Venezuela, la spina di Obama - di Fabrizio Casari

Con la novità della presenza di Cuba, si aprirà venerdì, a Panama, il Vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani. Arriveranno tutti o quasi i presidenti del continente americano, ma quello venezuelano, Nicolas Maduro, porterà con se un bagaglio particolare, contenente oltre dieci milioni di firme in ripudio alle minacce statunitensi che hanno definito il Venezuela una “minaccia costante alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Gli USA, da parte loro, provano ad uscire dall’angolo in cui si sono messi con le minacce imperiali, sostenendo che sarebbe la presunta repressione applicata dalle autorità venezuelane nei confronti delle manifestazioni violente organizzate dalla destra ciò che preoccupa gli Stati Uniti e che li spinge ad adottare sanzioni contro il governo venezuelano.

Certo, sentire Obama che si preoccupa della repressione in Venezuela, mentre la polizia statunitense uccide un innocente al giorno, colpevole solo di avere un colore della pelle diverso, o ascoltarlo spacciare il Venezuela come “minaccia incombente alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti” mentre a Langley si organizzano colpi di Stato contro Caracas, è veramente paradossale. Ma non si tratta solo di questo.

Ciò che ha causato la sfuriata yankee contro il Venezuela è stata la scoperta e lo smantellamento del colpo di Stato organizzato dagli USA, cui sono seguiti gli arresti dei militari traditori, tra i quali il sindaco di Caracas, che figurava tra gli organizzatori principali. E’ così fallito il più recente (ma non l’ultimo, ci si può scommettere) tentativo di Washington di rovesciare violentemente il governo venezuelano.

Organizzare colpi di stato mentre si accusano presunte limitazioni ai diritti umani é paradossale. Ma è proprio il paradosso la cifra con la quale si evidenzia l’arroganza politica e mediatica di chi si sente il padrone del mondo e, senza battere ciglio, afferma l’insostenibile assegnandogli valore di verità. Come in una pagina rovesciata, la verità non è quella che si legge ma quella che ti legge chi detiene il libro. Dal Golfo del Tonchino a Caracas, sono decenni che gli Stati Uniti difendono i loro interessi politici con campagne mediatiche generalmente prive di sostanza e riscontri.

La scelta di porre il Venezuela come obiettivo dell’aggressività statunitense indica però come Washington non riesca ad elaborare una linea politica verso il subcontinente ed abbia nell’automatismo minaccioso verso ogni paese non obbediente la prima e spesso unica relazione dialettica e politica. Il greggio a 45 dollari al barile, che comporta una maggiore fragilità di Caracas sul piano economico-finanziario, deve aver tratto in inganno Washington circa la capacità di utilizzare la crisi economica come grimaldello politico per mettere alle corde il governo bolivariano.

La signora Jacobson, sottosegretaria di Stato per l’America Latina, si è detta “delusa” dalla mancanza di appoggio agli Stati Uniti nella posizione espressa contro il Venezuela e questo, più di ogni altra cosa, conferma come il personale politico-diplomatico statunitense non sia assolutamente in grado di comprendere, analizzare ed interpretare la realtà centro e sudamericana.

Come poteva pensare, la signora Jacobson, che la rete dei paesi democratici latinoamericani potesse in qualche modo condividere i proclami imperiali contro Caracas? Che conoscenza hanno alla Casa Bianca, dell’intera rete latinoamericana che attraverso Alba, Petrocaribe, Unasur e Celac tiene insieme radici, progetti, cooperazione e futuro dei paesi latinoamericani?

Probabilmente, la signora Jacobson ha letto frettolosamente un report sul continente elaborato da qualche testa d’uovo del Miami Herald o delle organizzazioni terroristico-mafiose cubano americane e venezuelane che si rosolano al sole della Florida mentre progettano politiche criminali contro i loro stessi paesi. Ammalati di nostalgia, sono tink-tank ignoranti, imbottiti di odio ideologico e rancori personali, angosciati per il venir meno dei loro business speculativi e ansiosi di vendette impossibili da cogliere. Affidarsi nelle valutazioni alle diagnosi riferita dai fuoriusciti reazionari di ogni paese e trasformarle in linea politica, è stupido, prima che sbagliato.

E se sul piano internazionale l’attacco frontale e smisurato al Venezuela, lungi dall’ottenere le adesioni a livello continentali auspicate dalla Casa Bianca, ha prodotto una presa di posizione immediata e netta dei paesi latinoamericani, a livello interno ha addirittura ulteriormente ricompattato il popolo venezuelano in chiave indipendentista e a difesa della sovranità nazionale del Paese e, quindi, del governo Maduro.

Addirittura il Presidente colombiano Santos ha duramente criticato Obama: “Abbiamo sempre detto che le sanzioni unilaterali risltano controproducenti ed è per questo che le rifiutiamo”. In una intervista al quotidiano El Tiempo, Santos ha auspicato che il vertice di Panama “possa fornire l’occasione perché si produca una distensione tra USA e Venezuela”. In una sola occasione, così, gli Stati Uniti hanno determinato un rifiuto netto sul piano interno venezuelano e su quello internazionale al reflusso di guerra fredda. Ad evidenziare quanto siano state controproducenti parole e toni contro il Venezuela, ci sono state anche le prese di posizione di alcuni analisti politici statunitensi, che hanno invitato la Casa Bianca a tornare sui suoi passi.

Tra questi, nelle ultime ore, si è distinta Cynthia Arnson, direttrice del programma per l’America Latina del Woodrow Wilson International Center for Scholars, un centro di analisi di Washington, che ha definito “linguaggio antiquato e fuori luogo” quello utilizzato dalla Casa Bianca. E non sono certo sufficienti a correggere il tiro le parole di Michael J. Fitzpatrick, ambasciatore degli USA presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), che da Washington si è detto convinto che “la redazione del Decreto sia stata mal interpretata se si pensa che gli USA vogliono invadere il Venezuela”.

Conscio delle critiche generali che la sua Amministrazione si prepara ad incassare al Vertice OEA, Obama corre quindi ai ripari; se, ovviamente, non può rimangiarsi il Decreto antivenezuelano, dovrà comunque cercare di ridurne l’impatto e la centralità al vertice di Panama. Il rientro di Cuba nell’OEA e le aperture al dialogo recenti, rischiano di passare in secondo piano a causa della verbosità imperiale, riportando di nuovo gli USA nel ruolo dello Yanqui.

http://altrenotizie.org/esteri/6445-venezuela-la-spina-di-obama.html

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