Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte terza

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte terza

«Le leggi deono essere comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano»

Lo scrittore fiorentino Giovanni Boccaccio (1313-1375), se confrontato coi grandi letterati del XIV, fu quello più avanzato: in lui l’epoca, i valori e gli stile letterari erano profondamente mutati rispetto al periodo di Dante, ed anche la visione del mondo boccaccesco appare più nitida rispetto a quella di Petrarca. Boccaccio, per gli stili e gli argomenti delle opere che compose, è sicuramente lo scrittore più a “misura d’uomo” tra i tre grandi del Medioevo, quello più capace di penetrare nella quotidianità dei rapporti sociali, ed anche il meno “politico” nel senso stretto del termine, il meno direttamente coinvolto nelle vicende dell’Italia del suo tempo.

Boccaccio è universalmente acclamato come il cantore dell’arte del “saper vivere” e dell’“industria” umana, due princìpi cardini del suo Decamerone e fulcro della sua visione del mondo, ormai già inserita in un contesto umanista e protorinascimentale. Ma, a differenza del Petrarca (suo amico e col quale intrattenne un denso scambio epistolare), il mutamento presente nelle opere boccacciane non è più solo nel modello letterario o nell’attenzione agli antichi, ma è soprattutto in un rinnovata attenzione per lo studio della natura del singolo nel suo rapporto con la società. Questo nuovo spirito critico fu frutto del cambiamento intercorso nel XIV: Firenze e Napoli (nella quale Boccaccio visse a lungo), da piccoli comuni cristallizzati in forme arcadiche, erano diventati una complessa ed articolata simmachia dominata dalla logica del guadagno, dalle merci e dal denaro; quella logica che Dante definì dei «sùbiti guadagni» (Inferno, XVI) e che additò come una delle cause della caduta di Firenze. Boccaccio descrisse questo universo, in tutto la sua ampiezza e le sue ripercussioni. Ma egli fu tutt’altro che un apologeta di quella “ragion di mercatura” che dominava la logica mercantilistica e protocapitalistica, e neppure un negatore di quelle virtù di umanità e armonia insite nell’universo medievale italiano: anzi, semmai, ne fu un assertore convinto, come si evince da un’attenta lettura delle sue opere.

Se Dante, nella sua Divina Commedia, aveva voluto scandagliare negli antri della politica e della teologia, il Boccaccio si dedicò quasi esclusivamente ad uno studio, in forma novellistica, della società e all’analisi psicologica umana. Benché ebbe incarichi diplomatici e partecipò a numerose ambascerie, dando anche prova di grandi qualità diplomatiche, nei suoi scritti non compaiono analisi di strategia e politica, ma traspare un nuovo modo di intendere i rapporti umani: non più un rigido schematismo di ascendenza metafisica, un’umanità spaccata tra “buoni” e “cattivi”, ma il riconoscimento delle pulsioni e degli interessi personali come motori del tessuto sociale. Il Decamerone è una commedia “umana”, disgiunta dalla teologia e dal determinismo (anche se non slegata ad esso), dove la socialità e il comunitarismo non sono più fattori “determinati” dall’alto, ma sono creazioni dell’agglomerato umano. Ed in questo mondo “più vitale” si insinua l’interesse mercantile, l’egoismo, l’astuzia, la frode, la beffa, tutti argomenti che hanno reso popolare Boccaccio e la sua opera.

Con la peste del 1348-49, l’Europa era cambiata in modo irreversibile: dalla disgregazione di un vecchio mondo ne stava nascendo uno nuovo. Boccaccio, come ogni grande intellettuale, si accorse subito dei cambiamenti qualitativi che stavano avvenendo: il caos causato dalla peste necessitava di una grande opera di ricostruzione. Infatti, all’inizio e come causa del Decamerone lo scrittore pone la peste: essa è la disgregatrice della società, sovvertitrice delle gerarchie prestabilite, capace di devastare Firenze e sconquassare la penisola. Ma i frantumi del vecchio ordine sapranno ben presto riunirsi e dar vita ad una nuova unità. I dieci giovani, i narratori delle varie novelle, fuggendo dalla città in preda al morbo, ricreeranno infatti l’antica comunità in forme nuove, ristabilendo la necessaria armonia e le necessarie leggi. Non è affatto casuale che, all’interno della cornice dell’opera, si instaurino fin da subito quei rapporti gerarchici necessari alla (ri)costruzione di una struttura sociale: ogni giornata di narrazione infatti è “governata” da un reggente, che ha il compito di imporre gli argomenti da trattare e disciplinare il gruppo(1).

In questo microuniverso composto da dieci giovani, viene scandagliata per filo e per segno l’umanità della metà del secolo XIV. Una delle forze che condizionano la vita umana è, per il Boccaccio, la Fortuna; l’uomo, per contrastarne gli effetti negativi, non può che fare affidamento alla sua abilità, al suo ingegno, alla sua capacità di “industria”. L’analisi su cosa sia e come vada gestita la fortuna ha avuto un grandissimo successo nella nostra letteratura, prima e dopo Boccaccio: basti ricordare che Dante identificò la Fortuna come una «ministra» creata da Dio, agente in maniera totalmente imprevedibile e ingovernabile dall’uomo, il cui «saver non ha contasto a lei» (Inferno, VII); mentre Machiavelli la ritenne una forza determinante in materia politica, capace di ergere principati e farli crollare, ma pur semrpe una forza che un savio principe è capace di prevedere, o quantomeno arginare. Boccaccio, invece, vede la Fortuna come l’“imprevisto”, un imprevisto inizialmente legato ad un mondo commerciale del quale non si potevano vedere le conseguenze estreme, ma poi esteso in ogni ambito della vita. Nello scrittore fiorentino questa forza non è tuttavia una dea ordinata da Dio, ma solo un complesso accidentale di forze, “laica” e non determinata. Tipiche novelle dedicate alla Fortuna, che mirano a rappresentarla nella sua totale imprevedibilità, sono quelle della seconda giornata: nella quarta novella la totale casualità degli eventi porta Landolfo Rufolo a diventare richissimo, nella quinta è sempre la Fortuna a permettere ad Andreuccio da Perugia di salvarsi miracolosamente da gravi insidie.

