Essere civili (e non esserlo). Una guida a prova di idiota - di Daniele Frisio

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Da quando i venti bellici hanno ripreso a soffiare verso occidente si è fatto un gran parlare di difesa della nostra civiltà, mostrando – con argomentazioni più o meno tirate per i capelli – una linea di continuità che parte almeno dalla solita “democrazia ateniese” per arrivare all’attuale società atlantica. Se da un lato è storicamente inevitabile che il clima di rinnovata tensione internazionale comporti la ricerca di fornire un’immagine, non importa quanto raffazzonata, della propria identità da contrapporsi a quella dei potenziali nemici – ossia tutti coloro che differiscono dal nostro modello di sviluppo – dall’altro bisogna sottolineare come oggi manchi un’autentica riflessione su cosa renda una civiltà degna di questo nome.

L’elemento fondamentale che contraddistingue una civiltà dal caos e dalle altre civiltà sono le regole che la comunità sociale matura nel corso della sua storia. La Grecia classica, per esempio, mantenne costantemente i poemi omerici come punto di riferimento etico e civile, la civiltà romana serbava invece come suo nucleo spirituale ilmos maiorum (letteralmente: “il costume degli antenati”), la civiltà hindu – per fare un esempio fuori dai confini europei – conserva ancora oggi i Veda come punto di riferimento per la propria tradizione. Insomma, alle fondamenta di ogni civiltà sta un codice di comportamento in cui si intrecciano storia, religione e mito, la fertile base da cui fioriscono le regole della convivenza civile e le reciproche responsabilità di ruolo fra i membri della comunità.

Ebbene, viene da chiedersi dove trovare questa base normativa nell’identità occidentale che viene sbandierata oggigiorno. Al di là di un effimero arroccarsi sulla retorica delle libertà individuali e del benessere materiale non vi è traccia di contenuti identitari legati alla nostra società. Messa da parte la religione, rinnegata la storia, dimenticato il mito, resta ben poco con cui aggregare gli appartenenti di questa presunta civiltà. Al contrario, i segnali della contemporaneità ci mostrano un sostenuto progredire verso una forma pre-civile della società: il valore sempre crescente di cui viene investito l’individuo nei confronti della comunità d’appartenenza e la conseguente deresponsabilizzazione verso la sfera sociale, la refrattarietà a regolamentare l’economico, riconsegnando il civile alla legge del più forte, la dissoluzione dell’identità etnica e culturale europea nel brodo della mondializzazione, denotano una grave crisi interna in cui ad emergere come trionfatore è il nichilismo, non di certo la Civiltà.

In questo momento storico in cui la guerra torna ad influenzare su più fronti il continente europeo, cresce la necessità di riconoscersi in un’identità aggregatrice. Si presenta quindi una possibilità forse inaspettata per le forze identitarie, il cui primo compito è evitare che questa richiesta finisca preda della retorica occidentalista corrente, la quale finirebbe col neutralizzare – come sempre ha fatto – le energie vitali che ancora sopravvivono nel torpore dei popoli europei. Senza offrire una vera, solida, offerta spirituale e comunitaria a questa società decadente, la possibilità di ricreare con l’azione le basi di un’autentica civiltà resterà sempre preclusa ed anzi accelererà ulteriormente il processo di imbarbarimento.

Commenta il post