Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte prima

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Dante, Petrarca, Boccaccio e la loro ideologia – Parte prima

«… e di Fiorenza in popol giusto e sano»

La figura di Dante Alighieri (1265-1321), Sommo Poeta nazionale, è sicuramente quella di un artista poliedrico: non solo poeta d’importanza mondiale, non solo plasmatore dell’italiano moderno e grande intellettuale che visse appieno la propria epoca, ma anche eminente studioso e teorico della politica e della società. Scandagliando tra le sue opere e le sua vita, Dante dimostrò, con la sua penna e le sue azioni, di essere non solo un pensatore del proprio tempo, ma anche un teorico di alto livello, sempre fedele ai propri ideali e capace trasformare la sua poesia in un’arma dalle mutevoli sfaccettature.

Prima di addentrarci all’interno del pensiero dantesco, è bene considerare le premesse culturali nelle quali si sviluppò la sua visione del mondo: il Comune di Firenze tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Questo periodo era un’epoca sia di immobilismo culturale sia di dinamismo sociale: da una parte il retaggio filosofico del Medioevo (la filosofia scolastica e la sua immobile struttura metafisica, che Dante seguì sempre a metà tra Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio), il “sentire comune” medievale (un’idea cristianità che pervadeva ogni aspetto della vita, una realtà vista come corrotta dal peccato, l’attesa di un’imminente Apocalisse, la sensazione che bisognasse recuperare stili di vita ascetici, etc.), ma, dall’altra, un dinamismo economico che stava conducendo Firenze verso un’altra strada. La città di Dante non era più il comune semi-rurale, attaccato ai vecchi valori patriottici e alle libertà comunali, ma stava venendo schiacciato dagli interessi mercantilistici dei nuovi ceti che andavano formandosi. Come scrisse Mario Tobino: «I Magnati, i feudali, gli investiti dall’imperatore di sacri privilegi […] eppure a Firenze da qualche tempo, quasi all’insaputa degli stessi attori, era maturato un affare così ricco di slancio che ancora adesso ha l’aire: a Firenze era nato il capitalismo»(1).

Nonostante la distanza temporale che ci separa, il pensiero dantesco mantiene sorprendenti tratti di attualità, sia per lo studio e il grande valore che diede all’etica, sia per la sua pervasiva critica agli aspetti negativi della società umanità. Benché molti abbiano ritenuto Dante il “primo italiano”, bisogna però constatare che il suo pensiero politico (il Dante della Divina Commedia era ghibellino, e la sua politica era l’Impero universale) ed il suo patriottismo possedevano un carattere sommamente municipale: la Patria di Dante fu Firenze, mentre un’idea chiara di Italia ancora mancava. Tuttavia, seppur schiacciata da una mentalità campanilistica, la nostra penisola riaffora varie volte anche nella poesia dello scrittore, dato che il suo messaggio politico non si limitava alla sola Firenze ma si estendeva a tutta Italia, e anche ai destini dell’intera umanità. Ed è così che l’imperatore tedesco Enrico VII di Lussemburgo (ritenuto dal poeta una figura mandata dal Signore per restaurare l’Impero e l’ordine) è stato mandato «a drizzare Italia» (Paradiso, XXX) ed il programma politico dantesco, nei suoi tratti essenziali, si poneva come “valido” in tutto il contesto italiano dell’epoca (tant’è che intravide come modelli di Stati ideali non Firenze, bensì città italiane come la Verona scaligera e la Lunigiana dei Malaspina). Ma questa polifunzionalità dell’ideologia dantesca è determinata dal fatto che il suo messaggio politico aveva come fine cambiare a fondo la vita di tutta l’Europa, penetrare tutte le istituzioni a partire dagli scenari italiani; questo Impero aveva un messaggio provvidenziale, e non poteva certo limitarsi alla sola Firenze. Il disegno politico di Dante si può intendere solo in questi termini: «La Monarchia temporale, che si definisce come Impero, è il principato unico ed esteso su tutti gli uomini nella loro durata terrena, ovverosia nel campo e sulle questioni che hanno una dimensione temporale»(2), e la sua garanzia di affermazione risiede nell’«abisso / dell’eterno consiglio» (Paradiso, VII), cioè nell’imperscrutabile volontà divina. L’Impero di Dante è un progetto, strutturalmente, dai tratti marcatamente medioevali: è l’affermazione di una Monarchia universale, un Impero sul modello romano ma cristiano, che giustifica la sua esistenza nel fatto di essere conforme al provvidenziale disegno di Dio. Il Signore, secondo Dante, provvederà alla creazione di un Impero per assicurare il bene e la giustizia sulla Terra, ed opporvisi equivale ad opporsi al concetto stesso di giustizia. Cristianità e politica si confondono nell’ideologia dantesca, come anche nella sua poesia: il paradiso è, ad esempio, definito «quella Roma onde Cristo è romano» (Purgatorio, XXXIII). Tuttavia, non si tratta di una confusione tra potere civile ed ecclesiastico che, come ben sappiamo, Dante criticò profondamente(3).