Affiancata alla Fortuna, che per sua natura è un soggetto non-umano ed ingovernabile (al massimo arginabile), il Boccaccio decanta una qualità che invece è interamente umana. È l’“industria”, che molti fanno risalire alla “ragion di mercatura” derivata dalla mentalità usuraio-mercantilistica imperante nella borghesia dell’epoca. Nonostante provenga dallo spietato mondo commerciale, questa virtù ha anche la capacità di spingere l’uomo a combattere ed ingegnarsi per migliorare se stesso, a sapersi adattare per sconfiggere gli imprevisti e a tramutare in virtù dei fatti negativi(2). Nella famosa prima novella della prima giornata, ad esempio, Boccaccio narra la vicenda di Ser Cepparello, il quale, tramite la sua astuzia e le sue menzogne, lasciò al mondo la fama di santo, San Ciappelletto, nonostante avesse vissuto in modo scellerato, sprezzando qualsiasi legge morale e civile. In questo personaggio Boccaccio celebra l’ingegno personale, capace di raggiungere livelli estremi pur di elevare l’individuo, esecrando la moralità e sbeffeggiando la dabbenaggine del clero e del popolino. Tant’è che Boccaccio assolve in extremis Ciappelletto, avanzando l’ipotesi che si sia guadagnato il paradiso, nonostante la sua vita fuori dalla cristianità e il fatto che, in punto di morte, avesse in piena coscienza mentito ad un prete su tutte le sue azioni. Un “merito”, quello dell’ingegno spinto fino a grandi limiti, che solo a cinquanta anni prima sarebbe stato certamente condannato tout court da Dante, riferendoci per esempio a figure come Ulisse o Guido da Montefeltro.

Ma l’“industria” di Boccaccio conosce anche dei limiti ben definiti: essi sono rappresentati da quelli della comunità e dell’armonia civile. Quando l’“industria” viene impiegata negli affari commerciali, al fine di truffare la comunità o commettere frodi economiche, oppure è diretta al male altrui, e quindi al male della comunità, allora essa diventa un mezzo utilizzato contro l’armonia civile; ed il Boccaccio ben seppe denunciare questo comportamento. Esempio classico è la novella di Lisabetta da Messina, una giovane sorella di «tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini». La storia è semplice: ella si innamora di Lorenzo, un garzone al servizio dei fratelli, ma costoro, per salvaguardare la loro “reputazione” di mercanti, uccidono a tradimento il loro garzone. L’omicidio, fatto dopo un tranello fu deciso solo «acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse» (Decamerone, IV, V), cioè per tutelare i propri affari economici, come ben fa intendere l’autore. Ed è per lo stesso motivo che, alla fine della novella, i mercanti fuggono da Messina in direzione Napoli: fuggendo il disonore che si stava addensando attorno a loro (la loro sorella, alla fine, morirà sola a Messina per il dolore della perdita di Lorenzo, dopo altre vicende), e proseguire così la loro attività commerciale. Ed è in questa novella, esemplare e dal grande successo presso i posteri(3), che si trova l’idea di fondo dell’armonia sociale di Boccaccio: l’“industria” del singolo non può prevaricare e porsi in contrasto con la società, con la comunità e coloro che la compongono, sia che si tratti di fattori meramente economici, o sia che si tratti di questioni personali.

Boccaccio, con le sue novelle piene di spirito e di pungente satira, ci ha proiettato in un mondo per certi versi perduto, per certi altri ancora attuale. Se i conflitti sociali del tardo Medioevo non esistono più, non si può dire la stessa cosa della crudeltà umana, dell’inganno, della beffa, della frode e del raggiro, tendenze nate da quei primi conflitti di natura economica che il Boccaccio intravedette in quei torbidi anni di fine XIV secolo, e che i secoli e lo sviluppo della Borsa non ha fatto che accrescere.

Leonardo Olivetti

Note:

1. Pampinea, una delle donne e “reggitrice” della prima giornata, così spiega la necessità di avere una guida in un gruppo: «Ma per ciò che le cose sono senza modo [misura, ndt] non possono lungamente durare, io […], pensando a continuare nostra letizia, estimo che di necessità sia convenire esser tra noi alcuno principale, il quale noi e onoriamo e ubbidiamo come maggiore, nel quale ogni pensiero stea di doverci a lietamente vivere disporre» (Decamerone, I, I).

2. Una variante, totalmente politica, della “ragion di mercatura” boccacciana è sicuramente la “virtù” del principe di Machiavelli. Tra le sua numerose pagine dedicate al rapporto fortuna-virtù, egli, con le seguenti parole, magnificò la possibilità e capacità dell’ingegno politico di arginare gli imprevisti del caso: «La fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla» (Il Principe, XXV).

3. Oltre ad aver subito tantissime letture, anche di carattere psicanalitico, questa novella ha ispirato poeti come John Keats (1795-1821) e pittori come John E. Millais (1829-1896).

http://www.statopotenza.eu/19401/dante-petrarca-boccaccio-e-la-loro-ideologia-parte-terza

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti: