L’ipocrisia di Londra: agli altri le sanzioni, alla City gli affari con Mosca

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

di Salvo Ardizzone

È noto come il governo conservatore britannico sia fra i più zelanti a spalleggiare Washington nel predicare agli altri Paesi europei la contrapposizione frontale contro il Cremlino; sia che si tratti di muovere truppe ai confini russi, inviare istruttori militari in Ucraina o si parli di inasprire le sanzioni è in prima fila, e lo è pure nel criticare sistematicamente l’Italia, giudicata l’anello debole dell’Unione visti i molti interessi che la legano a Mosca, per le posizioni a suo dire troppo morbide verso Putin.

Peccato che, malgrado queste pubbliche manifestazioni muscolari, le grandi società della City, col tacito e pieno accordo del Governo, continuino alla grande a fare affari con la Russia, sfruttando i cavilli di quelle sanzioni vedi caso ritagliate su misura sulle esigenze delle Major.

La prassi del doppio registro è storia antica per Londra, appena velata dall’ipocrita scusa della privacy con cui tenta di giustificare l’assoluto riserbo sulle tante (e lucrose) operazioni condotte dai propri colossi economici. Il recente forum economico di S. Pietroburgo, una vetrina internazionale a cui ha partecipato il gotha dell’imprenditoria mondiale, è stata una dimostrazione eclatante.

Dopo aver tanto tuonato contro il South Stream (che avrebbe dovuto rifornire di gas Italia e Balcani) fino a farne decretare la fine, adesso Londra tace, anzi, è più che soddisfatta all’annuncio di un accordo fra Gazprom, la tedesca E.On, l’austriaca Omv e l’anglo-olandese Shell, per la realizzazione di due nuove bretelle che potenzieranno il già mastodontico North Stream.

Contemporaneamente, Rosneft, la più grande compagnia petrolifera russa, ha venduto il 20% del colossale giacimento siberiano di Taas-Yuryakh alla britannica Bp, ed il 29% ad una misteriosa compagnia con sede alle Cayman, creata giusto a gennaio dall’inglese Vazon Energy.

E ancora, Bp e Rosneft si sono accordate per esplorare e sfruttare congiuntamente un’area promettente della Siberia vasta 260mila Km quadrati. Il meccanismo è semplice: le sanzioni impedirebbero ai russi di accedere alle sofisticate tecnologie necessarie; le metteranno i britannici, spartendosi gli utili. E tutto questo col benestare del Governo inglese che, sfruttando i codicilli della sua speciale legislazione per tutelare finanzieri e capitali di dubbia provenienza, di fatto protegge decine di oligarchi russi che hanno investito nella City. Gli stessi che a Roma si vedono confiscare le attività, in obbedienza alle medesime sanzioni.

Ma attenzione, non è solo in campo finanziario che Londra applica due pesi e due misure, attenta sola alla propria convenienza: per rimanere in tema della crisi ucraina, il Governo britannico (su mandato di Washington) s’è sprecato in pressioni sui Paesi dell’area Schengen per liberalizzare i visti da Kiev, salvo precisare che, ovviamente, non riguarderebbero il Regno Unito, visto che non aderisce all’accordo di libera circolazione. Posizione di una (in)coerenza adamantina, che l’ha portato a non accettare neppure uno dei migranti compresi nella famosa ridistribuzione su cui il resto della Ue s’accapiglia.

Inutile ripeterlo: Londra mantiene il ruolo storico di sentinella di Washington in Europa, però attenta al tornaconto della sua City a prescindere. Non è certo la sola ad obbedire ai padroni d’oltre Atlantico, figuriamoci, ma a differenza di un’Italia che è pronta a dire sempre signorsì, anche a costo di perderci regolarmente, lei almeno ci guadagna.

http://www.stampalibera.com/index.php?a=30057

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