La (dubbia) moralità del profugo - di Ferdinando Menconi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Inutile nascondercelo, la foto del bambino curdo di Kobane morto sulle spiagge di Bodrum ci ha toccato tutti. Che poi si sia cercato di esorcizzare il sentimento nelle solite polemiche all’italiana è un altro conto, talvolta i complottari sanno essere peggiori del mainstream, ma, sul momento, tutti abbiamo partecipato al dolore di quel padre. Tutti o quasi, perché ai funerali qualcuno ha brillato per la sua polemica assenza: i combattenti di Kobane.

Questa notizia è appena trapelata e non è stata in alcun modo amplificata perché il mainstream era troppo impegnato ad attribuire al profugo la massima dignità, quindi non era opportuno far sapere che, oltre a fuggire, si può pure combattere. Sta di fatto, invece, che molti siriani, curdi siriani nel caso di specie, considerano più onorevole essere combattenti che profughi, anzi: per costoro chi abbondona la lotta per una vita migliore è addirittura da disprezzare.

Quando la guerra arriva sulla soglia di casa il modo più efficace per difendersi è combattere, non abbandonare le posizioni. Certo, si può obiettare che è facile dirlo quando i combattimenti sono lontani e si sta dietro un computer e non dentro una trincea, ma l’approvazione incondizionata di colui che scappa sembra quasi essere un prepararsi a una pronta fuga corredata da piena giustificazione morale, qualora la guerra dovesse raggiungere anche il popolo delle tastiere.

Nessuno può, comunque, sapere come reagirebbe se gli spari risuonassero a un paio di isolati di distanza, né chi si crede coraggioso, né chi si crede vigliacco, tuttavia questo non deve portare all’esaltare chi fugge e all’ignorare chi combatte: certo si può scegliere di scappare, ma con la coscienza che questo, fatte salve le debite eccezioni, è un atto di viltà.

Va, poi, rimarcata, la profonda incoerenza di coloro che oggi legittimano incondizionatamente l’esser profugo, ma che solo l’altro ieri postavano sui social le foto delle eroiche miliziane curde di Kobane o delle soldatesse dell’esercito governativo. Certo si può legittimamente scegliere chi esaltare, ma esaltare entrambe le figure è incoerente, se non contradditorio.

La resistenza delle donne di Kobane ha ristretto il campo di coloro che godono del diritto a scegliere di esser profughi senza perdere di dignità: un tempo combattere, in situazioni del genere, era dovere di ogni uomo in grado di reggere le armi, ma ora questo dovere è stato esteso a ogni uomo o donna in grado di reggere le armi. Se una volta il diritto incontestato ad essere profugo era di donne, vecchi e bambini ora si è ristretto alle ultime due categorie, categorie che dovrebbero, quando possibile, viaggiare insieme: una per dare continuità a un popolo minacciato di essere spazzato via, l’altra per trasmettere la memoria e la cultura di questo.

Vogliamo sottolineare il “quando possibile” perché, nel caso siriano, il viaggio verso l’Europa è troppo duro per i vecchi: qualcun altro potrebbe, quindi, essere onorevolmente delegato ad accompagnare i bambini. Diverrebbe pertanto legittimo che fra i profughi vi sia anche gente abile alle armi. Il caso che abbiamo di fronte, però, non rispecchia questa ipotesi: la fiumana di gente che sta attraversando l’Europa dovrebbe essere composta essenzialmente da bambini e non da una maggioranza di adulti, elemento che desta sospetti e legittima le critiche sul fatto che la fuga dalla guerra, per alcuni, sia solo una scusa.

Le famiglie fra i profughi sono, comunque, molte e ci riesce difficile criticare cinicamente padri e madri che vogliono mettere in salvo la prole accompagnandola nel duro e pericoloso viaggio. Una volta in salvo, però, colui, o colei, che è in grado di combattere dovrebbe tornare indietro. Giusto uno dei due, non pretendiamo eroismo da entrambi: possiamo ben comprendere e giustificare che non si voglia rischiare di lasciare dei bambini, in terra straniera per giunta, orfani di entrambi i genitori. Non si può essere dei guerrieri integralisti, specie se si combatte nelle trincee di Facebook o Twitter.

