Il cappotto di Napoleone

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Il cappotto di Napoleone

Il paragone è abusato, lo so. È già stato utilizzato da altri commentatori per rendere l’idea di tante vecchie e nuove fanfaronate governative. Eppure, per quanti sforzi io faccia, non riesco ad immaginare nulla di più adatto a commentare la “lista della spesa” di Renzi. Mi riferisco alla scenetta del “cappotto di Napoleone”, un classico del genere, primo fra una decina di eccezionali quadretti comici che costellano quel capolavoro del cinema italiano che è “Miseria e Nobiltà”. I lettori lo ricorderanno; anche i più giovani, grazie agli innumerevoli passaggi in tv. Riassumo, a grandi linee: don Pasquale il Fotografo (la “spalla”) consegna a don Felice Sciosciammocca (Totò) un involto con dentro il suo vecchio cappotto, da dare in pegno al pizzicagnolo in cambio del necessario per sfamarsi e sfamare mogli e figlie, ed elenca il necessario: un chilo e mezzo di spaghetti, una “buatta” di pomodoro, un chilo di salsiccia, 10 uova, mezzo chilo di mozzarella di Aversa, un po’ di frutta fresca, due litri di vino Gragnano frizzante, due sigari… «e – conclude – il resto me lo porti». Totò – che ha accompagnato la lunga elencazione con una mimica da Oscar – soppesa il fagotto e chiede: «Pasquà, ma qui dentro c’è il paltò di Napoleone?»

Mutatis mutandis – come dicevano gli antichi romani – ecco la lista delle cibarie che un don Pasquale in versione toscana è andato elencando negli ultimi mesi: gli spaghetti, tanto per cominciare, ovverossia i 18 miliardi di tasse che il governo Renzi avrebbe già tolto fino al novembre dello scorso anno; e questo mentre proprio in quei giorni si apprendeva che, nell’ultimo triennio, soltanto le tasse sulla casa erano aumentate di 20 miliardi di euro (vedi “Statistiche e previsioni modello Tiramolla” su Social del 5 dicembre 2014).

Da allora è stato tutto un crescendo di promesse, fino ai fuochi d’artificio finali: riduzione delle tasse sulla casa, sulle imprese, sui macchinari e chi più ne ha più ne metta: per un totale – entro il 2018 – di 50 miliardi di euro. Intanto, il povero italiano medio soppesava l’involto e, scettico, chiedeva: «Mattè, ma qui dentro c’è il paltò di Napoleone?»

Adesso, finalmente, dopo la firma del Presidente della Repubblica e l’invio alle Camere del testo della “manovra” per il 2016, si incomincia a comprendere che cosa realmente ci sia in quel fagotto informe che l’erede di don Pasquale il Fotografo ha rifilato a tutti noi. Altro che cappotto di Napoleone! E altro – per il popolo italiano – che buatte di pomodoro e Gragnano frizzante!

Tutt’al più, gli italiani riusciranno a rimediare una sbobba rancida, come per i famosi 80 euro: dati (ad alcuni) in busta paga, e contemporaneamente sottratti per altre vie (sgravi annullati, imposte locali, aumenti di tariffe, eccetera). Al posto degli 80 euro, questa volta ci sarà una riduzione delle imposte sulle prime abitazioni, ma la pressione fiscale complessiva salirà ancòra di mezzo punto: dal 43,7% di quest’anno al 44,2 dell’anno venturo, per crescere ulteriormente nel 2017.

E questo, senza considerare la spada-di-Damocle degli automatismi delle “clausole di salvaguardia” imposteci dalla dittatura europea; il Cinguettatore Fiorentino è riuscito a farsele congelare per il 2016, ma nel 2017 e 2018 il conto sarà più salato: gli italiani spenderanno 15 miliardi di euro in più per l’aumento dell’IVA, e altri 20 miliardi in più per l’aumento delle accise.

L’unica cosa che sembra procedere a gonfie vele, al di là della manovra, è l’alienazione di quel poco che resta del nostro patrimonio nazionale. Le privatizzazioni, infatti, vanno come un treno. Adesso è la volta del pacchetto azionario di Poste Italiane ancòra in mano pubblica. Questa strana Europa ci ha imposto di spalancare le porte delle nostre poste ai privati (soprattutto inglesi), e noi siamo stati prontissimi ad obbedire. Anzi, per compiacere i mercati, Poste Italiane ha già deciso che nei Comuni inferiori a 5.000 abitanti, a far tempo dal 1° ottobre, la posta verrà distribuita soltanto un giorno alla settimana. Con tanti saluti al “pubblico servizio”.

di Michele Rallo

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