La Grecia potrebbe essere una cavia

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Dalle grandi promesse delle Olimpiadi alla crisi finanziaria
Dalle grandi promesse delle Olimpiadi alla crisi finanziaria

Pur senza ammetterlo, molti Paesi europei si sono rispecchiati nel dramma vissuto in questi mesi dalla Grecia. Perché oggi tocca ad Atene e domani potrebbe capitare a un altro Paese in difficoltà. La fragilità economica della Grecia, che ha arrancato dietro riforme per troppo tempo rinviate e tagli agli sprechi, in particolare nella pubblica amministrazione, che hanno fatto lievitare enormemente il suo debito pubblico, hanno generato un lungo braccio di ferro tra Atene e Bruxelles. Sino a quando dall'Europa, dopo che la Germania aveva puntato i piedi, è arrivato un aut-aut. Ma oggi tutti si chiedono se la Grecia non sia stata una cavia della coerenza finanziaria, di quel rigore evocato in particolare dalla cancelliera germanica Angela Merkel. E questo avviene mentre incredibilmente il Pil greco, secondo i dati forniti dall'Elstat, l'ufficio statale di statistica ellenico, è cresciuto del 1,6% nel secondo trimestre del 2015 a fronte di una crescita stimata del 1,4% per lo stesso periodo. Un salto in avanti che ha aperto anche una discussione interna, dopo i pesanti tagli di personale pubblico e privato. Una strada, tuttavia, quella delle riforme che è ormai senza ritorno. Per avere il via libera del popolo sul risanamento il leader di Syriza ed ex premier Alexis Tsipras, ha chiesto e ottenuto nuove elezioni, che si svolgeranno il 20 settembre. Tsipras, che in questi mesi ha dovuto fare i conti con una forte contestazione interna, chiede una maggioranza forte e ampia che lo spalleggi per uscire dalle sabbie mobili. Ma gli ultimi sondaggi sono contraddittori e rilevano una brusca frenata del movimento a vantaggio del centro destra.
La specificità greca viene dal suo passato. La sua fragilità economica è stata a lungo mascherata, i dati finanziari sono stati truccati. L'Unione europea ha reagito duramente, e teme di perdere i suoi soldi. Sorge così il dubbio che l'Unione europea non convenga se non sia meglio uscirne alla spicciolata o smantellarla addirittura. Ma la Grecia non è una cavia - o sì?
Prima, molto prima del Grexit, la grecia sembrava pronta al balzo. Ricordate?
La storia greca vede uno spartiacque importantissimo nel 1974: fine della dittatura dei Colonnelli, abolizione della monarchia, domanda di adesione alla (allora) Comunità europea, e ammissione nel 1979. Svoltata dunque una pagina carica di storia, la Grecia appare un paese dinamico, attivo specie in industria alimentare, turismo, commercio marittimo. Con le Olimpiadi del 2004 come d'incanto appare un'immensa quantità di denaro dovrebbe consentire grandi investimenti e far fare un balzo in avanti non solo all'economia ma anche alla società greca.
Sembra una bella favola. E poi?
... e poi è arrivata la resa dei conti! I prestiti vanno rimborsati, le promesse mantenute. Di fronte alle strette della finanza che, per natura, non è mai generosa e caritatevole, il terzo Papadopoulos (una dinastia politica che ha dominato la lotta politica greca per mezzo secolo) deve ammettere che i conti presentati per ottenere i prestiti erano stati truccati: è l'inizio della crisi, meglio, della frana greca, che sfortunatamente si intreccia con la crisi statunitense di Lehman Brothers iniziata nel 2008. Ormai, la finanza mondiale vive nel panico e i risparmiatori del mondo occidentale non si fidano più di nessuno.
Di fronte allo shock la società greca caccia I vecchi governanti?
Dapprima almeno, e sostanzialmente fino, al 2012 il sistema politico cerca aggiustamenti nuovi tra vecchi partiti e vecchie clientele politiche, non facendo altro che accelerare il degrado, e il crollo dei bipartitismo del sistema, che è certificato dal successo elettorale di Syriza, un partito che nel decennio precedente aveva raccolto gruppi diversi di aree sostanzialmente progressiste, alcune più estremiste altre meno. È da quel partito che sta per emergere la personalità davvero notevole di Alexis Tsipras, destinato a diventare primo ministro, principale gestore della trattativa/braccio di ferro con i creditori di tutto il mondo, e astuto ed esperto (nonostante abbia solo 41 anni) negoziatore. Ma non si può essere ancora sicuri se la sua impostazione sia destinata a trasformare la vita politica greca o se la tradizionale astuzia di cui il popolo greco è sempre stato accreditato non lo stiano semplicemente guidando fuori dalla tempesta, prima di riprendere la navigazione tradizionale.
Perché la crisi non ha inquietato soltanto i finanzieri, ma anche i politici?
In effetti, bisognerebbe tenere distinte le due partite che si vanno ora giocando, una con i creditori, una con i soci dell'Unione Europea. I primi cercano semplicemente di portare a casa i soldi incautamente prestati; se le cose andranno male, perderanno il posto, e basta. Ma se i rapporti tra la Grecia e il resto dell'Ue (che poi al suo interno ha ancora la distinzione tra coloro che sono entrati e chi è rimasto fuori dalla zona-euro) si guastassero, il paese si troverebbe escluso dal "salotto buono", nel quale Tsipras finora, in maniche di camicia e senza cravatta (un altro modo di sfidare la borghesia internazionale del denaro?), è entrato senza chiedere il permesso e uscendone sbattendo la porta. Per la Grecia si aprirebbe allora una fase di quasi-fallimento, risollevarsi dalla quale sarebbe dolorosissimo.
Ma l'Unione è disposta a sostenere la Grecia?
Tutti sappiamo che la Germania e la maggior parte dei membri nordici dell'Unione sono intenzionati a non permettere alla Grecia di "farla franca" e a obbligarla a seguire le loro prescrizioni. Ma ciò comporterebbe politiche economiche restrittive, riduzione dei privilegi, aumento delle tasse, e così via. Il malato pagherebbe i suoi debiti, ma rischierebbe di morire per eccesso di medicine... Ma Francia e Italia (minacciate di difficoltà di bilancio non da poco) preferirebbero politiche di rilancio, di investimento, di indebitamento, finalizzate prima allo sviluppo e poi dopo al pagamento dei debiti. Politiche punitive o di rilancio? Questo è il dubbio ancora da sciogliere.
Non ci sono le leggi dell'economia a dirci che cosa si deve fare in questi casi?
Non basta fidarsi dei libri e delle teorie quando un paese non particolarmente dotato dalla natura si trova a dover governare un tasso di disoccupazione del 25% assoluto, e che dal 2009 a oggi è aumentato del 273%! Nessuna teoria economica ci potrà mai dire come si gestisce la crisi sociale, che è un problema da politici. Che l'economia teorica e quella applicata siano separate da un vallo enorme (al quale la stessa scienza economica non pensa ancora con sufficiente attenzione), e che quindi le ricette astratte non siano sempre direttamente applicabili, ce lo mostrano le grandi crisi finanziarie del passato, da quella del '29 a quella del 2007/8: com'è possibile che gli economisti non avessero capito che cosa stava succedendo e per quali ragioni? Eppure, nessuno ha saputo prevedere che cosa sarebbe capitato... e tutto il mondo ne pagò e ne paga le conseguenze.
Ma i debiti non li fanno gli economisti, non toccherebbe ai politici intervenire?
È vero e proprio per questo la crisi greca richiama la nostra attenzione su qualche cosa di più ampio e profondo di una difficoltà contingente di un paese. Da una parte c'è il timore di un contagio della crisi ad altri paesi; dall'altra l'abilità diplomatica dimostrata da Tsipras che ha replicato alle minacce della "troika" Ue, Bce, Fmi con la chiamata elettorale al popolo la scorsa estate (che ora replicherà proprio in vista di una legittimazione democratica forte di fronte alla quale i soloni dell'Unione si troverebbero in imbarazzo). E in mezzo emerge la realtà politico/istituzione complessiva che la crisi greca ha messo a nudo. Potrebbe darsi che l'Unione abbia commesso degli errori nel suo allargamento e nell'accoglimento troppo rapido di sempre nuovi membri non del tutto affidabil. È possibile che i 28 membri dell'Ue (o a anche soltanto i 19 della zona-euro) convivano senza condividere un unico e unitario sistema di diritto civile, che comprenda, tanto per intenderci, sia le decisioni sui sistemi pensionistici sia quelle sulla tassazione, sui diritti e doveri dei cittadini. Per intanto, nel mese di settembre, più di 4 miliardi di euro devono esser trovati dalla Grecia e mandati ai creditori...
Ma allora il problema travalica di molto in caso greco?
È proprio così: per un verso il progetto europeo nasce da un grande ideale e ha prospettive di grande civiltà, ma dall'altra comporta difficoltà e costi (almeno in itinere) non indifferenti, che tutti gli europei devono essere disposti ad accollarsi. La democrazia ha dei vantaggi, ma "costa": soltanto se ce ne rendiamo conto, sapremo affrontare dei sacrifici a cuor leggero!

Luigi Bonanate

Fonte: www.swissinfo.ch