Il messaggio che il mainstream ha voluto far passare - sul perché non approfondiremo qui - è che il profugo ha sempre ragione e che in caso di guerra la scelta legittima preferibile è di fuggirla. Noi, però, mentre l’emozionale sfonda le trincee del razionale, con raffiche di foto toccanti e commenti unilaterali, vogliamo fare un passo indietro e proporre una riflessione: cosa sarebbe successo se in altri momenti della storia la scelta condivisa fosse stata di rifugiarsi anziché di combattere? Si potrebbero fare molti e molti esempi, ma preferiamo limitarci ad un caso per tutti: che sarebbe accaduto se tutti i cittadini del Regno Unito si fossero imbarcati, per essere accolti come profughi oltre il mare, mentre imperversavano i bombardamenti della Luftwaffe?

Non tutti i profughi sono uguali, però: un conto è il profugo che fugge lontano, un conto è quello che si limita ad oltrepassare il confine e resta vicino alla sua terra aggredita. Un esempio di questa categoria sono i profughi del Donbass, perché non è solo in Siria che si fugge dalla guerra, anche se in entrambi i luoghi questa è stata voluta dagli stessi soggetti. Il profugo del Donbass, infatti, si è limitato ad attraversare i confini ed è rimasto a ridosso di questi, agendo, di fatto, da retrovia del fronte: è rimasto un combattente, in senso lato, che contribuisce anche a tenere alto il morale delle truppe.

Sull’Ucraina occorre aprire una breve digressione perché da lì vengono gli unici profughi che ci sentiamo di approvare senza se e senza ma: i renitenti/disertori dell’esercito di Kiev. Se è un dovere combattere le guerre del proprio popolo, specie se ne viene messa a repentaglio la sopravvivenza, è altrettanto un dovere non farlo se la guerra non è del popolo, e quella contro il Donbass non è una guerra del popolo ucraino. Tuttavia di questo flusso discreto di profughi non se ne parla, un po’ perché molto scomodi, un po’ perché, è evidente, essi rifuggono ogni pubblicità.

Chiusa la digressione, occorre evidenziare la sostanziale differenza che vi è nell’essere profugo a ridosso del confine se si è novorussi oppure siriani e curdi. Essere retrovia del fronte in Russia è facile, il governo del paese ospite ti sostiene, mentre esserlo in Turchia è quasi altrettanto rischioso che combattere sulla linea del fronte. Solo chi non vuole vedere ignora quanto sia difficile essere curdi in Turchia, così come nega che il governo di Ankara ha fatto in modo che i campi profughi sul suo territorio fossero, sì, retrovia del fronte, ma di quello dei ribelli, anche quando dell’ISIS. Erdogan, poi, per fermare l’ISIS non solo ha impedito l’afflusso di rinforzi a Kobane, ma si è messo a bombardare i curdi in tutto il Kurdistan, senza distinguere se questo fosse quello turco, siriano o iracheno. Insomma che il profugo dalla Siria, non solo quando curdo, cerchi anche di abbandonare la Turchia è pienamente comprensibile e, pur con qualche riserva, giustificabile.

Non si può condannare senza pietà chi fugge dalla guerra, specie se intende salvare la sua famiglia: dare temporanea accoglienza al profugo, al vero profugo, è giusto, non fosse altro perché domani potrebbe toccare a noi, come evidenzia, pur se con altri scopi, questo bel video di Save the children.

La pietà, però, non può impedirci di evidenziare i limiti morali della sua scelta: c’è gente che è rimasta a combattere una guerra per lui e per i suoi figli, una guerra che riguarda anche noi. È ai combattenti, quindi, che deve andare tutta la nostra adesione morale: dovremmo sostenere più i combattenti dei profughi, magari con un solido intervento militare, ma siccome l’interesse dei nostri capi è che ciò non accada, bisogna che l’attenzione sia deviata sull’accoglienza e non sul respingimento del fanatismo islamista.

In conclusione, quando si vuol misurare la statura morale del profugo, bisogna ricordarsi che anche quando si ripudia la guerra, la guerra potrebbe non ripudiare noi, e, quando si è costretti a combattere, si deve rammentare sempre che: il nemico non è solo chi spara contro di te, ma anche chi non spara con te.

Fonte: www.ariannaeditrice.it