Pd (mai così male dal 2008) perde a sinistra, crescono i “ differenti” Lega e M5 - di Danilo Breschi

Pd (mai così male dal 2008) perde a sinistra, crescono i “ differenti” Lega e M5 - di Danilo Breschi

In politica è soprattutto questione di posizionamento. Di come e dove e quando ti collochi. E su che cosa. Specialmente quando si tratta di competizione elettorale. Conta in politica far capire subito e in modo chiaro e inequivocabile chi sei, e per farlo devi saperti collocare al posto giusto al momento giusto. Occupando il maggior spazio (politico) possibile. La Lega di Salvini vi è riuscita. Il Movimento 5 Stelle vi è riuscito, ben oltre Grillo. Nonostante continui ad esserci Grillo, potremmo oggi dire. Grazie piuttosto a suoi esponenti che cominciano da qualche mese ad andare in tv, e in modo efficace dal punto di vista comunicativo. Luigi Di Maio su tutti.

Nonostante il recente ritorno, Berlusconi non è riuscito a riposizionare adeguatamente una Forza Italia che riesce solo a frenare la propria caduta rovinosa. E nemmeno sempre e dovunque. Berlusconi non ha più una posizione chiara, guarda al passato, appare fuori ruolo, come molti giocatori del suo Milan nel campionato appena concluso. E Renzi? E il suo Pd? Queste elezioni regionali ci dicono che Renzi e il Pd vincono, ma non convincono, ed escono dalle urne con molti dubbi e incertezze. Era prevedibile, ma qui ha giocato uno dei maggiori difetti di Renzi: la bulimia politica. Il contrario della cautela che, nella giusta dose, non inibisce l’azione ma garantisce di svilupparla sempre con lucidità.

Nonostante i contraccolpi inevitabili di quasi un anno e mezzo di governo, scemato dunque l’effetto novità, Renzi aveva comunque fino a tre/quattro mesi fa la possibilità di vincere in modo schiacciante queste elezioni regionali. 6 a 1. Al peggio, vincere 5 a 2, com’è infine stato, ma lasciando una Campania che con l’elezione di Vincenzo De Luca creerà più tensioni ed imbarazzi che vantaggi, e tenendosi una Liguria che, persa com’è stata persa, denuncia i profondi limiti della leadership renziana. È stato un segno di grossa perdita di lucidità il fatto che il Rottamatore abbia consentito – e avallato – che da primarie dalla regolarità assai dubbia, contestata dall’interno dello stesso Pd, sia emersa come candidata colei che negli ultimi cinque anni è stata assessore, fra le varie deleghe, alle infrastrutture, alla protezione civile e alla difesa del suolo. Cinque anni in cui a Genova e dintorni si sono avuti ingenti danni provocati dalle alluvioni e soprattutto dalle inefficienze e dai mancati interventi in materia di infrastrutturazione e contrasto al dissesto idrogeologico. Il sostegno imperturbabile a Raffaella Paita vuol dire cecità o eccesso di presunzione. In entrambi i casi, vizi capitali in politica. Che si pagano presto e si pagano cari.

Il PdR, ovvero il Pd di Renzi, come si è cominciato a chiamarlo sulla scia del politologo Ilvo Diamanti, manca di posizionamento chiaro e forte. Lo aveva fino a poco tempo fa, ma pare ora averlo perso. Renzi ha provato con la velocità e la messa in campo simultanea di decine di disegni di legge ad occupare gran parte dello spazio, secondo l’idea di un Pd “a vocazione maggioritaria”, ma ha finito per muoversi inconsultamente a destra e a manca piuttosto che posizionarsi e consolidarsi. Ha proseguito a rottamare, nelle parole e nei fatti, dentro il suo partito molto tempo dopo la conquista della segreteria, la conquista della presidenza del consiglio, e persino molto tempo dopo il 40,8% alle elezioni europee del maggio 2014. A prescindere dal giudizio di merito su questa operazione, la conseguenza è stata l’indebolimento del primo e imprescindibile strumento con il quale proseguire nella sua azione politica: il partito di cui è segretario, che a livello locale è ben lungi dall’essere renziano.

Ancora giovedì scorso, intervistato nella trasmissione “Virus” di RaiDue, Renzi ha pronunciato la parola “sinistra” sostanzialmente per dare addosso a tutti coloro che frenano il cambiamento che lui e il suo governo stanno mettendo in atto, o dicono di mettere in atto. Facendo così ha frainteso la lezione di Tony Blair, a cui ha da sempre guardato come modello di riferimento. Il “New Labour” è stato anche un progetto culturale, e non sono politico, e ha richiesto tre anni di segreteria di un partito all’opposizione. Far compiere una metamorfosi di stampo blairiano al Pd in venti mesi dopo venti anni di immobilismo è invero impresa titanica. Renzi ha peccato probabilmente di precipitosità, avendo peraltro come unica arma il consenso elettorale. Finché vince riesce a trascinarsi dietro una base riluttante, ma nel frattempo non pare mutare il dna politico-culturale del partito. Se l’alternativa è indurre chi non ci sta ad uscire dal Pd, Renzi perde solo elettori e non ne guadagna di nuovi. Questo paiono dire le elezioni regionali, a prescindere dai casi ligure e campano.

