Migranti e profughi: quanta deliberata confusione - di Ferdinando Menconi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Fonte: Il Ribelle
 

Fra migranti e profughi è caos totale, ma è non tanto per quello riportano le immagini di un esodo che ricorda le profetiche pagine de “Il campo dei Santi” di Jean Raspail, quanto per il disinvolto uso che si fa nell’impiego dei due termini da parte di una (dis)informazione mainstream, che cerca di farceli passare come sinonimi che definiscono identiche situazioni: nulla di più falso.

Il profugo, infatti, se vero profugo - ma ai fini di questo articolo consideriamolo sempre “vero” – è per certi versi l’antitesi del migrante: se vogliamo giocare sulle parole egli è piuttosto un migratore che, finito l’inverno della guerra, auspica di tornare al nido che ha abbandonato nella sua terra, mentre il migrante abbandona la sua terra per restare in quella dove intende arrivare.

Il profugo, il rifugiato, il richiedente asilo, questi sì sono termini che, per esigenze di quella buona scrittura che aborre le ripetizioni, il giornalista può considerare come intercambiabili e impiegarli come sinonimi: indicano tutti persone che fuggendo da qualcosa, guerra o persecuzione politica, cercano temporaneo rifugio all’estero, anche se non necessariamente all’estero, come fu il caso dei giuliano-dalmati, ad esempio.

Il caso del profugo quindi è profondamente diverso da quello del migrante, già a partire dal suo stesso punto di vista: egli non va verso qualcosa, ma se ne va da qualcosa e suo malgrado. Certo andandosene, necessariamente, va da qualche parte, ma è un qualche parte che si auspica essere provvisorio (ribadiamo che stiamo parlando del vero profugo) e, quindi, quel qualche parte dovrebbe essergli relativamente indifferente, poiché auspica la temporaneità del suo esilio.

Il profugo, poi, è, o dovrebbe essere, grato al paese che lo accoglie e, pertanto, tendere spontaneamente a trasformarsi in una risorsa per quel paese, qualora, purtroppo per lui, il suo esilio dovesse divenire definitivo. Un caso di questo genere, peraltro abbastanza comparabile per dimensioni a quello siriano, l’Europa lo ha già vissuto: fu quello degli armeni scampati al genocidio turco del 1915. Caso che differisce da quello odierno, sostanzialmente, solo nel fatto che era gente che approdava in Europa già conscia che la sua diaspora era definitiva. Gli armeni sono il miglior esempio di come un profugo, anzi una massa di profughi, possa, pienamente e rapidamente, integrarsi con le società che li ha accolti e dare a questa moltissimo, arrivando, addirittura, al punto di diventare bandiere della cultura del paese che li aveva accolti: un caso su tutti Charles Aznavour(yan). 

L’esempio armeno ci insegna, inoltre, che il profugo ha, se non il diritto, almeno la legittima aspirazione di trovare rifugio là dove già ci sono comunità loro affini: la diaspora si diresse principalmente, infatti, dove già vi erano delle comunità armene, già ben integrate nel loro caso. Questo avviene perché ciò permette al disperato - perché il profugo è sempre un disperato - di ritrovarsi in una rete di solidarietà che va ben oltre quanto possa essere messo in piedi dallo stato ospite, per quanto solerte sia, e che ne facilita una integrazione più rapida e efficace, qualora l’esilio dovesse protrarsi nel tempo. Una buona integrazione è, inoltre, un vantaggio per lo stato ospite pur se il profugo torna in patria: questa potrebbe innescare relazioni privilegiate col paese di provenienza, una volta che il profugo vi abbia fatto ritorno.

I casi del profugo o del rifugiato sono, quindi, ben diversi da quello migrante, ma il mainstream preferisce intorbidire le acque e confonderli, condendo il tutto col dimenticare che profughi non sono solo i siriani, ma che anche dal Donbass in centinaia di migliaia vanno in Russia per fuggire dalla guerra. Quella, però, è una guerra di Ms Victoria “Fuck the EU” Nuland e George Soros, quindi bisogna tacere che anche là vi è una emergenza umanitaria, inoltre, ma guai a dirlo, rifugiati sarebbero anche gli ucraini renitenti alla leva militare di Poroschenko. Così come bisogna scordare che richiedenti asilo sono pure Assange e Snowden, ma loro vanno cancellati e dispersi nella fiumana degli esodi epocali: i casi singoli sono, però, spesso molto scottanti e non possono essere liquidati con del buonismo di maniera, e ciò imbarazza il mainstream, specie quello nostrano, che rifugge da ogni messa in discussione del potere costituito.  

Veniamo ora a quelli che anche noi definiremo migranti, accettando di malavoglia questo buonista, ma sinistro, termine, che ha sostituito i più corretti emigrante eimmigrante, rei di aver il difetto suggerire una nota di soggettività, specie nel caso degli “imm”, al quale va imperativamente sostituita una subliminale oggettività che possa rendere più difficili le contestazioni e le critiche. Il lato sinistro del termine, invece, nel rimandare inconsciamente alle grandi migrazioni che portarono alla caduta dell’Impero Romano, è molto più in linea con i tempi: le somiglianze non sono, infatti, poche, specie se si pensa all’accoglienza umanitaria che i romani riservarono ai goti che fuggivano dalla guerra. Gli uomini, però, si sa, non imparano nulla dalla Storia, soprattutto, come è da ritenere sia il caso nella odierna ignoranza dilagante, non la conoscono.

Va allora, innanzitutto, chiarito che “migrante”, se non è accompagnato da attributi o apposizioni, non è solo quello sui barconi o che si accalca sul filo spinato alla frontiera fra USA e Messico, anzi questi sono dei casi in cui si necessita di specificazioni. Quando però il migrante è genericamente migrante, questi è quella persona che si sposta, di solito per restarvi, in un paese estero alla ricerca di maggior fortuna, o anche solo per maggiori stimoli professionali, seguendo le debite procedure legali. Fra i migranti rientrano a pieno titolo, infatti, nonostante dal mainstream non emerga chiaramente, anche i cervelli in fuga dall’Italia, cioè gente con titoli di studio e buona formazione professionale che potrebbe vivere, nella maggior parte dei casi, anche a casa sua. Non solo: anche un calciatore che trova un contratto multimilionario all’estero è un migrante, anzi è più migrante degli altri, perché continuerà a spostarsi di club in club alla ricerca del contratto migliore. L’equazione migrante – fuga dalla fame è quindi falsa, non tutti emigrano per fame: anche se è vero per i più, non è vero per tutti.

L’equazione diventa, invece, vera quando parliamo dei migranti clandestini, attributo necessario, che il boldrinismo del politicamente corretto aborre, per inquadrare il fenomeno della migrazione mediterranea, che non va confuso con quella siriana. I barconi che solcano il Mediterraneo sono, infatti, carichi di migranti clandestini: piaccia o no, alle nostre suorine della sinistra, ed il problema sta proprio in quel clandestini

Una immigrazione incontrollata porta gravi scompensi, che colpisce non solo la comunità indigena, ma anche quella importata. Scompensi sociali ed anche economici, che si ripercuotono necessariamente anche su chi cercava luoghi più ricchi dove trasferirsi per una vita migliore: sarà così miglior la vita in una Europa cui spetterebbero 20 anni di crisi da migranti, come gongolando preconizza il Pentagono?

Il migrante, più ancora del profugo, è necessario venga integrato, ma l’integrazione non sta nel permettergli di restare quello che è, bensì adeguamento ai principi e ai costumi del luogo di accoglienza: quando lo straniero impone i suoi usi, costumi e leggi, non è più immigrazione: è invasione. Non dimentichiamo che anche il Mayflower era un barcone della speranza e gli indiani accolsero e aiutarono quei primi migranti europei senza alcuna politica di controllo dell’immigrazione: le conseguenze sono note. Forse non si è a quegli eccessi, ma il “forse” resta d’uopo, perché c’è almeno una fetta di migranti che mira a imporre la sua legge nei luoghi di stanziamento.

Naturalmente la crisi umanitaria c’è, ma il migrante clandestino non lo si salva dall’annegamento e dallo sfruttamento con boldriniane parole di indiscriminata accoglienza, certo non lo si può lasciar morire, va soccorso in mare, ma sono politiche non dettate dall’emozionale, bensì dal razionale, come il dissuaderlo dal prendere il mare. Solo una azione economica mirata nei luoghi di emigrazione può portare a soluzioni a questo fenomeno epocale, ma lì si andrebbero a toccare gli interessi degli amici dei Junker di turno, allora diviene necessario spostare l’attenzione e confondere, è proprio il caso di dire, le acque, lavoro che l’informazione mainstream sta svolgendo egregiamente.

Non vogliamo, con questo nostro “sottilizzare” o enfatizzare le differenze fra profughi e migranti, scindendo ulteriormente questi fra clandestini e non, esprimere alcun giudizio di valore o attizzare polemiche da talk show, ma inquadrare, chiamando le cose col proprio nome e usando i termini più aderenti alla realtà, al meglio i vari aspetti della crisi migratoria. Le parole sono importanti, anzi determinanti, per inquadrare correttamente un problema e, conseguentemente, per l’individuazione di soluzioni. Chi boicotta questisofismi nominali in realtà boicotta anche le soluzioni: la fine della guerra in Siria, ad esempio nulla cambierebbe sulle rotte della disperazione mediterranee, ma è meglio reindirizzare, fuorviandola, l’opinione pubblica europea.

La soluzione dell’esodo siriano sarebbe, infatti, abbastanza facile, se solo vi fosse volontà politica, mentre di ben altra complessità sono le radici delle migrazioni africane. Ma, come per la Siria, anche per l’Africa manca la volontà politica di cercar soluzioni, anzi la crisi viene provocata e cavalcata: un esempio ne sono deliri numerici sugli immigrati di cui abbiamo bisogno per pagare le pensioni e far crescere il PIL. Poi: perché trovar soluzioni a guerre che l’occidente stesso ha scatenato per suoi interessi, mal gestiti peraltro,  geopolitici? Perché far arricchire gli africani quando le loro risorse servono a ingrassare ristrette oligarchie, che traggono ulteriori vantaggi dalla pressione migratoria sul lavoratore europeo? Meglio mistificare e sfruttare l’emozionale per meglio depistare.

Confondendo migranti e profughi si fa, infatti, leva sull’emozionale, riuscendo così a incentrare tutto sul soccorso immediato, quando invece l’intervento dovrebbe essere strutturale, soprattutto quando si tratta dell’emigrazione dall’Africa, dove l’attuale imperialismo economico delle multinazionali, in cui l’Europa svolge un ruolo comprimario rispetto a Cina e USA, sta facendo più danni di quello tradizionale dei secoli scorsi. Al solito, però, si preferisce puntare il dito verso qualcosa che non c’è più, così non si disturbano i grandi interessi e  si può far leva sui sensi di colpa del comune cittadino europeo al fine di raggiungere scopi ben diversi dalla tutela del migrante.

Qualunque sia l’opinione che sia abbia dei fenomeni, si simpatizza o meno con migranti, profughi o indigeni, è di estrema importanza aver chiari i significati delle parole e saper così discernere quando vengono usate in maniera strumentale e/o distorsiva. Perché la battaglia delle parole, non cesseremo mai di ripeterlo, è determinante per resistere a chi vuole imporre surrettiziamente la propria visione, distorta, della realtà, e impedire che uno possa farsene una indipendente, basata su fatti e dati quanto più oggettivi possibile. 

Poco importa quale sarà l’opinione che uno finirà per maturare, basta che la maturi difendendosi dal pensiero unico dominante al servizio d’interessi che mai coincidono con quelli dei singoli e delle collettività: ogni volta che sentite qualcuno dire che distinguere fra migranti e profughi, anche se siete a favore dell’accoglienza indiscriminata, è inutile, cinico, questione di lana caprina, inutile sofisma o polemica, bene sappiate quel qualcuno vi vuole fregare, anche se sembra d’accordo con voi.

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