Ecco perché la Cina è a rischio "bolla" - di Loretta napoleoni

Loretta Napoleoni
Chi è
Esperta di economia internazionale e terrorismo. Ha pubblicato vari libri; l'ultimo uscito è 'Democrazia vendesi'.
Oltre la Grecia, la Cina. Non c'è solo la solidità dell'Europa a preoccupare i mercati. In Cina c'è il rischio di una "bolla" che potrebbe scoppiare con conseguenze che nessuno riesce ad immaginare. Pechino in tre settimane ha bruciato 4000 miliardi. E ora la sua Borsa è un saliscendi impressionante. Per la Reuters questo accade anche perché c'è un abuso dei meccanismi di funzionamento delle borse e questo rende poco credibile la finanza cinese. Mercoledì scorso, nel Paese che in questi anni ha visto il Pil crescere ad un ritmo impressionante, più di un quarto delle società quotate - 1243 titoli (il 43% del totale) - ha sospeso le negoziazioni. Poi, giovedì, c'è stato un sostanzioso "rialzo", con l'indice di Shanghai volato al +5,8%. Per poi crescere lievemente venerdì al +5,16%. All'origine della scossa, come ha riferito il quotidiano Milano Finanza, c'è la mossa della Banca centrale che ha deciso di scoprire chi c'è dietro i casi di vendita di azioni a scopo fraudolento. Lo Stato poi ha vietato ai grandi azionisti che hanno in mano oltre il 5% del capitale di una società, di vendere nei prossimi sei mesi.


Da quasi 4 settimane scendono le quotazioni in borsa in Cina e si bruciano migliaia di miliardi di dollari. Siamo quasi a quota 4.000. È la bolla cinese che sta per scoppiare? È quello che la maggior parte degli economisti prevede da anni.

Quali sono gli indicatori della bolla?
L'indice di Shanghai ha perso il 28 per cento dal 12 giugno, la peggiore caduta in due anni. Più di 1.400 compagnie hanno smesso di essere scambiate e sono sparite da Piazza affari. La volatilità delle azioni alla borsa di Shanghai è seconda sola a quella dei titoli del debito greco. 232 miliardi di dollari di "margin calls" ancora da pagare. Questa è la pratica usata dagli operatori di Borsa che permette loro di acquistare azioni e titoli prendendo in prestito il denaro da broker, o agenti, che viene loro restituito subito dopo quando il titolo o l'azione viene rivenduta. Infine il numero dei piccoli investitori è altissimo: 90 milioni, un crollo in borsa della portata del '29 distruggerebbe i loro risparmi ed avrebbe conseguenze negative sull'economia cinese.

È alle porte di una crisi di portata storica?
Non è detto. In passato la Cina ci ha sorpreso. Goldman Sachs, ad esempio, sostiene che non si tratta di una bolla, ma di una correzione del mercato legata al "surriscaldamento" dell'economia, cioè una crescita troppo veloce, e che nei prossimi 12 mesi gli indici saliranno del 27 per cento. Il motivo? Il controllo che il governo ha sull'economia reale, su quella monetaria e sulla finanza in generale. Siamo ancora lontani, insomma, dal libero mercato. Fino ad adesso Pechino ha iniettato nel sistema finanziario 19 miliardi di dollari ed un gruppo di 21 broker ha dichiarato di voler investire 2 miliardi di dollari in un fondo composto da titoli di Borsa. Che si tratti di una bolla o di una correzione ce lo dirà il tempo, ma le cause non cambiano.

Quali le origini del miracolo economico cinese?
Innanzi tutto le riforme di Deng Xiaoping che dalla fine degli anni '70 hanno trasformato un'economia poverissima nella fucina del mondo. La progressiva liberalizzazione di alcune zone, le cosiddette Zone economiche speciali, e le migrazioni di massa verso di loro, hanno ricreato le condizioni delle rivoluzione industriale inglese: forza lavoro a costi bassissimi ed assenza di regolamentazione. Questa formula ha attirato in Cina vasti capitali industriali. È bastato questo per trasformare il Paese in una potenza economica. Così nel 2005 l'economia cinese ha sorpassato quella britannica, nel 2009 quella tedesca nel 2010 quella giapponese ed oggi è seconda solo a quella americana.

Come si è surriscaldata l'economia cinese?
Per molti questo fenomeno è legato alla risposta del governo alla crisi del credito del 2008. Dopo il crollo della Lehman Brother, Pechino varò un piano di salvataggio per proteggere l'economia cinese dalla contrazione di quella mondiale, ossia la caduta della domanda di prodotti cinesi. Attraverso il sistema bancario il governo iniettò 586 miliardi di dollari nell'economia del Paese. Soldi che vennero investiti principalmente in strutture pubbliche, abitazioni, progetti di sviluppo agricolo e nella ricostruzione delle aree duramente colpite dal terremoto di Sichuan del 2008. Questa politica non solo tenne alla larga dalla Cina la recessione ma aiutò anche a ridurre l'intensità di quella mondiale dal momento che l'importazione cinese di materie prime rimase alta. Tuttavia la grande liquidità generò l'impennata dell'inflazione e, subito dopo, la febbre speculativa che si trasformò in una serie di pessimi investimenti nel settore pubblico ed in quello immobiliare.

