La Polonia balla da sola: Pil oltre 3%, euro può attendere

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

La Polonia balla da sola: Pil oltre 3%, euro può attendere

Recesja (recessione), una parola che in Polonia resta in sonno sulle pagine del vocabolario. La sesta economia dell'Unione europea continua a marciare con un passo fuori dal comune. Basta guardare i numeri della crescita economica. Tra il 2008 e il 2014 il Pil dell'Unione Europea è cresciuto dello 0,7%, quello della Polonia è salito del 24%. Per quest'anno il copione non cambia. Se per l'Unione, secondo le previsioni di Bruxelles, la crescita media è attesa intorno all'1,3%, Varsavia potrebbe archiviare il 2015 a +3,3%. Se continua questo trend, la Polonia nel 2025, secondo uno studio della McKynsey, potrebbe superare il Pil procapite di alcuni paesi che la precedono, quali Portogallo, Spagna e Italia.

Numeri che racchiudono la recente storia economica di un Paese che, uscito in ginocchio dal comunismo, ha saputo reinventarsi a partire dalla metà degli anni 90. La spinta decisiva è arrivata dal 1996 con la creazione delle zone economiche speciali (Zes) e l'azione costante del Paiiz, l'agenzia per gli investimenti esteri, che ha replicato con successo quanto fatto dall'Ida, l'agenzia irlandese per lo sviluppo, se quest'ultima ha trasformato l'Irlanda nella Tigre Celtica, la prima ha portato la Polonia dall'archeologia industriale ad hub europeo dello sviluppo economico.

Oggi le Zes sono 14 ed offrono un robusto pacchetto di incentivi, senza dimenticare che l'imposta sul reddito di impresa, valida su tutto il territorio nazionale, viaggia con una aliquota del 19%. Ma le grandi imprese industriali che si stabiliscono nelle zone speciali godono di una franchigia fiscale sugli utili pari al 25% della loro spesa per investimenti, per quelle medie si passa al 35%, per quelle piccole al 45%. Le franchigie sugli utili variano di zona in zona e vengono decise dal governo nel tentativo di mantenere forme di sviluppo economico equilibrato tra le diverse aree del paese.

Per le imprese del settore dei servizi che hanno una più bassa intensità di capitale, l'aiuto si traduce in una franchigia di due anni sul costo del lavoro, che peraltro rimane su livelli molto contenuti, il salario lordo medio viaggia poco sopra i 900 euro al mese.

Poi una burocrazia lontana mille miglia dalle prassi del Bel Paese. L'impresa che vuole aprire uno stabilimento industriale,oppure un centro commerciale, ha tempi in linea con i ritmi della globalizzazione. Dalla presentazione del progetto, alla sua approvazione, al successivo acquisto del terreno su cui costruire il sito produttivo, alla costruzione dello stesso e l'avvio della produzione passa mediamente poco più di un anno. A prima vista si potrebbe immaginare un fenomeno di cementificazione selvaggia, eppure nella zona speciale della Slesia, la prima ad avere questo status con investimenti pari 5,2 miliardi di euro, il 43% del territorio è occupato da foreste.

Il denaro per attrarre gli investimenti stranieri e locali nelle zone economiche speciali, dove insieme alle imprese sono cresciute di pari passo infrastrutture e logistica, prima dell'adesione all' Unione europea era soprattutto in capo al bilancio pubblico. Poi dal 2004, anno di ingresso nella Ue, il grosso dei fondi arriva dall'Unione europea con un grado di utilizzo intorno al 96%.

Per il periodo 2014-2020 la Polonia dispone di circa 100 miliardi di euro di fondi comunitari che incoraggiano gli investimenti diretti dall'estero (Ide). Alla fine del 2013, lo stock di investimenti diretti dall'estero ammontava a circa 220 miliardi. I tre settori preferiti: quello manifatturiero (vale il 30% degli Ide), poi finanza e assicurazioni (25%), commercio (15%), in forte crescita l'Information Technology. Tra i plus, un sistema universitario funzionale alle esigenze del mercato del lavoro che nel 2014 ha sfornato 420mila laureati, tutti parlano più di una lingua straniera, inglese e tedesco al top.

