L’economia fisica: LaRouche, non Latouche

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

L’economia fisica: LaRouche, non Latouche

Un lettore ci segnala “ Siamo condannati a consumare…“, un ennesimo articolo di propaganda favorevole a Serge Latouche, pubblicato il 4 ottobre da La Repubblica, la testata di De Benedetti, esperto di spezzatini finanziarî.

Il mentalista francese tende a trascinare il pubblico nella spirale di confusione in cui si trova. “L’economia è una religione occidentale che ci rende infelici”, sostiene; ma in questo confonde come tanti la scienza dell’economia, che Leibniz vide come un tutt’uno con la scienza della felicità, con le abitudini degli attori economici che sottostanno alle mire imperiali, e dunque ai relativi assiomi entropici, dei teorici del liberismo.

Passiamo dunque in rassegna i punti problematici di Latouche, il cui linguaggio è talvolta accattivante e suadente, e le cui affermazioni sono a tratti condivisibili.

Si inserisce nella corrente ecologista, infatti sovente cita come maestro lo statistico Nicholas Georgescu-Roegen, autore del noto “La legge dell’entropia e il processo economico”.

Georgescu-Roegen per le dame: “Non lavorate troppo, non agitatevi troppo, poiché producendo farete aumentare l’entropia dell’universo, anticipando la fine del mondo”.

Latouche per le dame? La ricerca dell’accumulazione continua è “una guerra [di] tutti contro tutti [e…] contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta”.

E ancora: “Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali”.

Lo capirebbe anche un bambino…

Davanti alle estreme semplificazioni, bisogna arricciare il naso.

Latouche inganna, come Grillo sul nucleare.

Entrambi a un certo punto chiamano in causa il proverbiale bambino ignorante e per questo semplice al punto giusto.

Latouche: “Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto.”

Un bambino o un adulto indistintamente, finiscono per credere in questo assioma se si nega loro la comprensione della scienza e della sua storia. La crescita è invece potenzialmente infinita, proprio perché siamo in un universo che è infinito, fino a prova contraria. Possiamo anche concedere che per un periodo ancora lungo si potrebbe avere una crescita economica infinita pur in un pianeta finito.

Ciò che garantirebbe la crescita senza limiti sarebbe l’accesso libero a forme di energia a più alta densità di flusso (per esempio tramite la fusione nucleare), accesso che permetterebbe l’apporto di crescenti quantità di energia libera ai processi produttivi in senso lato. È ovvio, però, che se si blocca lo sviluppo scientifico e tecnologico (anche con argomenti alla Latouche), si impone la stagnazione tecnologica e si condanna l’umanità a non reggere il proprio potenziale demografico.

Non c’è limite allo sviluppo

Se chiedessimo a Latouche che cosa pensi della ricerca spaziale per colonizzare Luna e Marte, azioni che dimostrerebbero la mancanza di limiti nella nostra presenza nell’universo, immaginiamo che cosa direbbe. Eppure i programmi spaziali sono storicamente i massimi moltiplicatori di ricchezza reale. Non parliamo di moltiplicatori di consumi, né di spreco, ma di produttività (figlia della capacità di intervento dell’uomo sulle leggi naturali) e di ricchezza, che solo dopo esser stata prodotta si può decidere di sprecare, o consumare male…

Ma a questo punto, staremmo discutendo di un tema troppo alto per la plebe che Latouche carezza, e inevitabilmente la sua populace, con un atteggiamento che equivale al suicidio collettivo, propenderebbe per il “pensiamo prima alle cose della Terra”.

Nessuno, tuttavia, può negare che è sempre meglio avere qualcosa da sprecare, che non averne affatto. Non lasciamoci affascinare eccessivamente: prima delle sue “erre” (ridurre, riciclare, riutilizzare e ristrutturare) viene la produzione di nuova ricchezza, come prodotto finale di un continuo processo di ridefinizione del concetto stesso di materie prime fondamentali, di creazione di nuove modalità di produzione e di aumento del numero delle qualità produttive stesse.

Manteniamoci intelligenti e creativi!

Non facciamo come chi impara a zoppicare, frequentando certe compagnie. Usiamo piuttosto l’intelligenza e la creatività, superando la semplice logica e l’inferenza statistica.

Se in natura esistono organismi che riciclano, ve ne sono che producono per gli altri, tutti comunque costretti ad attenersi agli apporti energetici del sole. La specie umana ha avuto l’intelligenza di scoprire che vi sono fonti energetiche superiori e di cominciare a sfruttarle, con l’effetto generale, anche se largamente in prospettiva, di aver posto a disposizione dell’intera biosfera nuove quantità di energia libera.

L’impronta ecologica è una di quelle trovate di chi, per motivi ideologici, si è precluso la comprensione di questa realtà storica e di principio.

Un parametro cui fare riferimento, il cui aumento misura la capacità di un’economia di sperimentare una continua crescita grazie a opportuni salti tecnologici, è la densità demografica relativa potenziale. Come ha dimostrato Lyndon LaRouche, l’economia fisica (quella con cui facciamo i conti verso la fine del mese e non quella dei ballerini indici di borsa) è, nella sostanza, il riconoscimento della correlazione tra un dato livello tecnologico, che informa tutto il sistema produttivo, e la densità demografica potenziale. A ogni livello tecnologico è associato un massimo di densità demografica futura: la ricchezza a disposizione dell’attività umana è, infatti, riconducibile ad un massimo di densità di flusso energetico estraibile dalla natura (o dalla materia, come dir si voglia). La ricchezza e, dunque, la crescita demografica sono limitate soltanto dalla quantità di energia che l’umanità è in grado di estrarre dall’universo e di mettere a disposizione della sfera del vivente (biosfera) e delle proprie esigenze più specificamente umane.

L’unica cosa da salvare del discorso di Latouche è la proposta di protezionismo, anche se nell’articolo non è appropriatamente contestualizzata.

Insomma, come abbiamo più volte sostenuto, c’è modo di essere contro il liberismo, senza assecondarlo con l’ecologismo.

D’altra parte la descrescita non va proposta, poiché è già in atto, nostro malgrado.

Latouche è uno dei tanti, dopo la Banca Mondiale, il FMI, Rockefeller, Bill Gates, Romano Prodi, forse Veltroni, ecc. che vanno in certe regioni d’Africa ad insegnare ad accontentarsi del niente. Non manca loro il coraggio, dopotutto.

Maria Antonietta consigliò le brioche, Latouche un po’ più di socialità…

di Flavio Tabanelli

Fonte: www.movisol.org