Grecia, il default della democrazia - di Fabrizio Casari

Ore drammatiche per la Grecia che apre stamane con la chiusura della Borsa e degli sportelli bancari, per evitare assalti speculativi e prelievi insostenibili. Sono le due misure immediate prese dal governo greco per far fronte all’emergenza determinatasi con la rottura delle trattative con la UE. Misure tampone che dureranno tutta la prossima settimana o almeno fin quando non sarà chiara la direzione che Atene prenderà.

Nel frattempo, Draghi ha deciso di mantenere inalterati i fondi di emergenza disponibili per gli istituti di credito ellenici, precisando tuttavia che potrebbe rivedere le sue decisioni "in qualunque momento" ma che “lavorerà a stretto contatto con la banca di Grecia per garantire la stabilità finanziaria". Ma non è di finanza che si tratta, la crisi greca ha poco a che vedere con i numeri.

L’ammontare del debito greco corrisponde più o meno all’1 per cento del PIL europeo e al 3% del debito complessivo della UE. E’ quindi evidente come non si possa ragionare di tragedia finanziaria per Bruxelles ed è del resto noto come l’esposizione di Atene verso il FMI è inferiore a quella di altri paesi che pure non presentano, allo stato, possibilità di rientro a breve-medio termine. Dunque risulta ozioso identificare possibili tecnicismi finanziari per verificare eventuali margini d’intervento nell’ambito del Trattato e nello statuto della BCE.

La questione tra il FMI e la BCE da un lato e Atene dall’altro è tutta politica. Non è il volume del debito che costituisce il nodo vero, ma l’indisponibilità di Atene a proseguire nel ruolo di alunno obbediente della dottrina imperante. E’ la mancata cessione di sovranità dal governo eletto  verso gli organi finanziari internazionali che si muove sullo sfondo. La Grecia viene affondata perché disobbediente, non perché inadempiente.

Non è un caso, infatti, che a far saltare il tavolo delle trattative sia stata la notizia dell’indizione di un referendum consultivo per i cittadini greci. La sola idea che la relazione tra le istituzioni europee e i singoli governi possa passare attraverso il pronunciamento dei popoli manda letteralmente fuori di sé gli euro-burocrati. Che avevano preparato un documento nel quale veniva scritto che le responsabilità per il mancato accordo erano tutte del governo greco.

Si voleva l’umiliazione di Tsipras, il decretare che un governo di sinistra non è accettabile per l’architettura politica e finanziaria della UE, che invece accoglie a braccia aperte nazisti come Orban. Per questo il leader ellenico ha deciso di alzarsi dal tavolo dei negoziati, dove del resto - benché il paese sia allo stremo - gli veniva proposta una ricetta che avrebbe determinato l’indigenza di massa ma che rifiutava la tassazione alle imprese. Mancava solo l’assunzione del tedesco come lingua ufficiale.

Le richieste della Grecia di rinegoziazione del debito sono state respinte perché ragionevoli e sensate. Perché non si vuol costituire un precedente che possa fungere da esempio per nuovi scenari politici, particolarmente possibili in Spagna. Bruxelles, affannata a ribadire il comando sull’Europa invece che a costruire il governo dell’Europa, preferisce eliminare uno dei suoi membri piuttosto che riconoscere ai greci il diritto di scegliere la linea del loro paese. L’esercizio della democrazia si conferma essere incompatibile con l’esercizio del dominio finanziario da parte dell’Europa delle banche. Atene è ormai un paradigma più che un paese.

Tsipras ha smesso dunque di ascoltare Bruxelles, diventata una sorta di Sparta 2.0, ed ha scelto di ascoltare i greci. D’altra parte, non poteva fare diversamente. Aveva ereditato un paese a pezzi, ma riteneva che un negoziato complessivo che prevedesse una ristrutturazione del debito potesse mettere le basi per rifondare l’economia del paese ellenico.

Non per vezzo ideologico, ma per legittima difesa. Perchè la Grecia vive una crisi sistemica profonda, con la caduta del 25% del PIL, il 52% dei giovani senza lavoro, il 40% dei bambini sotto la soglia di povertà. Dati che disegnano una drammatica crisi economica e sociale, umanitaria persino.