La Germania resta il maggiore investitore estero con un stock di oltre 27,5 miliardi, l'Italia viaggia al sesto posto con 9,2, miliardi, non ci sono solo i grandi nomi come Fiat, presente in Polonia dal lontano 1921, Brembo, Ferrero, Finmeccanica, Astaldi e Salini-Impregilo, ma anche una numerosa pattuglia di medie imprese,spesso nel ruolo di fornitori.'Direi che l'imprenditoria italiana presente si muove su quattro terreni, quello commerciale con un interscambio annuale di circa 17 miliardi, quello degli insediamenti produttivi, quello delle infrastrutture e quello della difesa, sempre più promettente dopo l'ingresso del paese nella Nato' spiega Alessandro De Pedys, ambasciatore d'Italia in Polonia. Sui numeri della presenza tricolore si parla di circa 1.500 imprese, 'non è un numero lontano dalla realtà, dopo le grandi imprese e quelle medie, si affacciano sul mercato quelle piccole, che hanno un maggiore bisogno della nostra consulenza. E poi aumenta la presenza italiana nel commercio al dettaglio, nella ristorazione, nella gelateria, tutti attratti dalla crescita di una classe media. Tra le curiosità, veramente singolari, e devo dire che mi ha fatto un pò sorridere, c'è anche chi vorrebbe aprire un sexy-shop' sottolinea, con una punta d'ironia, Giuseppe Federico, Direttore dell'Ice di Varsavia.

Ovviamente non c'è rosa senza spine. E almeno due appaiono le sfide più importanti del paese. La prima si giocherà sul terreno del fabbisogno energetico, si dovrà ridurre la dipendenza dal carbone, oramai poco conveniente oltrechè fonte di diseconomie esterne, tanto che le energie rinnovabili cominciano a coprire il 15% del fabbisogno energetico. Ridimensionare o chiudere il settore minerario, non è solo una questione economica ma soprattutto politica: i minatori, ben 500mila, votano e non vogliono spostarsi nel manifatturiero dove gli stipendi sono più bassi. E le elezioni politiche sono vicine, si vota a fine ottobre, una questione tra il centro-destra, al governo, e la destra all'opposizione, sinistra non pervenuta. Ma la Polonia non è la Gran Bretagna di Maggie Thatcher degli anni 80 che piegò gli agguerriti minatori dei fallimentari giacimenti di carbone del Galles.

La seconda sfida riguarda la posizione del Paese nella catena globale di creazione di valore aggiunto. E' vero che la Polonia, guardando i numeri dell'anemica crescita economica dell'Unione europea, balla da sola ma su una pista costruita con il decisivo contributo dei fondi europei, che peraltro ha saputo mettere a frutto. Dopo il 2026, quando scadranno i benefici concessi alla zone economiche speciali, che hanno contribuito alla spinta del Pil e creato centinaia di migliaia di posti di lavoro, la musica potrebbe essere diversa. Dopo aver attratto le imprese straniere inserendo il Paese nel 'backbone' del sistema industriale paneuropeo, che va dal Nord Italia, alla Germania alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia, ora si dovrà internazionalizzare ed accrescere la dimensione delle imprese nazionali, anche fuori dal contesto dell'Unione europea.

Tra le nuove parole d'ordine coniate per le imprese polacche dal ministero dell'economia ci sono 'go to Asia, go to Africa'. Non sarà una passeggiata. In questa direzione, proprio dalla Slesia, c'è Aiut, 400 dipendenti, fatturato di 40 milioni di euro, un piccolo gioiello dell'automazione, della telemetria in remoto (lettura dei contatori a distanza, un tema caldo in Italia considerando la cattiva abitudine dei pagamenti delle bollette sui consumi presunti, una sorta di anticipo del cash-flow alle utility da parte delle famiglie, salvo conguaglio), dell'IT management. Aiut da tempo lavora con i grandi nomi europei, quali Siemens, Bmw, Fiat PowerTrain, Shell, Abb, è entrata in Cina e avviato una joint venture in India. Il suo fondatore Bruno Gabris parla italiano, orgoglioso della sua multinazionale tascabile, ' devo dire grazie all'Italia, molte primavere fa, io e il mio principale collaboratore, lavoravamo per Ansaldo Sistemi e Elsag, lì abbiamo imparato diverse cose'.

E l'euro? Può attendere. Se prima della crisi dell'Eurozona oltre la metà dei polacchi vedeva con favore l'adesione alla moneta unica; oggi, stando ai sondaggi, circa il 70% non ne vuol sentire parlare. 'Sappiamo che il nostro destino sarà un giorno nell'euro ma non faremo questo passo finchè l'architettura dell'Unione monetaria non sarà migliorata', dice Ilona Antoniszyn-Klik, vice ministro dell'economia. E quel rapporto deficit/pil sopra il 3%, negli ultimi 3 anni, oltre la soglia di medio termine che impedisce il pieno rispetto di tutti i criteri per l'adesione alla moneta unica, è accolto con malcelata benevolenza. Pericolo scampato, almeno così pensano a Varsavia, si può vivere anche con lo zloty.

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