L’inverno della cultura e la primavera del cemento - di Lorenzo Vitelli

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

L’inverno della cultura e la primavera del cemento - di Lorenzo Vitelli

Lo spazio pubblico, "terra di nessuno" secondo Prezzolini, ha comunque rappresentato in Italia un interstizio di libertà, una funzione civile ed aggregante, che ha esaurito, quando gliene fu data la possibilità, una finalità sociale anteriore alle necessità del mercato. Oggi viene meno. Dalle deregolamentazioni dello Sblocca-Italia alle politiche di privatizzazione del patrimonio culturale e dei beni del demanio, la narrazione renziana che auto-elegge l'Italia a custode dei tesori artistici del mondo è una bufala che ci seppellirà sotto colate di cemento.

L’invero della cultura bussa a tutte le porte meno che a quella del governo. Nella felice narrazione renziana, infatti, il patrimonio culturale e artistico italiano è gestito alla perfezione, tanto che il premier, durante l’incontro sulpeacekeeping all’Assemblea generale dell’Onu, ci candida “a custodi della cultura nel mondo”. Renzi parla della creazione di un’unità interna ai carabinieri del comando per la protezione del patrimonio culturale, che si dedichi a salvaguardare i tesori artistici nelle aree di crisi, riferendosi sopratutto a quelle minacciate dall’Isis futurista che, tra Mosul e Palmira, brucia musei ed opere d’arte (invero, per finanziarsi, le rivende online). Giustamente, dopo il fallimento dell’Expo che non raggiunge i numeri stimati, e che ha relegato l’Italia al ruolo di osteria – neanche tanto tradizionale – dell’Occidente, adesso è il momento di fare bella figura con l’arte. Ma ce la immaginiamo, noi, una task force a guida tutta italiana pronta a difendere il patrimonio artistico mondiale?

E se siamo così bravi, cosa ci ha spinto, se non una becera esterofilia mista ad un complesso d’inferiorità, a nominare sette direttori stranieri su 20 a capo dei più grandi gioielli museali della penisola? E ancora cosa ci ha indotto, se non la totale incapacità di gestire le nostre risorse, a varare lo Sblocca-Italia, di cui la parola d’ordine è dereguletion, e che attesta l’incompetenza e l’impossibilità di attuare un piano complesso per rivalorizzare il territorio, e svende invece, in nome della semplificazione, le risorse ai privati? Perché l’Agenzia del Demanio da più di 2 anni, con il progetto “Valore – Paese – Dimore”, che coinvolge 117 beni pubblici selezionati, concede l’usufrutto ai privati che li ristrutturano a fini turistico-culturali – ergo economici – per ben cinquant’anni? Progetto ripreso dall’articolo 26 dello Sblocca-Italia, che dà la possibilità ai Comuni di alienare i beni del demanio in cambio di una quota di partecipazione nell’attività commerciale. Di qui, una biblioteca potrà diventare un centro commerciale! Perché imbavagliare e relegare ai margini decisionali le Soprintendenze alla tutela del paesaggio e semplificare, ossia rimuovere, le procedure di autorizzazione ai lavori di edilizia? Perché il costante stato di emergenza che fa da sottofondo allo storytelling - termine quanto inflazionato, ma quanto adeguato – renziano, dà diritto al Governo di stravolgere completamente la concezione del patrimonio pubblico, facendola slittare verso un’interpretazione di tipo esclusivamente commerciale, senza, però, una visione a lungo termine, senza pratiche di pianificazione né piani urbanistici?

Ecco il paradosso, la grande contraddizione del Governo Renzi (ma anche la sua forza) l’antinomia tra il racconto di un’Italia capace di tutelare l’arte in tutto il mondo, e la realtà di una gestione incompetente che appalta ai privati l’amministrazione dei beni pubblici; tra la fiaba di un’Italia che vuole puntare tutto sulle proprie specificità e sulla valorizzazione del patrimonio italiano a livello internazionale, e la realtà di una malapolitica che ha trasfigurato l’italianità in chiave esterofila vergognandosi delle proprie origini, che sta seppellendo gli avamposti della nostra modernità (l’artigianato, il lavoro manuale, la cultura della bottega) sotto il cemento e una coltre ideologica di anti-provincialismo, che vuole fare di noi una Sharm El Sheikh, una provincia turistica dell’Impero, travestita da epicentro della Cultura.

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