Quali le conseguenze della speculazione nel settore pubblico e immobiliare?
La Cina è ancora un Paese in via di sviluppo, sebbene sia anche la seconda economia mondiale. È quindi naturale che la crescita sia legata ad investimenti nelle infrastrutture. Ebbene questo settore ha subito un'accelerazione dopo l'iniezione di liquidità del 2008 tanto che nel 2009 il 90 per cento della crescita era dovuta a questo stimolo. La facilità con la quale si poteva accedere al credito per progetti legati alle infrastrutture ha prodotto la speculazione edilizia. La domanda di cemento è salita vertiginosamente. E come succede in tutte le speculazioni edilizie si sono costruiti edifici che non servono. Date le dimensioni dell'economia cinese, la speculazione ha prodotto intere città fantasma. Ponti che non servono, aeroporti dove non è mai atterrato un aereo. Bisogna aggiungere che una selvaggia speculazione ha preceduto tutte le grandi crisi legate all'esplosione di bolle, per esempio quella del 1929 e quella asiatica del 1997.

E l'inflazione?
La grande quantità di denaro in circolazione ha prodotto l'inflazione. Sono aumentati gli affitti, i prezzi dei generi alimentari e i salari. Ma ciò che ha fatto surriscaldare l'economia è stata la combinazione di tassi d'interesse reali negativi (e cioè al netto dell'inflazione), il credito facile e le scarse opportunità di investimento a disposizione dei cinesi. È naturale che chi aveva voglia di investire lo ha fatto nel settore immobiliare, anche perché l'aumento dei prezzi delle abitazioni proteggeva contro l'inflazione. Ciò ha innescato una spirale inflazionista nel settore immobiliare. I prezzi delle case a Pechino, ad esempio, sono aumentati dell'800 per cento dal 2003. A sua volta l'aumento ha alimentato la speculazione ed invogliato i costruttori ad erigere edifici dove non ce ne era bisogno.

Come si è formata la bolla finanziaria?
Dal settore reale la liquidità si è spostata in quello finanziario, sempre alla ricerca di lauti profitti. Dal luglio del 2014 alla metà di giugno del 2015 l'indice di borsa di Shanghai è salito del 145 per cento, un vero record. Poi però ha iniziato la discesa. Ma la speculazione finanziaria non è circoscritta solo alla popolazione cinese, come è stato per quella immobiliare. Sul mercato finanziario gli stranieri, e le pratiche tipiche della finanza occidentale, hanno giocato un ruolo non indifferente. A far salire gli indici vertiginosamente è stato l'effetto di moltiplicatore delle cosiddette "margin calls". Si tratta della pratica usata dagli operatori di Borsa che permette loro di acquistare azioni e titoli prendendo in prestito il denaro dai broker, o agenti, che viene loro restituito subito dopo quando il titolo o l'azione viene rivenduta. In un mercato in ascesa questa pratica  gonfia la domanda. Le autorità cinesi hanno recentemente sospeso questa pratica, nel tentativo di riportare la calma sul mercato finanziario. Ma questa mossa non è bastata a bloccare la caduta degli indici.

Quali sono gli errori e le responsabilità del governo cinese?
Come per tutti gli altri governi l'errore è stato sottovalutare l'ampiezza e la durata della crisi del credito. Si pensava che si trattasse di una crisi passeggera. I cinesi erano convinti che entro il 2012 l'economia mondiale avrebbe ripreso a crescere e con essa anche la domanda di prodotti cinesi, promuovendo investimenti nel settore industriale. Non è stato così. Lo stimolo monetario cinese è rimasto bloccato nell'edilizia nazionale per poi sfociare nel settore finanziario. La mancata ripresa economica ha poi spinto gli investitori stranieri a cercare alti profitti nel settore finanziario cinese, al quale era possibile accedere grazie ad una serie di riforme e liberalizzazioni.

Che succederà?
Difficile dirlo. Certo è vero che il governo cinese ha in mano una serie di strumenti con i quali può raffreddare l'economia, ad esempio controlla il sistema bancario ufficiale. Il problema vero è finanziario, se ci troviamo di fronte ad una vera bolla allora sarà impossibile sgonfiarla senza farla esplodere. È quanto ci dice la teoria e la storia economica. Ma in Cina tutto è possibile.
Fonte: www.caffe.ch
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