17 marzo 1861: l’Italia da completare, gli Italiani da fare

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

17 marzo 1861: l’Italia da completare, gli Italiani da fare

Quattro anni or sono, il 17 marzo fu addirittura giorno di festa nazionale per commemorare la data in cui nel 1861, esattamente 150 anni prima, veniva proclamato il Regno d’Italia, evento che rappresentò una pietra miliare nel percorso di riunificazione nazionale. Pietra miliare e passaggio intermedio per la precisione, poiché si trattava di un tragitto giunto sicuramente a buon punto dal punto vista territoriale, ma ancora incompleto per molti versi.

“L’Italia è stata fatta, ora bisogna fare gli italiani” avrebbe commentato Massimo d’Azeglio: di italiani consapevoli ve ne erano, infatti, ancora pochi, forgiatisi nella Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, in ristretti circoli intellettuali, da combattenti nelle Guerre d’Indipendenza e da volontari nella spedizione dei Mille, al cui suggello Giuseppe Garibaldi aveva salutato Vittorio Emanuele II proprio come Re d’Italia a Teano il 26 ottobre 1860. Tale incontro costituì da un verso un riconoscimento al ruolo di guida svolto dal Regno di Sardegna, dall’altro lasciò amareggiati quanti, Mazzini in primis, auspicavano che il generale nizzardo proseguisse la sua marcia sino a Roma, per poi proclamare la repubblica. La scelta del sovrano di mantenere la numerazione dei re di Sardegna e di non salire al trono d’Italia come Vittorio Emanuele I, la dice lunga sulla mentalità espansionistica sabauda che aveva informato l’inizio del percorso risorgimentale, auspice Camillo Benso Conte di Cavour, e lo spostamento della capitale a Firenze (dal 1865 al 1871), contestatissimo dai cittadini torinesi, avrebbe solo parzialmente compensato quest’impostazione. La scelta del tricolore verdebiancorosso come bandiera ufficiale dello Stato unitario risultò altresì un riconoscimento a quel drappo che aveva guidato centinaia di volontari sui campi di battaglia dal 1848 in poi e che si ricollegava alla Repubblica Cispadana. Il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia in effetti i patrioti, sostenuti dalle armi napoleoniche, avevano elaborato una bandiera simile al tricolore repubblicano francese e del tutto difforme dalle tradizionali insegne dinastiche delle monarchie europee. Di ingerenze straniere nei destini d’Italia, insomma, la storia patria è ricca di esempi sin dalle origini, tuttavia le origini eterodirette della nostra bandiera sono state ampiamente riscattate dai tanti patrioti che in lei si identificarono, attorno a lei si raccolsero a Curtatone e Montanara così come a Sapri e per lei sarebbero gloriosamente caduti.

Un piccolo nucleo di italiani consapevoli attorno ai quali forgiare la nazione era comunque presente e attivo, ancorché amareggiato per alcune scelte che il neonato Stato unitario avrebbe adottato, a partire dal conservatorismo monarchico per giungere all’arretratezza sociale passando per lo scarso coinvolgimento delle masse: dal loro punto di vista, l’Italia era ancora tutta da fare. La delusione per la mancata realizzazione delle prospettive di sviluppo dell’Italia unitaria sarebbero state particolarmente sentite nel Mezzogiorno, ove la dittatura che Garibaldi aveva proclamato al momento della conquista della Sicilia aveva destato molte aspettative. Il mancato avvicendamento di classi dirigenti, abilmente riciclatesi, avrebbe alimentato il malumore sfociato nel brigantaggio grazie alla connivenza di ufficiali e soldati borbonici allo sbando dopo la capitolazione del Regno delle Due Sicilie e, contemporaneamente alla guerra di secessione statunitense, anche l’Italia nel 1861-1865 avrebbe avuto la sua guerra civile.

Ma quest’Italia, bisognosa di riforme sociali, necessitava anche di perfezionarsi da un punto di vista dei confini: mancavano Roma, la città che doveva per forza essere la Capitale, ed il Triveneto, giungendo sino in Istria, “sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna”, come recitava Dante nel IX canto dell’Inferno. La Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866 e la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870 avrebbero colmato tali lacune solo parzialmente, nella misura in cui restavano sudditi della monarchia asburgica ancora consistenti nuclei di italiani. Uno dei temi sui quali la cosiddetta Destra storica avrebbe differenziato la propria azione di governo nei primi anni unitari rispetto alle istanze della Sinistra e degli “extraparlamentari” (mazziniani e reduci garibaldini) sarebbe appunto stato l’impegno destinato al completamento dell’unificazione, giudicato secondario rispetto al consolidamento delle istituzioni statuali.

A tal proposito, nel febbraio del 1877 a Napoli si svolsero i funerali del Senatore del Regno Paolo Emilio Imbriani, una delle figure più importanti del patriottismo meridionale. Suo figlio Matteo Renato durante l’orazione funebre salutò i numerosi connazionali giunti a rendere omaggio all’augusto genitore dalle “terre irredente”, cioè non ancora redente dalla dominazione austro-ungarica (Trentino e Venezia Giulia). Un giornalista viennese, con intenti dileggiatori, definì Imbriani jr. “irredentista” appunto, coniando un’espressione destinata ad una crescente fortuna. Oggi si parla di irredentismo nei più svariati contesti geografici (ad esempio irredentisti sono stati definiti i russi di Crimea e del Donbass), ma inizialmente tale espressione, tipicamente italiana, riguardava solamente le rivendicazioni nei confronti di terre non ancora racchiuse nei confini dello Stato italiano benché abitate da italofoni. Nizza e la Savoia (cedute alla Francia nell’ambito delle complesse operazioni diplomatiche che posero fine alla Seconda Guerra d’Indipendenza) ma anche la Corsica, i già menzionati Venezia Giulia (termine coniato dal glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli nel 1863 con lo scopo di definire il territorio austriaco abitato a maggioranza da italiani racchiuso tra l’Adriatico e le Alpi Giulie) e Trentino così come Fiume e la Dalmazia, Malta ed i cantoni svizzeri del Ticino e del Vallese: i confini naturali disegnati dall’orografia indicavano ai patrioti risorgimentali quelle terre che dopo tre Guerre d’Indipendenza non erano ancora entrate nello Stato nazionale. È curioso poi rilevare come, proprio durante il governo dell’ex garibaldino siciliano Francesco Crispi, gran parte di queste aspirazioni sarebbero state zittite e messe in secondo piano dalla scelta di realpolitik di far aderire nel 1882 Roma alla Triplice Alleanza con Berlino e Vienna, il “secolare nemico”: per oltre trent’anni la politica delle “compensazioni” avrebbe illuso l’opinione pubblica d’ispirazione patriottica che fosse possibile completare l’Italia per via diplomatica.

Da questo rapido excursus possiamo comprendere come attorno al 17 marzo del 1861 abbiano ruotato diverse problematiche e l’Italia fosse ben lungi dall’essere fatta ed efficiente. La conseguenza non deve essere rappresentata dal nostalgismo nei confronti degli stati preunitari ovvero la denigrazione di Garibaldi massone e dei piemontesi fucilatori di contadini meridionali. Le celebrazioni dei 150 anni d’Italia sono in effetti state una mancata occasione di approfondimento critico e si sono rivelate una sequenza di manifestazioni patriottarde che poco hanno lasciato nelle coscienze nazionali, tuttavia sta a noi oggi e domani agire, studiare e operare nel sociale e nel politico per far sì che finalmente l’Italia sia sovrana sotto tutti i punti di vista e gli italiani consapevoli della propria identità.

Lorenzo Salimbeni

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