" Non sono tedesco ma bavarese". Werner Herzog, l'uomo del cinema

" Non sono tedesco ma bavarese". Werner Herzog, l'uomo del cinema

Appuntamento alle 12 all'Adlon, a due passi dalla Porta di Brandenburgo. È puntuale e si presenta nel salotto tutto velluti, arazzi ed abat jour dell'hotel in jeans, camicia grigia e giacchetta, stropicciata, nera. Ai piedi Werner Herzog ha un paio di sneakers: è uno dei più grandi registi del cinema mondiale, quasi un cult vivente, ma non ci tiene molto, nonostante i suoi 73 anni, all'eleganza. A salutarti, invece, con estrema cortesia sì. Per poi correggere subito, anche in modo brusco, la prima frase che diciamo su di lui. "Tanto per cominciare - reagisce Herzog non appena si sente dare del 'regista tedesco' -, non mi sento affatto tedesco, ma semmai bavarese, che è una cosa ben diversa". Dal salottino lussuoso al centro della nuova Berlino, eccoci risucchiati agli anni '50 e in quel di Sachrang, villaggio sui cucuzzoli delle montagne bavaresi dove Herzog passò, senza padre, i primi dodici anni. Una Baviera selvaggia, ai confini con l'Austria e, a quei tempi, ancora senza auto. Ma piena di quei torrenti e massicci maestosi che, un giorno, faranno da sfondo ai personaggi folli, testardi e mostruosi dei suoi film. Eroi notturni e dai nomi tenebrosi come Aguirre, Fitzcarraldo o Nosferatu. "Sì, me ne sono accorto tardi di non aver girato sinora un film con una protagonista femminile - ammette Herzog con una voce piana e ferma e quel suo sguardo ipnotico -. Se non me l'avessero fatto notare non me ne sarei neanche accorto che quello che stavo ora girando è su una donna".
Dal primissimo cortometraggio del 1962 ad oggi, tra film e documentari Herzog ne ha girate più di sessanta di pellicole. Ma "The Queen of the desert", presentato alla 65° edizione della Berlinale, è il suo primo film dedicato alla vita (e ai tragici amori) di una donna ecezionale: Gertrude Bell, nata nel 1868 in una famiglia di industriali inglesi, e sepolta in quel di Baghdad nel 1926. Dopo essersi meritata nel giro di vent'anni da sceicchi, emiri drusi e beduini il titolo di 'regina senza corona dell'Iraq'. "Dopo neanche un'ora che guardavo il materiale sulla vita della Bell, portatomi da Nick Raslan, sapevo già che ci avrei girato un film". Il regista bavarese e il suo producer Raslan, venuto al mondo a Damasco, sono amici almeno dal 2006, anno in cui Raslan produsse l'ultimo classico di Herzog: 'Rescue Dawn - Alba della libertà'. Ennesimo capolavoro di stampo crudamente wagneriano, in cui un bravissimo Christian Bale è un pilota americano che si trova a fronteggiare prima la prigionia in Vietnam, poi la giungla, vincendo alla fine la duplice, orrida prova. Tutte altre le sfide, storiche ed ambientali, che la stupenda Nicole Kidman si trova ad affrontare nei panni della ribelle Gertrude Bell nei 125 minuti del nuovo epos. "La prima differenza che salta agli occhi - racconta introducendoci al film girato per lo più in Giordania -, è che nella giungla ti muovi nello spazio di grandi sogni, divoranti febbri e delle sublimi opere liriche". Indimenticabile il trionfo della lirica e dei deliri nella giungla con quell'invasato di Klaus Kinski in "Fitzcarraldo" del 1982. "In realtà mi trovo molto più a mio agio nel deserto. Forse perché il deserto distende un'immensa tenda di silenzio sulla tua vita quotidiana, e all'improvviso sei confrontato con null'altro che te stesso". Lui, il bavarese Herzog, uno che a 15 anni da Monaco se la fece a piedi sino in Albania, i deserti li ha attraversati più volte: "Specie il Sahara - precisa- con o senza troupe e macchina da presa". Ma la non lieve differenza rispetto ai film e documentari d'un tempo - ad esempio 'Fata Morgana' del 1972 - si chiama Nicole Kidman. "Negli ultimi dieci anni non ho visto una attrice del calibro e bravura della Kidman. E questo mio film è quello in cui lei ha dato tutta se stessa". Forse perché vita e tempra d'una donna così audace e pervicace come Gertrude Bell dovevano entusiasmare un'attrice così decisa come l'australiana Kidman. "Quando Gertrude era una delle pochissime studentesse sui banchi di Oxford, le donne a lezione dovevano starserne col volto verso il muro e non avevano alcun diritto politico - ricorda Herzog -. Queste erano le norme nelle tanto progredite società occidentali ai tempi in cui visse la Bell".
