Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte seconda

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte seconda

«perché ’l verde terreno / del barbarico sangue si depinga?»

Di Francesco Petrarca (1304-1374) siamo soliti ricordare la leggedria delle rime, la qualità dei suoi versi, insieme alla sua cultura umanistica; eppure anch’egli fu un uomo profondamente politico, che prese parte ed osteggiò le più grandi ideologie e le politiche della sua epoca, inserito però in un contesto sociale già mutato da quello dell’epoca dantesca. Per certi versi, egli fu ben più “italiano” del Sommo Poeta, e si può ben ritenere che, tra i grandissimi della nostra letteratura, fu proprio il Petrarca a concepire per primo l’idea di un “universo sociale italiano” differente e staccato dal destino delle altre nazioni europee, che l’influenza cattolica tendeva invece a mescolare all’interno di un comune disegno escatologico cristiano.

Se Dante era un poeta comunale, inserito in un universo medioevale in rapido sgretolamento, Petrarca è un poeta nazionale dedito allo studio della condizione italiana e rinverdito dalla nuova aria dei tempi, il primo a squarciare il declinante immaginario medievale ed a delineare un orizzonte, poetico e morale, di carattere nazionale(1). Era infatti quel periodo, a cavallo tra il XIV e il XV secolo, nel quale si stavano formando gli Stati sul modello nazionale, la notte dei tempi delle patrie europee. Se la notorietà di Petrarca tra il pubblico è dovuta alle sue poesie d’amore, la sua caratura di pensatore politico ed intellettuale è dovuta ad altri aspetti della sua vita e ad alle sue epistole, meno conosciute ma degne di grande interesse. Dalla sua amicizia col tribuno romano Cola di Rienzo (1313-1354) al loro intenso scambio epistolare, alle sue poesie contro la corruzione ecclesiastica e sulla situazione italiana, alla sua profonda conoscenza delle corti italiane (viaggiò nelle principali città settentrionali ed anche in Francia) e i suoi legami con Carlo IV di Boemia, oltreché alle numerose ambascerie alle quali prese parte.

Sebbene Petrarca non scrisse mai trattati o saggi di argomento politico, il cuore del suo pensiero si può ricostruire tramite il suo epistolario con Cola di Rienzo, il famoso tribuno che, approfittando del vuoto di potere a Roma (il Papato si era infatti trasferito ad Avignone), cercò di instaurare un ordinamento repubblicano nella capitale, direttamente ripristinando le antiche istituzioni romane in un sistema di sovranità popolare. Il poeta diede aperto sostegno a questo progetto, e lo sostenne arditamente quasi fino alla sua fine, che coincise, sommariamente, con l’uccisione di Cola(2). Per il poeta, il tribuno e la sua esperienza rappresentavano una corrente innovatrice, un esempio da seguire anche al di fuori di Roma; finalmente avevano mostrato che era possibile riconquistare quella libertas della quale il popolo romano era stato privato. In una famosa lettera indirizzata a Cola di Rienzo, Petrarca scrisse infatti: «siete voi alfine in possesso della libertà, la quale come dolce e desiderabile sia non conobbe chi non l’ebbe avuta»(3). Ma la “libertà” della quale Petrarca è un’idea di libertà nuova per i suoi tempi: non più la “libertà di corrispondere al disegno divino” di ascendenza agostiniana, tanto cara al Medioevo, né l’individualismo antisociale e antinazionale tipico del libertinismo medievale e del liberalismo moderno. È la libertà nazionale, la sovranità, la libertà di una Nazione dal giogo delle potenze straniere, una libertà che l’universo monistico e cristiano di Dante non poteva concepire, ma che il ben più accorto Petrarca intravide. I romani erano liberi perché finalmente il loro ordinamento era romano nella sua essenza, non “barbarico”, e corrispondeva così ai veri destini e alle vere esigenze della comunità nazionale, che aveva nelle sue mani la politica, ed era quindi veramente libero. Il poeta fiorentino vide con grande chiarezza la provenienza dei problemi dell’Italia: «Via su: noverate quai fossero coloro che a voi l’onore, le ricchezze, la libertà distrussero, sperperarono, manomisero. Cercate ond’e’ vennero? Quegli dalla valle Spoletana, questi dal Reno o dal Rodano o da qualche più ignobile angolo della terra ci viene mandato». La grande polemica contro il dominio straniero in Italia trova spazio anche nelle rime petrarchesche, sia contro i mercenari stranieri, le «pellegrine spade» che dipingono «’l verde terreno / del barbarico sangue» (Canzoniere, CXXVIII), sia contro molti signori italiani, servi dello straniero, che per Petrarca non sono altro che traditori. E il poeta, intransigentemente repubblicano e patriottico, non ha nessuna pietà per i traditori della Nazione, per coloro che sono disposti a vendere il proprio sangue allo straniero: «i traditori della patria quassù di ferro vendicatore morranno, e giù nel tartaro saranno delle condegne pene rimeritati […] con siffatta peste di uomini, anzi di bestie, senza ritegno di sorta, io dico essere ogni severità pietosa, ogni misericordia inumana». In questo contesto di tradimento e rassegnazione, Petrarca lancia il suo disperato appello alle signorìe italiane, perché interrompano la loro guerra intestina, che non fa che danneggiare la patria, e recuperino la virtù italica.

«Perdio, questo la mente
talor vi mova, e con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; e pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertù contra furore
prenderà l’arme, e fia ’l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne l’italici cor’ non è ancor morto»
(Canzoniere, CXXVIII)

Nel recuperare il proprio dominio, la propria sovranità, gli italiani dovranno anche recuperare il proprio spirito e la propria storia, che in verità sono stati calpestati dallo straniero. Il crimine morale commesso dallo straniero, infatti, non è solo il suo avviluppamento del popolo italiano, ma il farsi credere “erede” dell’Impero romano, benché non abbia alcun legame con l’eredità di Romolo. Per accattivarsi le masse italiane e costruirsi una qualche “legittimità” per l’occupazione, lo straniero cambia arbitrariamente la storia, offuscando le vere radici italiane distruggendo però così il cuore storico della Nazione. Da occupante straniero si proclama “liberatore”, che sia per motivi “di unità imperiale” o “di storia”. L’acutissimo Petrarca denunciò, con veementi ed irate parole, questo inganno e questo stupro della storia nazionale: «Oh impudente menzogna! A furia di dirsi bugiardamente Romani, quasi col mentire per diritto di prescrizione si acquistasse la patria, finiron col credersi Romani da senno; anzi, e di questo non so se ridere o lagrimare più si convenga, il nome di cittadino romano già loro venne a vile: né cittadini romani, ma principi romani essi si fanno chiamare: del quale io non vorrò poi tanto sdegnarmi, se consideri che non di cittadino soltanto, ma d’uomo il nome tengono a schifo». Petrarca lo esplicitò con la sue opere, e ne fece il suo messaggio politico di maggiore rilevanza: è tempo che gli italiani ritornino a vedere la verità, la loro verità storica e nazionale, che si destino al canto della loro cultura, della loro cultura autentica. Con il loro spirito ritrovato, il popolo della penisola sarà allora padrone, e sarà in grado di lanciare la sacra battaglia per la sua libertà nazionale:

«Dunque ore è ’l tempo da ritrare il collo
dal giogo antico, et da squarciare il velo
ch’è stato avolto intorno agli occhi nostri,
et che ’l nobile ingegno che dal cielo
per gratia tien’ de l’immortale Apollo,
et l’eloquentia sua vertù qui mostri
or con la lingua, or co’ laudati incostri:
perché d’Orpheo leggendo et d’Amphïone
se non ti maravigli,
assai men fia ch’Italia co’ suoi figli
si desti al suon del tuo chiaro sermone,
tanto che per Jesù la lancia pigli»
(Canzoniere, XXVIII)

Leonardo Olivetti

Note:

1. In Petrarca, tuttavia, esiste ancora un carattere ancora assai medievale, in special modo nell’intendere la letteratura, le arti e la metafisica. Infatti: «Il Petrarca era stato per i contemporanei soprattutto un Erasmo «avant lettre», un autore versatile ed elegante di trattati sulla morale e sulla vita, un epistolografo, il romantico dell’Antichità coi suoi De viris illustribus e Rerum memorandum libri IV. I temi da lui trattati erano ancora quelli del pensiero medievale: De contemptu mundi, De otio religiosorum, De vita solitaria. La sua glorificazione della virtù antica è molto più vicina al culto dei «neuf Preux», di quel che non si creda» (Johan Huizing, Autunno del Medioevo, Rizzoli, 2009, pp. 450-451).

2. Dopo gli iniziali successi e il crescente appoggio dei cittadini romani, Cola di Rienzo cominciò una parabola discendente. Con metodi autocratici ed esageratamente repressivi, si attirò le ire delle famiglie più potenti, ed anche il Petrarca si discostò dal tribuno, che finirà ucciso in un tumulto nel 1354.

3. Francesco Petrarca, Lettera XLVIII, “A Cola di Rienzo e al popolo romano”, 1347. Anche i seguenti estratti dall’epistolario petrarchesco sono tratti da questa lettera, la più importante di tutte quelle scritte a Cola di Rienzo.

http://www.statopotenza.eu/19334/dante-petrarca-boccaccio-e-la-loro-ideologia-parte-seconda

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