Proprio per poter rivedere l’impianto delle politiche ultraliberiste che hanno prodotto queste cifre, Tsipras non ha mai vagheggiato uscite dall'Euro, ma contava di costruire una relazione diversa con l’Europa e con le istituzioni finanziarie internazionali.

La Grecia è letteralmente in ginocchio e non può decretare la morte per fame dei suoi abitanti solo per confermare la linea di rigore di bilancio di chi, quando si trovò in crisi perché alle prese con i costi della riunificazione, chiese ed ottenne una moratoria sul suo debito.

Ma UE e FMI non hanno voluto sentire ragioni. Benché sia evidente a tutti come il proseguimento delle politiche di “riforme strutturali” come richieste dai creditori siano la medicina che ucciderebbe definitivamente il paziente, è prevalsa la linea -tutta politica - che preferisce vedere la Grecia in default piuttosto che accettare di ridiscutere i postulati ideologici turbo-monetaristi che già hanno ridotto il Vecchio Continente alla crisi sociale più devastante degli ultimi 50 anni. E' uno scontro ideologico su base dottrinaria quello che Bruxelles ha voluto ingaggiare con Atene.

Il referendum è quindi, per diversi motivi, una scelta obbligata per Alexis Tsipras. Il programma con il quale è stato eletto Premier prevedeva di riuscire a tenere insieme la sovranità del paese e la permanenza dello stesso nella UE. Bruxelles, sorda a qualunque ipotesi di compromesso, obbliga invece la Grecia a suicidarsi: o attraverso il default economico, come prezzo per la sua dignità, o attraverso il definitivo, totale commissariamento in fatto e in diritto da parte di Bruxelles. Il mandato elettorale di Syryza ha dunque bisogno di una nuova conferma o, alla luce del nuovo quadro, di una profonda modificazione di obiettivi e quindi delle scelte di politica economica e sociale necessari a raggiungerli.

Tsipras sa bene che, stando ai sondaggi, la maggioranza dei greci non vogliono uscire dall’Euro e, pur chiedendo di votare per il No alle proposte di UE e FMI, si è detto pronto a rispettare il mandato popolare qualunque esso sia. Il leader ellenico sa benissimo che una vittoria dei SI porterebbe dritti ad elezioni anticipate dall’esito assai incerto, ma accetta la sfida. E’ una lezione di democrazia partecipativa dalla quale l’Europa avrebbe molto da imparare, ma che proprio per le sue possibili estensioni, per l’effetto emulativo che potrebbe determinare, terrorizza gli euro burocrati.

Sono diversi gli scenari che ora si aprono, dal ritorno al tavolo dei negoziati fino al default controllato. Russia, Cina ed Iran sono spettatori interessati dell’evoluzione dello scenario greco ed hanno già fatto le prime mosse di avvicinamento verso Atene. Non è affatto certo che il rigore europeo non diventi un autogol strategico anche in termini geopolitici.

Non è un caso, semmai una triste metafora, che il paese che ha inventato la democrazia sia oggi messo con le spalle al muro da chi, nella storia, della democrazia è stato il peggior nemico. L’Europa come disegno ideale, identità politica e modello sociale esce a pezzi dalla vicenda greca e la penetrazione dell’antieuropeismo da ieri ha fatto passi da gigante.

Atene è l’agnello sacrificale sull’altare di una concezione dell’Unione che è ormai nemica giurata di quella ispiratrice che aveva ipotizzato Altiero Spinelli nel "Manifesto di Ventotene". In uno stupido gioco d'azzardo per piegare Atene e minacciare Madrid sembra pronta a rischiare di autodistruggere l’Europa intera.

Si apre ora una settimana drammatica e con il referendum si deciderà, in parte, sia il futuro greco che, indirettamente, quello dell’Europa, che rischia di pagare a carissimo prezzo la scelta dell’inflessibilità. In questa nuova guerra del Peloponneso, se Atene piange, Bruxelles non ride.

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