Gli 8 comandamenti disattesi da Obama mentre la Cina è sempre più vicina

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Gli 8 comandamenti disattesi da Obama mentre la Cina è sempre più vicina

La Russia continua i suoi attacchi aerei contro gli obiettivi dell'opposizione siriana - supportata dagli USA. Il Cremlino in questo modo sta infliggendo un'umiliazione alla politica americana nel Medioriente.

La situazione ha ottenuto una vasta copertura televisiva negli USA, dove la determinazione di Putin e le tattiche russe suscitano stupore e fascino tra gli americani. Se invece, nel frattempo, gettiamo la nostra attenzione verso l'Asia, ci accorgiamo che la Cina sta costruendo delle isole artificiali nel mare cinese del sud, dando sfoggia della sua potenza militare. Il tutto fa il pari con la reale minaccia di una guerra cibernetica con la Cina. Sullo sfondo di tutto questo, la politica estera di Obama sta incontrando un'estesa opposizione sia negli USA, sia tra gli alleati dell'America oltreoceano. Obama al cospetto del risoluto Putin sembra un leader flebile ed anche se questa sembra un accusa senza basi, la critica deve essere più sanguigna e strategica.

Gli USA non sono in grado di risolvere tutti i problemi del mondo, come del resto non lo è nessun paese. Se è vero che l'azione militare russa in Siria ha umiliato gli USA, è falso invece definire l'azione di Putin una decisione maturata negli interessi del proprio paese. Questi ultimi sono calcolati per controbilanciare l'umiliazione che la Russia ha patito dagli USA e dalle nazioni occidentali durante e dopo la Guerra Fredda e sono finalizzati a presentare al mondo un'immagine della Russia come superpotenza. Il Cremlino è pronto a tollerare errori nella fornitura di caccia ed elicotteri d'attacco, così come contrattacchi da parte dei ribelli anti governativi. Gli USA stanno alla finestra a guardare che cosa farà oggi la Russia. Ogni paese deve basare la propria politica estera ed interna su obiettivi strategici, calcolati al fine di raggiungere le priorità del paese ed i suoi interessi.

La svolta asiatica e pacifica della politica USA è dettata dagli interessi vitali dell'America: dal punto di vista di quest'ultima, le priorità della Siria e dell'Ucraina sono meno pressanti della necessità di passare all'azione nei confronti della Cina.

La politica estera di Obama ha assimilato gli errori commessi dalla Casa Bianca nella sua guerra contro il terrore, come quelli della guerra in Iraq lanciata dal presidente Bush nel 2003. La guerra in Iraq ha dimostrato che anche se gli USA possiedono la potenza militare per eliminare un regime straniero, i paesi del Medioriente non posso essere portati alla pace ed alla democrazia grazie agli attacchi militari, secondo la dottrina già profetizzata dal presidente Bush. Parimenti, gli USA non sono all'altezza di ricostruire i paesi che hanno prima devastato. L'Iraq, di fatto, ha aperto un vaso di Pandora, da cui è subito uscito l'ISIS e quella che erroneamente è stata chiamata la "Primavera Araba", ma in realtà sarebbe meglio chiamare caos o, più propriamente, "Inferno Arabo", con il corollario delle migliaia di profughi da Iraq e Siria.

La maggioranza degli americani supporta l'idea di ritirare le truppe USA dall'Iraq e dall'Afghanistan, però critica Obama di insufficiente coraggio, fiducia ed entusiasmo. Ad Obama vengono anche rimproverate l'abitudine ad esprimere la politica estera in termini negativi "non schiereremo forze di terra", "non impiegheremo più risorse di quelle che gli USA possono permettersi", oppure "gli USA non procederanno unilateralmente senza alleati" e la tendenza a mostrare le proprie carte prima che il momento lo richieda. Tutto questo dà alla Russia, alla Cina, all'ISIS e a tutti gli altri una conoscenza premeditata delle intenzioni americane, causando non pochi mal di testa ad interi dipartimenti del governo USA.

A conclusione di ogni discorso sulla politica estera americana riemerge la lista delle 8 regole che guidano le decisioni del Presidente e del Congresso se andare o meno in guerra. La scrisse l'ex segretario di Stato Colin Powell e contiene l'implicazione che qualora anche solo una delle 8 condizioni non venga esaudita allora nessuna guerra deve cominciare:

1 Ci sono delle minacce reali, nel presente, alla sicurezza del nostro paese?

2 Ci sono degli obiettivi chiari e raggiungibili?

3 I costi ed i rischi sono stati intensamente soppesati?

4 Sono stati impiegati tutti gli altri mezzi?

5 Esiste una "exit-strategy" che prevenga una condizione di guerra permanente?

6 Sono state stimate le conseguenze dell'intervento degli USA?

7 Il popolo americano supporterà questa azione?

8 Il mondo supporterà le nostre azioni?

La guerra in Iraq lanciata da Bush e promossa da Powell quanti di questi criteri ha soddisfatto? Il rovesciamento di Saddam Hussein, ed il fallimento conseguente nel ricostruire l'Iraq hanno distrutto questo delicato bilancio di potere. Eliminando, di fatto, l'Iraq dalla mappa del Medioriente, il ruolo di quest'ultimo come contrappeso è venuto a mancare ed il vuoto è stato subito colmato da ISIS ed altre organizzazioni terroristiche.

La Russia e la Cina sono due minacce all'ordine americano, perché stanno cercando di costruire il loro, di ordine. Il leader cinese Xi Jinping parla di un "Sogno Cinese" e di "grande rinascimento della nazione cinese" idee adornate di nazionalismo e odio nei confronti del Giappone e dei paesi occidentali. La strategia a "fuoco lento" della Cina è una vera minaccia. Se la Cina continuerà a crescere economicamente diventerà davvero difficile fermarla. Questo significaz che gli USA devono mettere nel loro mirino la Cina, non la Russia.

Lo scorso 8 ottobre Michael Auslin ha pubblicato un'articolo sul Wall Street Journal, in cui veniva deprecata la politica estera americana. "E' impossibile ignorare i risultati della debole diplomazia di Obama e della sua mancanza di coraggio". Obama, a detta di Auslin, deve applicare delle contromisure immediate e mirate sia contro Putin nel Medio Oriente, sia contro la Cina in Asia. L'approccio contro Cina e Russia deve essere identico, senza nessuna scala delle priorità.

"Oggi Obama si trova di fronte ad una scelta difficile. Può rimanere in silenzio a guardare come l'ordine mondiale viene rivoltato in regioni vitali del mondo, oppure può passare all'azione al fine di mantenere la stabilità". Entrambe queste scelte sono piene di rischi. Tuttavia, se Obama non passasse all'azione la certezza di un'escalation aggressiva della situazione diventerebbe clamorosamente alta. Se la Cina militarizza le sue isole artificiali nel mare del sud della Cina per bloccare la navigazione della flotta americana nelle sue nuove acque territoriali, allora avrà la possibilità di dettare la propria agenda".

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