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Non posso dimenticarli. I loro nomi erano Aslan, Alik, Andrei, Fernanda, Fred, Galina, Gunnhild, Hans, Ingeborg, Matti, Natalya, Nancy, Sheryl, Usman, Zarema, e la lista continua. Per molti, la loro esistenza, la loro umanità, è stata ridotta a statistiche, registrate freddamente come "incidenti di sicurezza".

0:48Per me, loro erano colleghi appartenenti alla comunità degli operatori umanitari che hanno provato a portare un po' di conforto alle vittime di guerra in Cecenia negli anni '90. Erano infermieri, addetti logistici, esperti in rifugi, assistenti legali, interpreti. E per questo servizio, sono stati uccisi, le loro famiglie distrutte e le loro storie, in buona parte, dimenticate. Nessuno è mai stato condannato per questi crimini.

1:21Io non posso dimenticarli. In qualche modo loro vivono in me, la loro memoria dà un senso ad ogni mio giorno. Ma allo stesso tempo attanaglia il lato oscuro della mia mente.

1:33In quanto operatori umanitari, hanno fatto la scelta di stare dalla parte delle vittime, di fornire assistenza, conforto, protezione, ma quando loro hanno avuto bisogno di protezione, non ne hanno ricevuta. Di questi giorni, quando si leggono i titoli di testa dei quotidiani con la guerra in Iraq o in Siria"operatore umanitario rapito", "ostaggio giustiziato" ma chi erano queste persone? Perché erano lì?Cosa li ha motivati? Come abbiamo fatto a diventare così insensibili a questi crimini? Questa è la ragione per la quale io oggi sono qui. Bisogna trovare modi migliori per ricordarli. Bisogna spiegare i valori chiave ai quali loro hanno dedicato le loro vite Infine, dobbiamo domandare giustizia.

2:27Nel '96 quando sono stato mandato dall'Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite nel Nord Caucaso, sapevo di correre dei rischi. Cinque colleghi erano stati uccisi, tre erano stati feriti gravemente, sette erano già stati presi come ostaggi. Quindi, eravamo prudenti. Utilizzavamo vetture blindate, auto civetta, cambiando le abitudini di viaggio, cambiando alloggi, qualunque tipo di misura di sicurezza.

2:54Nonostante ciò, in una fredda notte di gennaio del '98, venne il mio turno. Quando entrai nel mio appartamento, in Vladikavkaz, con una guardia, ci ritrovammo circondati da uomini armati. Presero la guardia, la buttarono a terra, la picchiarono di fronte a me, la legarono, e la trascinarono via. Io avevo le mani legate, ero bendato, e quando forzato ad inginocchiarmi, mi puntarono il silenziatore di una pistola al collo. Quando ti succede, non c'è tempo per pensare, né tempo per pregare. Il mio cervello andava in automatico, ripassando velocemente la vita che mi sarei lasciato alle spalle. Mi ci volle un po' per realizzare che quegli uomini dal viso coperto non erano lì per uccidermi, ma che qualcuno, da qualche parte, aveva ordinato il mio rapimento. Quel giorno, incominciò un processo di deumanizzazione. Non ero altro che merce di scambio.

4:00Di solito non ne parlo, ma vorrei condividere con voi un po' di quei 317 giorni di prigionia. Sono stato detenuto in una cantina sotterranea, buio totale, per 23 ore e 45 minuti al giorno, e poi le guardie arrivavano, di solito in due. Mi portavano un grosso pezzo di pane, una tazza di zuppa e una candela.La candela bruciava per 15 minuti, 15 minuti di luce preziosa, e poi la portavano via, ed io tornavo al buio. Ero legato al letto con un cavo metallico, potevo solo fare quattro piccoli passi. Ho sempre sognato di farne un quinto. E niente TV, niente radio, niente giornali, nessuno con cui parlare. Non avevo un asciugamano, né sapone, né carta igienica, solamente due secchi di metallo aperti, uno per l'acqua, uno per gli scarti. Potete immaginare le guardia simulare la mia esecuzione per passatempoquando erano sadiche o solamente annoiate o ubriache? Lentamente arrivavo all'esaurimento nervoso.

