Il Kosovo, percorrendo la Via della Seta ( 1)

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

In casa con 10 famiglie e un bagno in comune
In casa con 10 famiglie e un bagno in comune

Informazione dal basso, allontanandosi dagli stereotipi, dando voce a storie e persone particolari, altrimenti destinate all'oblio. O peggio ancora all'indifferenza. Con una serie di reportage, in quattro puntate, il Caffè vuole offrire la sensazione affascinante che si prova nel descrivere, e leggere, una storia sconosciuta ai più, attraverso le parole e gli sguardi degli stessi protagonisti.
In questo caso il fascino delle storie ha un sapore antico e, al tempo stesso, di pressante attualità. Di antico, in realtà, ci dovrebbe essere solo l'itinerario, quella famosa "Via della Seta" percorsa sino alla Cina dal mitico esploratore veneziano Marco Polo otto secoli fa, che le giovani e intraprendenti giornaliste freelance di Nawart (parola araba che vuol dire "illuminami" usata per salutare i pellegrini al loro ritorno) hanno ripercorso privilegiando quelle terre di "mezzo" di cui raramente si sente parlare. E privilegiando soprattutto le donne, testimoni e custodi di culture e tradizioni millenarie, ma anche portatrici di speranza e di una determinazione spesso sottostimate. Dalle madri coraggio che reggono le sorti della casa prigione ai confini del Kosovo alle incredibili "burnesha", le vergine giurate cresciute tra le montagne dell'ex Jugoslavia, fino alle guerrigliere curde del Kgk, il "braccio armato" tutto al femminile del Pkk, incontrate nei boschi di Qandil, in Iraq, sul confine tra Turchia e Iran. Quel rigidissimo Iran, dove dopo secoli di silenzio e divieti, le donne zoroastriane hanno conquistato l'eguaglianza nella celebrazione religiosa.

Questa casa prima era una prigione, ma non dovete avere paura". Mentre cadono le ultime gocce di pioggia di un violento temporale, Sekibe Morinaj, una donna albanese di 41 anni, ci accoglie con un timido sorriso all'ingresso di quella che da 14 anni è la sua improbabile dimora.
Siamo a Istog, un villaggio a trenta minuti dalla città di Pec, la meta turistica di montagna per eccellenza in Kosovo. Il colonnello Corrado Prado che comanda il contingente italiano di Kfor, la forza internazionale guidata dalla Nato stanziata nel Paese, ha scoperto un anno fa la presenza di una "casa-prigione" abitata da dieci famiglie Rom e kosovare-albanesi che non potendo permettersi nessun'altra abitazione, hanno deciso di occupare l'ala di Gurrakoc dell'ex-penitenziario di Dubrova, in disuso dalla fine della guerra.
Entrando dalla porta principale dell'ex-penitenziario una violenta ondata di umidità penetra sotto i vestiti e si deposita nelle ossa. Un getto d'acqua scroscia dall'alto e cade all'interno di una stanza distrutta e senza porta: è una fogna a cielo aperto, l'acqua proviene dall'unico bagno comune del secondo piano che per pudore le famiglie negano di utilizzare. Sekibe è la Virgilio del suo inferno, apre le porte delle stanze in cui vivono le famiglie al primo e secondo piano, e si improvvisa interprete grazie all'inglese che ha imparato guardando la tv da giovane, quando viveva in Svizzera per far da balia ai figli del fratello: "Mi è sempre piaciuto imparare - dice -, ma i miei genitori non mi hanno lasciato studiare; secondo la tradizione il mio compito era quello di sposarmi come ogni altra donna". Così ha dovuto lasciare la Svizzera per sposarsi appena maggiorenne con un marito che sarebbe scappato in Germania qualche anno dopo, lasciando lei e il figlio senza un soldo e senza un tetto. "Non sogno nemmeno di risposarmi, ma cosa posso fare, uccidermi? - aggiunge Sekibe, che come tutti gli abitanti della prigione non ha un lavoro -. Non so nemmeno se sono viva, ma c'è mio figlio, devo vivere per occuparmi di lui".
Nel maggio 1999, mentre i bombardamenti Nato colpivano un Kosovo in piena guerra civile, la prigione fu il teatro di un massacro: il mattino del 22, i carcerieri serbi diedero l'ordine ai mille detenuti albanesi-kosovari di allinearsi nel cortile in attesa di un trasferimento in una prigione più sicura. Non appena la fila fu formata i serbi aprirono il fuoco dalla torre di guardia e dai muri della prigione. Morirono 176 persone. Fu proprio in quei giorni che l'ala di Gurrakoc, dove scontavano la pena i prigionieri con sentenze brevi, fu definitivamente chiusa e mai più riaperta, a differenza del resto del complesso, oggi sotto amministrazione Kfor.
"Non avevamo un altro posto in cui vivere, abbiamo chiesto aiuto al Comune che in tutta risposta ci ha detto che se volevamo potevamo venire qui", racconta Sandra Berisha Kikaj, una ragazza bionda rom di 22 anni con il suo bambino di un anno tra le braccia. Suo marito viveva in Germania, ma è stato rispedito in Kosovo diversi anni fa e fatica a trovare lavoro, così tutta la famiglia vive con i 60 euro al mese che il Comune dà alla madre di Sandra per una malattia al cuore. "Questo posto è una follia - afferma Sandra indicando i muri scrostati della sua stanza, che ha provato in tutti i modi di rimettere a posto negli ultimi otto anni -. Sono costretta a raccogliere l'acqua piovana dal tetto per pulire mio figlio!". I rom costituiscono il 2% della popolazione del Kosovo e si dividono in Roma, Ashkali ed Egyptians. Come i kosovari-albanesi hanno subito torture e, chi l'aveva, ha perso in egual modo la casa, ma in un Paese dalle forti divisioni comunitarie come il Kosovo, rimangono discriminati e tacciati come collaborazionisti dei serbi. Sette anni da una guerra sono pochi per dimenticare, il Paese è sospeso nel passato ed è ancora in fase di ricostruzione: poche case testimoni del pre-guerra si notano per i fori delle pallottole, mentre il paesaggio è occupato da nuove abitazioni senza intonaco. Il problema abitativo rimane un'urgenza e i primi a pagarne le conseguenze sono i rom e le classi meno abbienti.
Shefkije Talamiji, una signora rom minuta di 41 anni con un sorriso che, nonostante tutto, non le si cancella mai dal viso, soffre di asma da quando la padrona di casa l'ha cacciata perché non poteva pagare l'affitto e si è trasferita a Gurrakoc. L'ambiente della prigione l'ha invecchiata precocemente. "Vogliamo solo un posto in cui vivere fuori da qui", dice abbracciando Sekibe, amica nella sventura, si danno una mano a vicenda per sbarcare il lunario. Le loro condizioni non miglioreranno nel breve futuro, ma in questi dieci anni la casa-prigione è diventato un "condominio" multi-comunitario in cui gli abitanti convivono pacificamente. "Qui vivono persone di etnie diverse, ma a nessuno importa chi è chi e di che origine è il suo sangue - spiega Sekibe - Siamo persone, non animali e viviamo tutti qui come una grande famiglia".
BERTOLUZZI, JOVETIC, SPOCCI, VIO
(1 - continua)

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