare la pelle al gioielliere suo compaesano deve vivere nel terrore della rappresaglia dei rom.

Sì, lo so che gli israeliani sono praticamente sempre “in guerra” e noi no.

Ma le cose non sono nemmeno così scontate. In fondo, la ragazza palestinese che aveva ferito alla mano la militare israeliana poteva essere semplicemente catturata. Ma lì hanno deciso che in simili circostanze “non si fanno prigionieri”.

Qua gli aggressori col machete e chi ripetutamente scambia una stazione per la proverbiale “giungla” in cui dettare la sua particolare “legge” potrebbero essere sottoposti ad analogo “trattamento”, ma quello che manca è la volontà di farlo. E potrebbero anche essere prevenute, usando il pugno di ferro, parecchie altre situazioni oltre il limite dell’incredibile e dell’intollerabile che hanno fatto calare il nostro paese in un clima assai simile a quello “di guerra” nel quale si sente perennemente immerso Israele.

Che – sempre dal suo punto di vista (in pratica quello dei cowboy in mezzo agli “indiani”) – ritiene giusto e sacrosanto innalzare barriere protettive e di separazione, mentre in Italia è impossibile anche solo organizzare una ronda di cittadini che, orfani della sicurezza che dovrebbe essere garantita dalle “istituzioni”, sono ridotti a cavarsela da soli e a rimettersi al loro rispettivo santo protettore.

Tutto ciò è davvero penoso e grottesco, perché se il “bravo italiano” con le credenziali a posto ha il dovere di “stare con Israele”, a lui e a tutti i suoi concittadini ne sono preclusi proprio quegli aspetti “securitari” che – se sono deprecabili conoscendo le origini della cosiddetta “questione palestinese”, dove tutto è inganno e frode – nella situazione in cui versa l’Italia rappresenterebbero il classico estremo rimedio ad un male – quello dell’insicurezza generalizzata causata da troppi stranieri sbandati e nient’affatto “integrati” – al quale si sarebbe dovuto da tempo porre rimedio.

Come? Certamente in maniera preventiva, per esempio selezionando e valutando chi e perché viene “accolto” in Italia.

Di nuovo, il paragone con Israele è assai istruttivo. Se lì, infatti, già all’aeroporto si può essere ispezionati anche nelle parti intime, qua si va direttamente all’altro capo del Mediterraneo per raccogliere quanti più “migranti” possibile, perché parecchi hanno fiutato l’affare; alla faccia di chi poi deve accettare, obtorto collo, la tanto decantata “convivenza” scansata come la peste dagli imbonitori d’ogni risma del “moralmente corretto”, i quali vivono nei quartieri-bene delle città o fuori, nelle ville, in collina, lontano da tutto quel mondo-arcobaleno che essi hanno imbastito per la massa contro la quale si punta il dito sui media appena si lamenta un minimo…

E, al culmine della beffa, Israele riceve – a prescindere! – il plauso della “comunità internazionale”, preoccupata della sua “sicurezza” e del suo “diritto di esistere”. La stessa “comunità” pronta a sanzionare l’Italia appena fiata e a rinfacciarle atteggiamenti “discriminatori” che non stanno né in cielo né in terra, tanta è la pazienza e la capacità di sopportazione di questa nazione.

Non parliamo poi di chi eleva barriere per proteggersi dall’ondata di “migranti”, come l’Ungheria: finisce dritta nella lista degli “Stati canaglia”, a far compagnia alla Corea del Nord. Ma nessuno si azzarda a far rilevare che tutto l’afflusso di “profughi” dal Vicino e dal Medio Oriente (che comprende anche un certo numero di palestinesi) è anche il risultato della presenza di Israele, senza il quale quelle aree sarebbero state libere di organizzarsi secondo le specifiche inclinazioni delle rispettive genti. Non costrette nella camicia di forza di Stati-nazione dalla dubbia legittimità, che ai primi scricchiolii si sono dimostrati di cartapesta, né ridotte a teatro di esperimenti da “medio evo islamico”, se con quest’espressione s’intende un Islam grottesco e parodistico, nella sua pretesa d’incarnare una tradizione tutta lettera e nulla spirito.

Ma queste – si dirà – sono altre cose, che tuttavia, se solo ci si abituasse a vedere tutto collegato, hanno a che fare col problema della “sicurezza” a casa nostra più di quanto comunemente si creda.

Per adesso, rebus sic stantibus, e cioè in assenza di qualcuno al governo (o all’opposizione) che operi i suddetti collegamenti, teniamoci questa situazione che induce alla seguente riflessione: Israele con licenza di uccidere, a vista, col plauso di tutti e, al limite, una bonaria indifferenza; l’Italia terra di conquista dei delinquenti più efferati di ogni parte del mondo, fustigata e subissata di critiche appena osa alzare un dito.

Da una parte, il “diritto di esistere”, dall’altra, il “dovere di sparire”. A voi sembra normale?

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