La Corte, le pensioni, e il governo - di Maria Luisa Pesante

Gridare all’invasione di campo della Corte anziché riconoscere che il governo ha violato i limiti imposti dalla giurisdizione costituzionale vuol dire invocare lo scardinamento della costituzione

Contro la sentenza della Corte costituzionale sull’illegittimità del blocco dell’adeguamento all’inflazione per le pensioni superiori ai 1200 euro netti disposto nel dicembre 2011 dal governo Monti con decreto-legge poi convertito dal Parlamento, sono subito partire tre operazioni politiche. La prima è un attacco alla sentenza, e in prospettiva alla Corte, per la sua ingerenza nelle prerogative del governo, del legislatore ordinario, e della Commissione europea sui problemi economici. La seconda è la difesa di un procedimento politico che consiste nel sostenere, di fronte a un problema di gravità generalmente riconosciuta, che nessuna altra soluzione è possibile, se non quella particolarissima pensata dal governo. Non c’è alternativa, come diceva Margaret Thatcher. La terza è giocare con le cifre a scopo di terrorismo economico. Quest’ultima è in realtà la migliore riprova di quanto abbia ragione la Corte quando scrive che la disposizione dichiarata illegittima “si limita a richiamare genericamente ‘la contingente situazione finanziaria’, senza che emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi così fortemente incisivi. Anche in sede di conversione […] non è dato riscontrare alcuna documentazione tecnica circa le attese maggiori entrate”, come è previsto invece dalla legge di contabilità del 2009. In altre parole, non è la Corte che, nella sua logica giuridica, si rifiuta di tener conto delle situazioni economiche, come molti commentatori hanno sostenuto; è il governo che non si è degnato di metterci uno straccio di relazione tecnica. Altrimenti come può la Corte valutare se la legge ha bilanciato diverse esigenze? Del resto è lo stesso governo che non è stato in grado di fare due conti ragionevoli sui cosiddetti esodati. Sulle false storie dei conti tornerò alla fine.

Circa la distinzione tra le sfere di intervento del legislatore ordinario e del giudice costituzionale la Corte non si limita a riconoscere la discrezionalità dell’azione politica - che potrebbe essere riconoscimento puramente formale. Essa indica, con una puntuale ricostruzione dei precedenti interventi sul problema da parte sia del legislatore ordinario sia del giudice costituzionale, diversi possibili modi in cui sono stati bilanciati i criteri di proporzionalità e adeguatezza dei trattamenti pensionistici e le esigenze finanziarie (soglia della protezione totale delle pensioni, applicazione parziale per scaglioni di reddito, o altra forma di progressività, stretto limite di tempo, previsione di successivo ricupero, nell’ambito di obiettivi definiti e specifici, come fu fatto nel 2007). Essa ha anche chiarito che gli interventi del legislatore devono tener conto del carattere specifico delle prestazioni che ci si ripromette di ridurre (diamine! ma allora non si potrebbe più toccare nessuna parte del welfare?) È stupefacente che economisti e costituzionalisti si passino l’argomento che questa sentenza è in contraddizione con altre sentenze della Corte come se le sentenze contenessero solo enunciazioni di criteri e non esame e valutazione di specifici casi, tutti diversi. Gridare all’invasione di campo della Corte anziché riconoscere che il governo e il legislatore ordinario hanno violato i limiti imposti dalla giurisdizione costituzionale vuol dire invocare, per insipienza o per progetto, lo scardinamento della costituzione in una delle sue funzioni fondamentali. La discrezionalità del legislatore ordinario infatti è compatibile con libertà e diritti dei cittadini in quanto i suoi limiti sono predeterminati dal dettato e dalla giurisprudenza costituzionale. In mancanza di questo non abbiamo costituzione, ma solo rapporti materiali di forza: stavolta è andata male ai pensionati, a quelli ricchi, che non se ne sono accorti nemmeno, e a quelli quasi poveri, che se ne sono accorti, e se ne facciano una ragione.

Che non ci fosse alternativa a toccare le pensioni, ma soprattutto a toccarle in quel modo, è ribadito nell’intervista del senatore Monti alla “Stampa”: “Se non avessimo preso le misure necessarie sarebbe intervenuto il default oppure sarebbe arrivata la Troika” (3 maggio 2015). Ma in che cosa è consistito di fatto l’intervento sulle pensioni? Quando Giuliano Amato prelevò nottetempo una piccola quota dei nostri depositi bancari, con assicurazione di rimborso, come poi avvenne, si trattava di soldi che venivano passati dai nostri conti al Tesoro, immediatamente. Quando Monti ha tagliato l’adeguamento delle pensioni all’inflazione ha aumentato in prospettiva, non nell’immediato, l’attivo del totale dei fondi pensionistici dell’Inps. Il saldo pensionistico calcolato come si deve, ossia escludendo le poste assistenziali e al netto delle tasse, come ovviamente viene fatto nella UE, era allora di più di 20 miliardi, e così sarebbe stato anche nel 2013. A che cosa serviva dunque aumentarlo ancora, e con urgenza? A far sì che l’Inps con l’attivo delle pensioni potesse pagare anche le prestazioni assistenziali, i cui passivi dovrebbero essere pagati invece dalla fiscalità generale; e a far sì che l’Inps potesse affrontare il disavanzo che gli sarebbe stato scaricato addosso con l’incorporazione dell’Inpdap: disavanzo dovuto al fatto che per molti anni il Tesoro non aveva versato i contributi pensionistici per i propri dipendenti, sostenendo che si trattava di una pura partita di giro dal momento che lo stesso ente doveva versare i contributi e pagare le pensioni. La stucchevole e truffaldina retorica secondo cui i pensionati, per quanto poveri, prendono in ogni caso più di quanto abbiano versato è rispuntata fuori in questi giorni. Questo è vero in misura cospicua solo per i pensionati più ricchi, i dirigenti industriali, il cui fondo è in cronico e grave disavanzo. La stessa Fornero nel novembre 2011 scriveva che passare al sistema contributivo per tutti (tanto hai pagato di contributi tanto avrai di pensione) era un fatto di equità che non avrebbe portato molti risparmi. Il senso dell’operazione è stato dunque di usare le pensioni per coprire disavanzi di bilancio che non avevano nulla a che fare con il presunto squilibrio dei conti pensionistici dell’Inps, mostrando ai creditori e alla Troika che il governo era in grado di rastrellare denaro non con un prestito forzoso, come aveva fatto Amato, ma usando l’odiato sistema pensionistico pubblico come un bancomat da scassinare, con conseguenze di lungo periodo. La Corte ha sentenziato che il modo era offensivo.

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