Crisi: in "attesa" della terza ondata - di Valerio Lo Monaco

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Crisi: in "attesa" della terza ondata - di Valerio Lo Monaco

I problemi relativi alla crisi economica e all’andamento generale dopo gli straordinari interventi delle Banche centrali sono un po’ usciti dall’agenda setting dei grandi media. Da una parte perché non si tratta più di interventi straordinari in senso pieno, anzi sono diventati, o meglio, sono dovuti diventare ordinari proprio perché gli unici in grado di non far deflagrare ciò che pure è nell’aria da anni. Dall’altro lato perché continuare a parlarne avrebbe significato dover continuare a reiterare la fotografia di una situazione che non solo non si è mossa di un millimetro in avanti, ma anzi sta facendo segnare cospicui passi indietro. Al più si rimane in uno stato di immobilismo dovuto solo, appunto, agli interventi di puntello delle Banche centrali. La notizia, dunque, è fortemente negativa su tutto il fronte. E dare notizie non buone, in tal senso, farebbe fatalmente precipitare ulteriormente la fiducia dei consumatori a quel punto ancora meno inclini a consumare tanto da far sprofondare le cose ulteriormente. Per i giornali governativi, dunque, meglio tacere, occultare, rimuovere o al più sottoesporre tali temi.
Senonché c’è la situazione di stallo, anzi di retrocessione delle ultime settimane in cui l’inflazione in Eurozona non solo non è tornata a salire (obiettivo di sempre, il 2% di Draghi & Co.), ma sta invece tornando verso veri e propri livelli di deflazione. E questo malgrado il Quantitative Easing messo in campo e poi ulteriormente espanso dalla Banca centrale europea.
E allora, la notizia è proprio questa: nonostante tutti gli sforzi messi in campo, nulla si muove, se non all’indietro. In altre parole, malgrado le mosse straordinarie (che ormai sono ordinaria amministrazione per tenere in vita il malato terminale) l’economia non migliora. Con l’aggravante che più si va avanti nel tempo più le cartucce a disposizione da chi detiene le leve della valuta iniziano a scarseggiare, oltre che a essere di minore efficacia.
A livello finanziario non è un mistero che ormai da anni la stragrande maggioranza di tutte le operazioni si svolga proprio attorno alle operazioni, alle mosse, delle Banche centrali mentre invece per il resto si tratti, da parte dei traders, in un attestarsi evitando grossi sconvolgimenti negli altri settori. I mercati, insomma, si muovono di concerto e in previsione delle decisioni periodiche della Fed, della Bce, e della Boj. Oggi si riunisce il team di Draghi e verranno comunicate le mosse della Bce, la settimana prossima toccherà alla Fed e a fine mese alla Bank of Japan. C’è qualcuno che sul serio pensa in una inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti nelle politiche espansive (cioè, palliative) di questi tre grandi centri decisionali?
Comunque la pensiate, i mercati, i traders, gli investitori di un certo calibro aspettano proprio tali mosse, prima di muoversi a loro volta in modo deciso. Il che naturalmente conferma lo stato di malattia del sistema nel suo complesso, visto che l’organismo aspetta la decisione dell’anestesista prima di tentare una reazione…
In diversi ambiti di analisi finanziaria, e fatalmente dunque anche geopolitica, sono presenti ragionamenti di un certo spessore che confermano, pur da angolazioni differenti, che al momento siamo in una fase di attesa. Dopo i subprime del 2008, e quindi la crisi del debito pubblico dei Paesi europei del 2010-2012 (tuttora in corso e in crescita) quella che si attende da un momento all’altro è l’esplosione di una ulteriore mina già innescata da tempo, anch’essa in grado di portare con sé sconvolgimenti a livello globale: parliamo della crisi dei cosiddetti “mercati emergenti”. Anche Goldman Sachs stessa ha battezzato questo scenario come “terza ondata di crisi”: ogni Paese a Est (ad eccezione dell’India) sta vivendo un rallentamento economico. Le grandi ondate di denaro confluite in tali luoghi nei primi anni duemila (denaro a bassissimo costo) per investimenti in quelle economie che crescevano più di noi sono ora a rischio, nel senso che siccome anche lì l’industrializzazione è in forte calo, e le attività sulle materie prime (che sono il core business di quelle economie) sono in crisi, a questo punto non si vede un luogo sulla faccia delle terra da dove potrebbe partire (o dove potrebbe avere sbocco) una qualsiasi attività in grado di far invertire la rotta a livello globale. Solo riguardo alla Cina, ad esempio, il rapporto tra debito e Pil è più che raddoppiato in pochissimi anni: dal 121% del 2007 al 282% attuale (con inoltre tendenze di rallentamento, per i prossimi anni, proprio del Prodotto interno lordo). È abbastanza eloquente, come numero?
Ecco perché, più che di aspetti legati all’economia reale, più che in merito ai mercati azionari sulle aziende che a tali economie ancora si riferiscono, i grandi movimenti avvengono ancora unicamente in modo relativo alle decisione delle Banche centrali.
Il che, in sintesi, significa che tutto quanto è stato fatto sino a ora, tutto quanto i cittadini hanno subìto, stanno subendo e subiranno nel prossimo futuro, ovvero tutto quello che riguarda i sacrifici sull’economia reale, è (stato e sarà) irrilevante. Ce ne accorgiamo semplicemente mettendoci le mani in tasca, no? E ce lo possiamo confermare, come abbiamo visto, mettendo in fila qualche ragionamento in grado di inquadrare la situazione dall’alto, invece che rimanendo intrappolati nelle inutilità di politiche interne e scandaletti locali (che però fanno vendere tante copie).

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