5:24Isolamento e oscurità sono particolarmente difficili da descrivere. Come si descrive il nulla? Non ci sono parole per la profonda solitudine che ho provato su quella sottilissima linea tra sanità mentale e pazzia.Nell'oscurità, a volte, ho immaginato di giocare partite a dama. Iniziavo col nero, muovevo il bianco, di nuovo il nero, cercando di renderla difficile per l'avversario. Non gioco più a dama. Ero tormentato da pensieri sulla famiglia, i miei colleghi, la mia guardia, Edik. Non sapevo cosa gli fosse successo. Mentre cercavo di non pensare, cercavo di passare il tempo facendo qualsiasi tipo di esercizio fisico sul posto.Ho provato a pregare, ho provato qualsiasi tipo di gioco mnemonico. Ma l'oscurità creava delle immagini e dei pensieri che non erano normali. Una parte del cervello vuole che tu resista, gridi, pianga,mentre l'altra parte del cervello ti ordina di stare zitto e attraversare il momento. È un continuo dibattito interno; nessuno fa da arbitro.

6:42Una volta una delle guardie venne verso di me e in modo aggressivo mi disse: "Oggi ti inginocchierai e implorerai per il tuo cibo". Non ero di buon umore, e lo insultai. Insultai sua madre, insultai i suoi antenati. Le consequenze furono moderate: buttò il mio cibo nel secchio dei rifiuti. Il giorno dopo tornò con lo stesso ordine. Ottenne la stessa risposta, che portò alle stesse conseguenze. Quattro giorni dopo, il mio corpo faceva male dappertutto. Non sapevo la fame potesse fare così male quando hai così poco. Quindi quando la guardia venne giù, mi inginocchiai. Implorai per il mio cibo. Sottomettermi era l'unico modo di ottenere un'altra candela.

7:40Dopo il mio rapimento, fui trasferito dalla Ossezia del Nord alla Cecenia, tre giorni di lungo viaggio nel bagagliaio di macchine diverse, e appena arrivato, fui interrogato per 11 giorni da un ragazzo chiamato Ruslan. La routine era sempre la stessa: un po' più di luce, 45 minuti. Lui veniva giù in cantina,chiedeva alle guardie di legarmi alla sedia, e metteva la musica a tutto volume. E mi urlava le domande.Gridava. Mi picchiava. Vi risparmierò i dettagli. Ci sono molte domande che non capivo e ci sono alcune domande che non volevo capire. La durata dell'interrogatorio combaciava con la durata del disco: 15 canzoni, 45 minuti. Ogni volta, non vedevo l'ora che arrivasse l'ultima canzone.

8:33Un giorno, una notte in quella cantina, non so quale delle due, sentii un bambino piangere di sopra,forse aveva due o tre anni. Passi, confusione, gente che correva. Quando Ruslan arrivò il giorno dopo,prima della prima domanda, gli chiesi: "Come sta tuo figlio oggi? Si sente un po' meglio?". Ruslan ci rimase di stucco. Era furioso con le guardie potessero aver fatto trapelare dettagli della sua vita privata.Continuai a parlare delle NGO che danno medicine alle cliniche locali che avrebbero potuto aiutare suo figlio. E parlammo di educazione, parlammo di famiglie. Lui mi parlò dei suoi figli. Io gli parlai delle mie figlie. E poi mi parlava di pistole, di macchine, di donne, e io dovevo parlare di pistole, di macchine, di donne. E così parlammo fino all'ultima canzone del disco. Ruslan era l'uomo più brutale che abbia mia conosciuto. Non mi toccò più. Non mi fece altre domande. Non ero più solo merce di scambio.

9:47Due giorni dopo, fui trasferito in un altro posto. Lì, una guardia venne verso di me, molto vicino - era piuttosto insolito - e mi disse a voce bassissima, mi disse, "Vorrei ringraziarti per l'assistenza che la tua organizzazione ha fornito alla mia famiglia quando ci hanno sfollati vicino a Dagestan". Che cosa potevo rispondere? Faceva male. Era come una lama nello stomaco. Mi ci sono volute settimane di pensiero per riconciliare le buone ragioni che noi avevamo per assistere quella famiglia e il soldato di ventura che lui era diventato. Era giovane, era timido, non ho mai visto la sua faccia. Probabilmente aveva buone intenzioni. Ma in quei 15 secondi, mi ha fatto rivalutare tutto ciò che avevamo fatto, tutti i sacrifici.