L’Emilia-Romagna avrebbe dovuto suonare come campanello d’allarme per Renzi. La fuga nell’astensionismo del novembre scorso si è in parte tramutata il 31 maggio nel voto al M5S. La sinistra Pd – e parlo di quella elettorale – si è così vendicata dei casi Paita e De Luca, nonché di un progetto di riforma della scuola fatto apposta per alienarsi un tradizionale ampio bacino di voti, quello degli insegnanti. Renzi pare aver dimenticato, o non aver capito, che il 40,8% è stato un exploit del tutto contingente. Era a tutti evidente come con Salvini la Lega stesse riprendendo quota fino a tornare ai livelli elettorali del 2010, con sfondamenti in regioni prima off-limits. Anche qui l’Emilia-Romagna aveva dato segnali ben chiari. Regolarmente ignorati nella convinzione che “il fare”, qualunque fosse, avrebbe portato consensi e voti di numerosi orfani di un centrodestra che a livello partitico si è confermato fratturato e dallo slancio ridotto, fatta eccezione per il Veneto, ma che a livello elettorale non ha ritenuto di trovare in Renzi il dopo-Berlusconi.

Con l’elezione di Mattarella Renzi aveva rotto a destra per ricucire a sinistra. Ha poi ripreso a strappare a sinistra su vari punti. Menando fendenti a destra e a manca, il presidente del consiglio ha confidato che in un anno e mezzo si fosse magicamente compiuta la metamorfosi dell’elettorato italiano, diventato nottetempo in maggioranza blairiano, se non direttamente renziano. Un elettorato ciecamente fiducioso nel leader pragmatico e decisionista che si muove al di là della destra e della sinistra. In altri termini ripetere i successi di Berlusconi, che però si era sempre premurato di coprirsi a destra, ancorandosi alla Lega. Renzi si è disinteressato della sua sinistra, confidando nella generica voglia di cambiamento dell’elettorato meno ideologizzato. Ma spesso il cambiamento si confonde negli stessi che lo invocano con il mero bisogno di novità, o meglio, di “novitismo”. E questo ha scadenze brevissime. E così la pretesa egemonica renziana si è rivelata eccessiva.

Il giorno dopo le regionali 2015 i sostenitori di Renzi parlano di un Pd isolato, attaccato da tutti, da destra e da sinistra. Sottinteso: sono tutti dei populisti, tranne Renzi. Questi invece, a mio avviso, ha proprio giocato la carta dell’appello diretto al popolo per catturare voti e consensi trasversali, ma soprattutto per sfondare al centro e a destra. Mossa strategica incauta e intempestiva, proprio mentre sarebbe servita la tattica dell’abile tessitore, che scuce lentamente, e a intermittenza, lacci e lacciuoli a sinistra, ma traina il proprio tradizionale bacino di voti a sposarsi con singole tematiche (issues) e con ben circoscritti provvedimenti legislativi potenzialmente graditi anche a molti elettori abituali del centro-destra. È la periodica chiamata alle urne ha imporre una simile tattica, pena battute d’arresto al processo di cambiamento.

Posizionamento incerto quello del Pd renziano: questo paiono dire i risultati delle elezioni regionali, che portano al pettine il nodo di un’identità ancora irrisolta, in transizione non terminata. Se l’obiettivo è quello di posizionarsi al centro, Renzi dovrebbe essere consapevole che negli ultimi 20 anni il centrismo non ha mai pagato, nemmeno quello riformatore. Con i temi dell’immigrazione e della sicurezza monopolizzati dalla Lega, le vicende Paita e De Luca hanno riconsegnato il tema dell’antipolitica e dell’antipartitocrazia ai Cinque Stelle. Resta al Pd il solo tema dell’uscita dal tunnel della crisi, sul quale è molto facile perdere consensi e credibilità. D’altro canto, la sfida della crescita non può essere elusa dal partito che è al governo del Paese.

In sintesi, con questa ultima tornata elettorale, a parità di tutte le altre circostanze e variabili, siamo grosso modo alla situazione di due anni fa, all’indomani delle elezioni politiche del febbraio 2013. Abbiamo tre forze, o schieramenti (quello di centrodestra ulteriormente sfilacciato e con l’inversione dei rapporti di forza tra Lega e Berlusconi) che si dividono più o meno equamente i voti, peraltro in ulteriore drastico calo. Un terzo, un terzo, un terzo. Situazione tutt’altro che incoraggiante in termini di governabilità. Ma soprattutto queste elezioni regionali certificano la crisi quasi irreversibile del sistema partitico nostrano. Possiamo dire che traballano quelli che sono stati i suoi due pilastri negli ultimi vent’anni. Se ciò appare del tutto evidente per il centrodestra, con il Pd questo vacillare appare contraddetto, o almeno mitigato, dai successi di realtà come Toscana e Puglia. Guarda caso, due regioni con candidati nient’affatto renziani nella sostanza. Di fatto il Pd ha conseguito il suo più basso risultato elettorale su piano nazionale dal 2008: intorno al 22%. Persi voti a sinistra, quelli al centro e a destra sono durati lo spazio di un mattino di maggio del 2014.

In questa crisi generale dei partiti, crescono coloro che ne propongono una nuova e diversa ricostruzione, Lega e Cinque Stelle. Entrambi si nutrono soprattutto degli errori altrui. E mi chiedo perché Pd e Forza Italia siano stati così autolesionisti da non reintrodurre un sistema elettorale maggioritario (a turno unico), o tendenzialmente tale, com’era il Mattarellum. Ma sbaglio a chiedermelo, dimostrando di essermi già dimenticato quel che ho appena asserito, e cioè che nel corso di questi ultimi vent’anni abbiamo assistito alla scomparsa di una classe politica che possa essere all’altezza di uno Stato-nazione che ambisce ancora a stare nel G8. Ma ogni classe politica rispecchia la società civile da cui emerge. Se questa non seleziona più, perché non vuole, perché non può, e non v’è più cultura politica adeguata che sia diffusa e radicata nelle famiglie e nelle scuole, allora non c’è da meravigliarsi affatto che i partiti siano sprofondati in una crisi oramai cronica. (da danilobreschi.com)

*Professore aggregato di Storia del Pensiero Politico presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Internazionali di Roma

Fonte: Barbadillo

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