Una grande scrittrice ed archeologa, ma con una forte passione non solo per le montagne (un picco in Svizzera porta ancora oggi il suo nome), ma ancor di più per la fotografia e soprattutto per la bellezza dei deserti e della poesia araba. Fu il suo libro "Syria: The Desert" che, nel 1907, trasportò in Occidente, e per la prima volta con tanto di foto, il fascino del deserto. Un enorme tesoro di contatti, sapere storico e geografico accumulato dalla Bell in decenni di carovane nel deserto che non sfuggì durante la Grande Guerra ai generali inglesi. Nel 1916, eccola infatti "ufficiale di collegamento" nell'Arab Bureau aperto a Il Cairo. Toccò poi a Winston Churchill, come si vede nella prima scena con cui Herzog apre il film, a volere la 'regina del deserto' nel gruppo di orientalisti che, dopo il crollo dell'impero ottomano ed insieme al mitico Lawrence d'Arabia, ridisegnò i confini di nuovi Stati quali appunto l'Iraq. "Oggi, cento anni dopo, ci sembra ovvio criticare il modo in cui il colonialismo inglese ricostruì, dalla massa dell'impero ottomano, i nuovi Stati e i nuovi confini nel Medio Oriente. Ma il terrorismo islamico esploso ora proprio in quelle regioni, come l'islamofobia qui in Europa, ci fanno intuire che le alternative non sono affatto così facili".
Più aggrovigliata ed esplosiva di così, anzi, la situazione in Medio Oriente, e in Europa, non può essere. Per questo Herzog ha rinunciato a girare il classico film strettamente politico. "Ho cercato invece di esplorare per la prima volta nella mia vita l'animo tormentato di una donna afflitto da due tragiche storie d'amore, insieme alla sua passione per i viaggi nei deserti e al suo rispetto per la cultura nomade ed araba". Certo, non pochi critici hanno obiettato che la prospettiva scelta stavolta da Herzog, raccontare la vita e l'epoca di Gertrude Bell anche attraverso i suoi drammi personali, abbia schiacciato il film in una dimensione troppo convenzionale, se non romantica. È il momento dell'incontro, nel caldo salotto dell'hotel berlinese, in cui Herzog ti fissa come fossimo marziani, e non avessimo idea di che pasta è fatto l'animo umano: "Ma ogni storia d'amore è in fondo romantica, e personalmente in questo non ci trovo nulla di male!". Tanto più che il primo piano sull'animo di Gertrude mira a un obiettivo preciso: "A strappare finalmente una grande ed originale figura femminile come Gertrude dall'ombra di Lawrence d'Arabia. Uno che ha passato tutta la sua vita a non far altro che parlare e promuovere se stesso". Riuscendoci, bisogna ammetterlo, benissimo.
Il famoso film di David Lean, con il grandioso Peter O'Toole nei panni dell'eroico Lawrence, si accapparrò quando uscì nel 1962 la bellezza di sette Oscar. Altri tempi. Oggi, mezzo secolo dopo, la furia del terrorismo islamico impazza in Medio Oriente e in Africa. Fa stragi a Parigi e Copenhagen, scatenando ondate di spaventosa islamofobia che rimestano torbide paure e i più triti pregiudizi. "Non dobbiamo farci accecare dalle nostre ansie e paure, ma prender esempio da una donna che, un secolo fa, sfidando tutti i pregiudizi della sua epoca, riuscì a viaggiare nei deserti, a conoscere le culture dell'Islam e a farsi rispettare, dai potenti in Oriente e in Occidente, come una regina".
Non è poco per una donna sola. Che alla fine appartiene di diritto alla tribù degli Aguirre e Nosferatu. Anche se nella galleria degli eroi così notturni di Werner Herzog, Gertrude Bell è senz'altro la più solare.

Di Stefano Vastano

http://www.caffe.ch/stories/incontri/50263_non_sono_tedesco_ma_bavarese/

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog