Renzi, la disfatta è nell'urna - di Antonio Rei

Più che del Partito democratico, le ultime elezioni regionali sono state la sconfitta di Matteo Renzi. Il Premier-segretario, tanto per cambiare, si bulla, sostenendo che il 5-2 sia comunque un risultato positivo per il centrosinistra, perché conferma i rapporti numerici precedenti. Ma non è così. E' vero che il Pd ha guadagnato per il rotto della cuffia la Campania - dove Caldoro si era presentato con una squadra ancora più improponibile di quella messa insieme da De Luca - ma ha lasciato per strada un'altra roccaforte storica, la Liguria.

A ben vedere, il partito di governo è stato battuto soltanto nelle Regioni in cui correvano candidati imposti da Renzi (Paita e Moretti), mentre ha vinto laddove erano in lizza nomi che con il segretario non avevano nulla a che vedere (Rossi, Marini, Emiliano e Ceriscioli, oltre al buon De Luca). Le due débacle hanno però un peso specifico molto diverso.

La sconfitta della Moretti era più che attesa: impensabile trovare il modo di rubare al sovrano gelatinato Luca Zaia le chiavi del regno veneto. A impressionare sono però le proporzioni della disfatta.

Era lecito aspettarsi un distacco di quattro, forse di cinque punti percentuali; invece la renziana dell'ultima ora (già, perché fino alle ultime politiche era la portavoce di Pier Luigi Bersani) è stata più che doppiata dall'avversario leghista: addirittura 50,08 a 22,74%. Con una differenza del genere non si può nemmeno dire di aver perso, perché di fatto la partita non si è giocata, è stata assegnata a tavolino.

A livello politico, in ogni caso, l'importanza maggiore è da attribuire al caso ligure. Con il suo 27,84%, Raffaella Paita, preferita a Sergio Cofferati dopo le solite primarie sporcate dal sospetto dei brogli, è arrivata più vicina alla terza classificata (la grillina Alice Salvatore, che ha preso il 24,84%), piuttosto che al berlusconiano di ferro Giovanni Toti, che ha trionfato con il 34,44% delle preferenze.

Sono bastate due sortite del Cavaliere in riviera per strappare al Pd una regione storicamente rossa, e questo la dice lunga sull'adeguatezza della candidatura imposta con ottusa presunzione da Renzi. E' infatti assolutamente ridicolo sostenere che la débacle ligure sia colpa dello scisma di Pippo Civati a sinistra o dal ricompattamento a destra di Forza Italia con Ncd, che ha sostenuto Toti. 

Per quanto pittoreschi risultino i due fenomeni, in nessuna dimensione spazio-temporale la loro somma ha la potenza di fuoco di spostare quasi il 7% dei voti. E sostenere una tesi del genere, come non ha mancato di fare l'ineffabile Debora Serracchiani (un'altra delle banderuole neorenziane), vuol dire avere più fantasia del fratelli Grimm o essere semplicemente (e goffamente) in malafede.

La verità è soltanto che gli elettori liguri conoscono lo scempio che in tanti anni Claudio Burlando ha fatto della loro regione, e si sono rifiutati di dare la presidenza della giunta alla sua diretta emanazione. Hanno detto no al candidato vicino a Renzi, che ancora una volta si è rivelato un rottamatore soltanto a chiacchiere.

Non solo. La sconfitta del Pd renziano in Liguria, ancor più di quella in Veneto, è spia di un fenomeno ormai attivo su scala nazionale e di cui il Premier farebbe bene a prendere atto quanto prima. Il principio di fondo, in verità, dovrebbe essere intuitivo: se fai la guerra a tutte le categorie sociali che ti dovrebbero votare, nelle urne non potrai che essere punito. 

il dato saliente è che il PD ha perso più di 2 milioni di voti. Che Renzi affermi oggi che la sconfitta non lo riguardi perchè non si votava per il governo segnala solo la furberia reiterata, visto che nemmeno alle europee si votava per il governo ma il premier sìintestò personalmente l'affermazione del PD al 40,8%. Dunque se si vince vince lui, se si perde perdono gli altri.

Il 40% ottenuto dal Pd alle europee dell'anno scorso è ormai solo un pallido ricordo. Da allora, con provvedimenti ottusi e atteggiamenti di rara arroganza, Renzi è riuscito a mettersi contro una quantità record di categorie sociali: dagli imprenditori della vecchia guardia (quelli del "capitalismo di relazione") agli operai, dai sindacati ai pensionati, dagli insegnanti agli studenti, passando per i lavoratori della pubblica amministrazione e diversi tipi di professionisti.

Pensare di conservare il 40% dei voti in condizioni del genere vuol dire essere accecati da un preoccupante delirio di onnipotenza. Oppure immaginare che in Italia abbia diritto di voto soltanto Sergio Marchionne. 

http://www.altrenotizie.org/politica/6532-renzi-la-disfatta-e-nellurna.html

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