Ricattabilità incrociata - di Piero Cammerinesi

Ricattabilità incrociata - di Piero Cammerinesi

Le nuove rivelazioni di Wikileaks sulla base delle intercettazioni di Hacking Team stanno facendo emergere un panorama politico a dir poco ributtante.

Abbiamo dunque l’allora non ancora premier Matteo Renzi – leader della sinistra, vale la pena sottolinearlo - che racconta ad Adinolfi, oggi vicecomandante della Guardia di Finanza - peraltro amico di Berlusconi – la sua strategia per defenestrare Letta promettendogli il Quirinale se si dimette.

“Lui non è capace, non è cattivo, l'alternativa è governarlo da fuori. Berlusconi sarebbe sensibile a fare un ragionamento diverso" aggiunge il nostro futuro premier al telefono, parlando di Enrico Letta, all’epoca presidente del Consiglio. Anche se Napolitano è contrario - aggiunge il nostro – “Berlusconi è d’accordo”. E tutto ciò ancor prima del funesto patto del Nazareno.

Poi abbiamo la telefonata di Nardella, vice di Renzi quando il premier era sindaco di Firenze, con Adinolfi, dove si parla, neppure troppo velatamente, di attività e “conflitti d'interesse” di Giulio, figlio dell'allora presidente Napolitano. "Sanno qualcosa di lui". Adinolfi afferma del figlio di Napolitano: “Giulio oggi a Roma è potente, è tutto”. Poi aggiunge che il capo dello Stato sarebbe ricattabile perché “l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e [Enrico] Letta ce l’hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio”.

Ora, direte voi, dov’è la notizia?

Tutto questo per 'complottisti’ come noi – ma preferisco di gran lunga l’espressione anglosassone conspiracy theorists, teorizzatori della cospirazione – era scontato, non c’era certo bisogno di Wikileaks per avere un quadro del grado di corruzione e di menzogna sistematica di chi ci governa.

Sono anni che andiamo ripetendo – e ogni giorno escono nuove prove – che il potere è assolutamente autoreferenziale e si basa sulla reciproca ricattabilità dei suoi esponenti.

Nessuno arriva a sedere su poltrone di reale comando se non è ricattabile, se non ha qualche…ehm, diciamo così…debolezza, che so, amanti magari minorenni, pedofilia, appropriazione indebita di beni pubblici, vizietti di vario genere, insomma. Sarebbe troppo pericoloso se una persona onesta arrivasse in un posto di comando. Se, a un certo punto, non obbedisse più agli ordini – quelli che comandano veramente non sono certo quelli che appaiono – non ci sarebbe, poi, modo di farglieli eseguire e resterebbe solo la via del…deplorevole incidente.

La ricattabilità incrociata è pertanto la conditio sine qua non per accedere a posti di comando.

Avete notato quante volte sono state ‘salvate’, anche ricorrendo all’immunità parlamentare in maniera del tutto impropria, persone che, se avessero parlato, avrebbero potuto trascinare nella polvere potenti di primissimo piano? E quante volte abbiamo sentito la frase sussurrata o sibilata “se parlo io, casca il governo”?

Insomma, abbiamo una regola di accesso alla stanza dei bottoni che è esattamente l’opposto di quella che dovrebbe essere la condizione per poter servire lo stato, secondo le indicazioni - vecchie di quasi venticinque secoli - di Pericle nel suo famoso discorso riportato da Tucidide:

“Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così”.

Ecco, qui a Roma, noi non facciamo così.

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