10:46Mi ha anche fatto pensare a come loro ci vedono. Fino ad allora, credevo che sapessero perché eravamo lì e quello che facevamo. Non si può dare per scontato. Spiegare perché lo facciamo non è semplice, persino ai nostri parenti più cari. Non siamo perfetti, non siamo superiori, non siamo i pompieri del mondo, non siamo supereroi, non mettiamo fine alle guerre, sappiamo che l'intervento umanitario non è un sostituto di una soluzione politica. Nonostante ciò, lo facciamo perché ogni singola vita vale. A volte questa è l'unica differenza che fai - un individuo, una famiglia, un piccolo gruppo di individui - e questo vale. Quando ci sono tsunami, terremoti o tifoni, si vedono squadre di soccorritori provenire da ogni parte del mondo, che cercano superstiti per settimane. Perché? Nessuno lo mette in discussione. Ogni vita vale, o meglio, ogni vita dovrebbe valere. Lo stesso vale per noi quando aiutiamo i rifugiati, le persone sfollate dal conflitto nel loro paese, o gli apolidi.

12:00Conosco molte persone che quando si confrontano con una sofferenza schiacciante, si sentono impotenti e si fermano. È un peccato perché ci sono così tanti modi per aiutare le persone. Non ci fermiamo davanti a questa sensazione. Facciamo tutto ciò che è possibile per fornire assistenza,protezione, conforto. Dobbiamo. Non possiamo fare altrimenti. È questo che ci fa sentire, non so, semplicemente umani.

12:29Questa è una mia foto del giorno del mio rilascio. Mesi dopo il mio rilascio ho incontrato il primo ministro francese in carica. La seconda cosa che mi ha detto: "Sei stato un irresponsabile ad andare nel nord del Caucaso. Non sai quanti problemi ci hai causato". Il meeting è durato poco. (Risate)

12:53Penso che aiutare le persone in pericolo sia responsabile. In quella guerra, che nessuno voleva seriamente fermare, e ne abbiamo parecchie simili anche oggi, portare assistenza e un po' di protezione alle persone che ne avevano bisogno non era solo un atto d'umanità, era fare la vera differenza per le persone. Perché lui non lo capiva? Abbiamo la responsabilità di provare. Avrete sentito del concetto: Responsabilità di Proteggere. Le conseguenze possono dipendere da vari parametri.Possiamo persino fallire, ma peggio ancora del fallimento è non provarci nemmeno quando possiamo.

13:35Se arrivate fino qui, se decidete di fare questo tipo di lavoro, la vostra vita sarà piena di gioia e tristezza,perché ci sono molte persone che non possiamo aiutare, molte persone che non possiamo proteggere, molte persone che non abbiamo salvato. Io li chiamo i miei fantasmi, e avendo assistito alla loro sofferenza da vicino, fate vostro un po' di quel dolore. Molti giovani operatori umanitari attraversano la loro prima esperienza con molta amarezza. Sono lanciati in situazioni di cui diventano testimoni, ma non hanno il potere di apportare dei cambiamenti. Devono imparare ad accettarlo e trasformarlo gradualmente in energia positiva. È difficile. Molti non hanno successo, ma per coloro che ne hanno, non c'è nessun altro lavoro come questo. Vedete la differenza che fate ogni giorno.

