La società delle puttane - di Matteo Limiti

Un tempo si chiamava società dei magnaccioni. Volgare e lasciva come le osterie, tra fiumi di vino e quintali di porchetta, di una celebre canzone romana. Ma oggi, oltre a questo, c’è di più. Un’amara realtà si presenta ai nostri occhi: tutti siamo diventati puttane. Già perché c’è un elemento importante che il consumismo di oggigiorno ha abilmente mutuato dal mestiere più vecchio del mondo facendolo suo: pagare per una prestazione. E l’ambito dove la logica “puttanesca” si è più diffusa è quello del lavoro. La flessibilità lavorativa ha creato un mondo di puttane dove il datore di lavoro ti arruola nel suo “harem” e fruisce della tua prestazione senza nutrire per te alcun dovere particolare. Come con una puttana - la paghi ma non sei obbligato a rivederla - così con un lavoratore nulla ti impedisce di non rinnovargli il contratto. E così come non c’è bisogno di buoni motivi per non risentire una puttana con la quale si è stati allo stesso modo non serve una vera e propria giusta causa per accompagnare alla porta un dipendente.

Ci sono poi anche le puttane in proprio. Lo psicologo, ad esempio, è una puttana e anche piuttosto costosa. Può chiedere anche più di 100 euro per un’ora di prestazione. E anche i beni, non solo i servizi, sembrano rispondere a questa logica: tutto si può affittare, usare a proprio piacimento e poi, quando si è stufi, abbandonare. Così vale per l’utero, un vestito di Carnevale oppure una Lamborghini fiammante.

Che sia una prestazione intellettuale come quella di uno psicologo, artistica come quella di un ritrattista o magari di manovalanza come quella di un facchino, l’intera società funziona secondo questa logica: c’è gente che vende prestazioni e gente che le acquista. Ci sono le puttane e ci sono i clienti. Spesso capita anche che ognuno ricopra entrambi i ruoli, a seconda della situazione. E così come ci sono le puttane di alto bordo esistono anche gli imbianchini che costano un occhio della testa perché magari ti dipingono la casa con l’effetto spugnato. Puttane chic per clienti choosy, è il mercato dopo tutto.

Eppure, nonostante tutti vadano a mignotte, di fronte al sempreverde universo delle puttane la società è letteralmente spaccata in due. Da una parte i soliti proibizionisti bigotti che, in nome di encomiabili valori morali e spirituali, sono pronti a gettare la prima pietra sui loro connazionali peccatori. Dall’altra parte della barricata, invece, i libertari (o libertini), quelli al passo coi tempi, quelli che, imbambolati da una visione romantica della puttana modello canzoni di De André, in fondo non ci vedono nulla di male. Entrambi soldati vittime della stessa guerra, militanti di eserciti contrapposti ma indissolubilmente legati da un destino comune.

Alla prima folta schiera di benpensanti sarebbe bello chiedere come mai offrire una prestazione intellettuale a una multinazionale senza scrupoli dovrebbe essere più dignitoso che vendere una prestazione sessuale a un cliente in cerca di emozioni ma, di certo, non pretenderemmo risposta. Ogni società che si “rispetti”, in fondo, ha la sua discarica sociale dove gettare le proprie contraddizioni. E’ come se essa volesse sottrarre qualcosa – il corpo, in questo caso – alla perversa logica consumistica che la attanaglia per dimostrare a se stessa di avere ancora dei valori: se il denaro compra tutto c’è ancora qualcosa che non è lecito acquistare. Ma poi ci accorgiamo che il disprezzo che la società riserva alla puttana (e ai suoi clienti) diminuisce significativamente quanto maggiore è il prezzo a cui ella si vende (e che essi sono disposti a pagare). La puttana di alto bordo, di solito, viene chiamata attrice, showgirl; il cliente altolocato, persona perbene o, addirittura, Cavaliere. Insomma, l’entità del denaro è sufficiente a compensare il marchio dell’infamia.

Ai nostri amici libertari, invece, sarebbe bello far notare lo squallore di una società nella quale tutto diventa mercificabile, dove all’impersonale ed esteriore dominio del denaro fa eco un incontro con l’altro altrettanto inumano ed impalpabile. Sarebbe bello dire loro: “Hey, ricordati che una donna si può soltanto amare, mai possedere veramente”. Non è come una macchina che quando ce l’hai è tua. Forse la donna nel sesso a pagamento conta quanto il dipendente in un’azienda: è un mezzo per raggiungere un fine puramente egoistico e individuale, l’orgasmo o il profitto che sia. L’azienda usa il dipendente, il cliente usa la puttana. Ma ciò che vi è veramente di più abietto è che, dopo tutto, ci si usa a vicenda: la perfetta sintonia tra due gameti che nell’incontro mercenario trovano il modo di accoppiarsi. In una società liquefatta, priva di consistenza umana, dove tutto è precario e amorfo, la prostituzione diventa quindi la cartina da tornasole dei tempi odierni: anche l’incontro umano è ridotto a pura transazione commerciale.

Chi uscirà vincitore da questa guerra non mi sembra importante. E poi considerando la prostituzione come sinonimo di un’inclinazione consumistica e reificante attuale, libertari e proibizionisti sono entrambi puttanieri abituali. Può darsi che quando avranno comprato tutto, si accorgeranno che ciò che di più prezioso la vita ci offre ha l’inestimabile valore di qualcosa che non si può acquistare. L’inaspettata spontaneità di un sorriso oppure un bacio che fa vibrare il cuore: forse è questo che ci salverà.

Fonte: Arianna editrice

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