Questo ordinamento sociale, benché risulti una costruzione artificiosa, del tutto medioevale e totalmente utopica, è stata dotata da Dante di chiari princìpi sociali, che ancora oggi possono colpirci per la loro capacità di penetrare a fondo tra i meandri della società. Il grande poeta fiorentino, spregiando l’astratto umanitarismo medievale che soleva ridurre tutti gli uomini a vermi di ugual misura e di ugual valore, pone in evidenza le intrinseche differenze di valore tra le persone. Gli uomini sono sì stati tutti creati da Dio, ma questo non significa che i singoli debbono abbassarsi ed eguagliarsi verso il basso nel proprio valore. Non può quindi più esistere per Dante la nobiltà di nascita, ma «esser diverse / convien di vostri effetti le radici», ed è per questo che «un nasce Solone e altro Serse»(4), e l’uomo non può che conquistare la sua grandezza grazie alla propria valenza. Ogni uomo è stato dotato di qualità uniche e di diverso valore, cose che lo portano ad eccellere nella propria professione e non in quelle assegnatili per questioni di nepotismo o di ereditarietà. Da ciò il famoso ammonimento: «Rade volte risurge per li rami / l’umana probitate» (Purgatorio, VII). Ed è partendo da queste basi che si articolano i princìpi del buon governo dell’Impero: legge, ordine, sistema economico equo. Non si tratta di una costruzione “umanitarista” conforme alle aspirazioni libertarie del popolino (che pur esistevano nel XIV secolo, anche se ovviamente molto differenti da quelle della nostra epoca), ma di uno Stato forte, ordinato, gerarchico, retto dalla virtù umana trasposta in legge e giustificata dalla provvidenziale necessità divina.

La legge, come ogni altro valore per Dante, ha un fondamento metafisico; ma in questo caso ha anche un valore sacrale, invalicabile. È ciò che impone la convivenza tra gli uomini, che assicura l’applicazione della giustizia. Tipica nella Divina Commedia è la metafora della legge come “freno”, ovvero come uno strumento che utilizza la forza per frenare le pulsioni umane, assicurando così la civile convivenza. È perciò indispensabile e va applicata nella sua totalità. Poiché l’uomo, per sua natura, «s’inganna» a meno che «guida o fren non torce» le sue pulsioni(5), l’Impero dovrà ristabilire tra gli uomini quegli ordinamenti che, a causa degli istinti anarchici e disgregatori, non sono applicati oppure sono stati obliati. Dante aveva intuito, secoli prima dei vari Hobbes e Locke, che il fondamento dell’ordine sociale e la possibilità di perpetuarlo risiede nella legislazione.

Di fronte all’inviolabilità della legge, Dante pone come suo garante la figura dell’Imperatore: il suo ruolo è essere sia il custode del sacro diritto sia colui che, tramite esso, assicurerà la felicità dei cittadini. L’“uomo dell’ordine” è per una figura forte, ordinata sì dalla Provvidenza, ma, in fondo, degna di essere tale per la propria capacità di comprendere i bisogni della Patria, di vedere per primo le soluzioni ai problemi umani: «convenne rege aver, che discernesse / de la vera cittade almen la torre» (Purgatorio, XVI). Colui che sarà Imperatore, per Dante, lo diventerà, necessariamente, sia per la sua abilità sia per la Provvidenza: ma queste due forze, nella figura del Monarca, si fondono, in un disegno di ordine che ha il fragoroso suono della profezia(6).

Tra le molte battaglie intraprese da Dante (molte di carattere strettamente morale, quasi scadenti in un moralismo tipicamente medievale), ne esiste una dal valore socio-economico senza precedenti: quella contro l’usura. Il punto di partenza del poeta fiorentino è l’usura non solo come crimine, ma anche come peccato contro natura(7), quindi una pratica doppiamente corrosiva. Ciò che rende l’usura un peccato contro la natura ha una derivazione aristotelica e biblica: l’uomo, per vivere e perpetuarsi, necessita di lavorare, ed il lavoro consiste nell’arte del creare e del dare nuovo valore agli oggetti, ottenendo così un meritato compenso; ma «l’usuriere altra via tene» (Inferno, XI), perché trae guadagno dal denaro stesso, senza produrre alcunché, ma semplicemente creando denaro sul denaro stesso a danno della comunità, di altre persone e dell’economia, creando ripercussioni in ogni ambito. E Dante vede proprio in quello che Tobino definì come “capitalismo nascente” la causa dei mali di Firenze, che conduce inevitabilmente ad altri peccati morali: corsa sfrenata al guadagno, senza alcun rispetto per la vera essenza del lavoro, interessse a guadagni subitanei, uomo visto solo come strumento di profitto. In una parola, degenerazione economica. A mo’ di epitaffio, Dante annoverò così le cause della caduta morale di Firenze: «La gente nuova e i sùbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata» (Inferno, XVI).

In un periodo di repentini e duri cambiamenti sociali, l’Alighieri già seppe intravedere dei mali che, con il tempo, si sarebbero mostrati in tutta la loro perversione, distruggendo ed alterando i valori umani. E seppe anche criticarli, ma con quella pervasività e profondità che solo la poesia può darci. Iniziò a riconsocere nello Stato una funzione molto più ampia di quella assegnatagli dai rigidi modus pensandi dell’epoca, e, pur non essendo sicuramente un teorico della politica, trattò delle questioni socio-politiche del suo tempo con sagacia e innovazione, senza cadere nei sillogismi della bassa retorica.

Di Leonardo Olivetti

Note:

1. Mario Tobino, Biondo era e bello, Mondadori, 2012, p. 27.
2. De Monarchia, I, II. Inoltre, bisogna considerare il fatto che la “necessità” dell’Impero, attribuitagli da Dante, coincideva sia con la felicità dell’umanità sia con la giustizia, e quindi incarnava la vera “libertà”: «chi vive sotto un Monarca è libero nel più alto grado», De Monarchia, I, XII.
3. I «due soli», l’Impero e la Chiesa, traggono entrambi la loro cagione da Dio, ma essi sono stati creati e predisposti per fini diversi, come d’altronde si evince dal canto VIII del Paradiso: «che quantunque quest’arco saetta / disposto cade a proveduto fine, / sì come cosa in suo segno diretta». Il fatto che sia necessario un Re assoluto corrisponde sempre alla volontà divina: «il genere umano è più simile a Dio quando è soggetto ad un principe unico, e di conseguenza quando è più conforme al volere divino», De Monarchia, I, VIII.
4. Paradiso, VIII. A fine del canto Dante rimprovera l’incapacità umana di assegnare ad ogni uomo una professione in base al suo valore: «Ma voi torcete a religïone / tal che fia nato a cignersi la spada, / e fate re di tal ch’è da sermone».
5. Purgatorio, XVI. La metafora della legge come giusto “freno” è presente anche nel canto VI della stessa cantica.
6. Si ricordi che, in tutta la Divina Commedia, Dante designa varie volte, con diverse perifrasi e con diversi motivi, la venuta di un Imperatore-Salvatore: la profezia del veltro nel canto I dell’Inferno e quella del “DVX” nel canto XXXIII del Purgatorio, per non citare i vari accenni in diversi canti.
7. Questa interpretazione, 600 anni dopo, troverà grande riscontro nel poeta americano Ezra Pound, che riprenderà esattamente la definizione dantesca di usura nei suoi Cantos: «with usura, sin against nature», Canto LXV.

http://www.statopotenza.eu/19304/dante-petrarca-boccaccio-e-la-loro-ideologia-parte-prima

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