14:30Gli operatori umanitari sanno il rischio che si assumono nelle aree di conflitto o negli ambienti post-conflitto; ma la nostra vita, il nostro lavoro sta diventando sempre più rischioso, e la santità della nostra vita sta svanendo. Sapete che dal 2000 il numero di attacchi a operatori umanitari è triplicato? Nel 2013 si è superato un record: 155 colleghi uccisi, 171 gravemente feriti, 134 sequestrati. Quante vite spezzate. Fin dall'inizio della guerra civile in Somalia negli ultimi anni '80, gli operatori umanitari erano a volte vittime di ciò che chiamiamo danni collaterali, ma in generale non eravamo l'obiettivo di quegli attacchi. Le cose sono cambiate. Guardate questa foto. Baghdad, agosto 2003: 24 colleghi sono stati uccisi. Sono finiti i giorni in cui la bandiera blu dell'ONU o una Croce Rossa ci proteggevano automaticamente.

15:46Gruppi criminali e alcuni gruppi politici si sono incrociati negli ultimi 20 anni, e hanno creato una sorta di ibrido con cui non possiamo in nessun modo di comunicare. I principi umanitari sono testati, messi in discussione e spesso ignorati, ma soprattutto abbiamo, forse, abbandonato la ricerca di giustizia.Sembrano non esserci conseguenze alcune per gli attacchi contro gli operatori umanitari. A seguito del rilascio, mi è stato detto di non cercare alcuna forma di giustizia. Non ti porterà alcun bene, mi è stato detto. In più, metterebbe a rischio la vita dei tuoi altri colleghi. Mi ci sono voluti anni per vedere la sentenza

16:31delle tre persone associate al mio rapimento, ma è stata un'eccezione. Non c'è stata alcuna giustizia per gli operatori umanitari uccisi o rapiti in Cecenia tra il '95 e il '99 e succede lo stesso in tutto il mondo. È inaccettabile. Non ci sono scuse. Per le leggi internazionali, gli attacchi agli umanitari sono crimini di guerra. Crimini simili non dovrebbero restare impuniti. Dobbiamo mettere fine a questo ciclo di impunità. Dobbiamo considerare quegli attacchi agli operatori umanitari come attacchi all'umanità stessa. Questo mi rende furioso.

17:17So di essere molto fortunato rispetto ai rifugiati per cui lavoro. Non so cosa vuol dire vedere la mia intera città distrutta. Non so cosa vuol dire veder sparare ai miei cari, di fronte a me. Non so cosa vuol dire perdere la protezione del mio paese. So anche di essere molto fortunato rispetto agli altri ostaggi.Quattro giorni prima del mio rilascio, quattro ostaggi sono stati decapitati a poche chilometri da dove ero tenuto prigioniero. Perché loro? Perché sono qui oggi? Non c'è una risposta semplice.

17:59Sono stato accolto con tanto supporto, da parte dei miei parenti, da parte dei colleghi, dagli amici, dalle persone che non conoscevo. Loro mi hanno aiutato, negli anni, a uscire dall'oscurità. Non tutti sono stati trattati con la stessa attenzione. Quanti dei miei colleghi, dopo un incidente traumatico, si sono tolti la vita? Ne posso contare nove che conoscevo personalmente. Quanti dei miei colleghi hanno attraversato un divorzio difficile dopo un'esperienza traumatica perché non potevano più spiegare niente ai loro consorti? Ho perso il conto. C'è un prezzo da pagare, per questo tipo di vita.

18:43In Russia, tutti i monumenti di guerra recano questa iscrizione sulla cima, che dice (in russo): "Nessuno è dimenticato, nulla è dimenticato."

18:56Non dimentico i miei colleghi perduti. Non posso dimenticare nulla. Conto su di voi per ricordare la loro dedizione e chiedere che gli operatori umanitari in tutto il mondo siano protetti meglio. Non dovrebbe permettere che la luce di speranza che portano venga spenta.

19:16A seguito del mio calvario, molti colleghi mi hanno chiesto: "Perché continui? Perché fai questo tipo di lavoro? Perché devi tornarci?" La mia risposta è stata molto semplice: Se mi fermassi, questo significherebbe che i miei rapitori avrebbero vinto. Avrebbero preso la mia anima e la mia umanità.

19:40Grazie.

19:42(Applausi)

http://www.ted.com/talks/vincent_cochetel_i_was_held_hostage_for_317_days_here_s_what_i_thought_about/transcript?language=it

Tag(s) : #Lodigiano: Ted Talks
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