La società ha ribaltato il senso del termine terapia: non più «prendersi cura», ma « curare» - di Umberto Curi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

La società ha ribaltato il senso del termine terapia: non più «prendersi cura», ma « curare» - di Umberto Curi

«Servizio» — è questo il significato originario del termine greco therapeía. E dunque è letteralmente «servitore», colui che svolga la funzione del therápon. Nell'Iliade, Patroclo, Automedonte, Alcimo sono presentati come therápontes rispetto ad Achille, perché sono appunto al suo «servizio», perché lo «assistono», agendo quali attendenti del grande guerriero. Di qui anche il comportamento al quale essi dovranno attenersi. In quattro luoghi distinti del poema, riferendosi specificamente a Patroclo, Omero impiega la stessa formula: phílo epepeítheth' etaíro — «obbedì all'amico». La therapeía implica l'obbedienza. Non si può assolvere ai compiti previsti per il therápon, se non ponendosi totalmente al servizio del proprio «assistito» e dunque prestandogli obbedienza.
Un contesto di significati molto simile si ritrova anche in relazione al termine latino che corrisponde quasi letteralmente alla parola greca therapeía. Difatti, cura sta a indicare anzitutto la «sollecitudine», la «premura», l'«interesse» per qualcuno o (più raramente) per qualcosa, senza che necessariamente questa disposizione affettiva e/o emotiva debba necessariamente concretizzarsi in qualche atto definito. Avere cura nei confronti di qualcuno vuol dire per prima cosa «stare in pensiero», essere «preoccupati» per lui.
Una traccia non irrilevante di questa accezione originaria si ritrova peraltro anche in alcune lingue moderne. In inglese, to care for vuol dire «prendersi cura», senza riguardo ai possibili modi concreti nei quali può tradursi questo atteggiamento, come è confermato dall'uso prevalentemente intransitivo e «assoluto» dell'espressione I care («mi interessa», «mi riguarda», «mi sta a cuore»). Ancora più interessante è il termine tedesco Sorge (abitualmente tradotto con l'italiano «cura»), soprattutto se ci si riferisce al significato col quale compare in particolare in Essere e tempo di Martin Heidegger, dove esso sta a indicare la determinazione ontologica fondamentale dell'Esserci, vale a dire il fatto che l'Esserci è sempre «proteso verso qualcosa» ed è in quanto tale espressione del «movimento» che è proprio della vita umana.
Per quanto inevitabilmente cursoria, questa ricognizione etimologico-linguistica lascia emergere con chiarezza un punto. Alle origini della tradizione culturale dell'Occidente — pensiamo a quanto la Grecia resta importante — le parole che designano la «cura» alludono a una condizione soggettiva — quella di chi «si preoccupa» e dunque si pone al «servizio» — e non a un contenuto determinato nel quale si oggettiverebbe tale «preoccupazione». Anche quando il soggetto di cui si parla assume una configurazione in qualche modo tecnica, come avviene nel caso del medico, ciò che i termini antichi sottolineano in lui non è la messa in campo di atti specifici, bensì la presenza di una «preoccupazione» per colui che egli dovrebbe assistere. Patroclo è genuinamente therápon di Achille non perché faccia concretamente delle cose per lui, ma perché è in pensiero per l'amico, perché lo ascolta (obbedire — ob-audire — vuol dire «mettersi all'ascolto»). Analogamente, per essere fedele al mandato di Asclepio, il medico ippocratico dovrà essere mosso da premura e sollecitudine nei confronti di colui che gli è stato affidato, indipendentemente dal fatto che questa attitudine debba tradursi nella somministrazione di farmaci o in altre pratiche terapeutiche.
Con il passare dei secoli, si assiste a una trasformazione radicale nel significato dei termini, quale riflesso di un altrettanto profondo mutamento di ciò a cui questi termini si riferiscono, in direzione di una spiccata tecnicizzazione. Da un lato, infatti, titolare pressoché esclusivo della «cura» diventa il medico, unica figura legittimata a svolgere il ruolo del therápon. Io posso bensì «essere in pensiero» per il mio amico o il mio familiare; ma se voglio «curarlo» devo affidare questo compito al medico. Dall'altro lato, e in connessione con questa «professionalizzazione», la «cura» perde ogni connotazione «affettiva» e viene piuttosto a indicare un complesso di pratiche che hanno quale loro oggetto il paziente. Curare non è più — come in precedenza — un verbo che allude allo stato d'animo del terapeuta verso il suo assistito, ma segnala la molteplicità di azioni che il primo svolge sul secondo. Da verbo intransitivo diventa un verbo transitivo che riguarda gli atti concreti effettuati su colui che sia «oggetto» della cura.
Il culmine di questo processo si raggiunge in concomitanza con la produzione industriale di massa e poi in maniera sempre più accentuata nel corso degli ultimi decenni. La «cura» non ha più alcun rapporto con la disposizione d'animo del terapeuta. Al contrario, questi scarica sulla cura — i farmaci e ogni altro intervento di manipolazione del paziente — ogni sua residua «preoccupazione». Materialmente impossibilitato a stare in pensiero contemporaneamente per molte centinaia di individui, il medico trasferisce e oggettiva la sua sollecitudine in una pluralità di atti concreti, inevitabilmente «neutri» dal punto di vista sentimentale, la cui efficacia dipende dunque esclusivamente da un'incidenza «misurabile» in termini quantitativi. Si verifica dunque un vero e proprio capovolgimento. Il terapeuta — non importa se del corpo (quale è il medico generico) o dell'«anima» (come vorrebbe essere lo psicologo) — non è colui che, mosso da premura, «obbedisce» al suo assistito ma, all'opposto, è colui che a questi impone di assoggettarsi a una «cura», ormai totalmente spersonalizzata e tradotta nei costituenti chimici di un farmaco. E tanto più valente sarà quel terapeuta che saprà svolgere la sua funzione tecnica nella forma più a-patica, evitando quel coinvolgimento emotivo/affettivo che potrebbe offuscare o compromettere la sua capacità di «curare». Fino al paradosso del medico perfetto — immune da ogni coinvolgimento personale, ignaro dell'identità e della «storia» del paziente, e proprio per questo in grado di «curarlo» secondo protocolli astratti universalmente convalidati, e dunque di principio «efficaci» per qualunque paziente, a prescindere da peculiarità individuali.
Non è nota l'origine del termine greco therápon. Si sa, tuttavia, che il suo significato richiama il latino comes — «colui che accorre accanto», «che sta vicino», «che assiste», magari senza «fare» nulla di preciso. Al culmine di un lungo percorso storico-concettuale, il rovesciamento è totale. E la terapia potrà perfino consistere nel dettare al telefono o nel trasmettere per via informatica i nomi impronunciabili di alcuni farmaci.

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