Una bolla da 2.500 miliardi... che sta già esplodendo

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Una bolla da 2.500 miliardi... che sta già esplodendo

L’ultima tegola sui prezzi del greggio arriva da chi aveva dato il via al crollo, l’Opec e per la precisione dal ministro del Petrolio del Kuwait, Ali Al-Omair che ha specificato come l’organizzazione dei produttori di petrolio sia costretta a mantenere lo stato della loro produzione a causa del comportamento di chi è al di fuori del cartello. Una frecciatina diretta agli Usa la cui produzione di shale gas non ha dato segni di cedimento ma che anzi, continua ad aumentare, talmente tanto da non trovare più spazio nei siti di stoccaggio ormai colmi.

Cosa significa questo?

Che l’aumento delle quotazioni derivante da una Fed particolarmente accomodante che aveva creato qualche entusiasmo, seppur tiepido, tra chi opera nelle commodity, è stato presto cancellato. Adesso (Xetra: A0Z23Q - notizie) non resta che sperare nel prossimo vertice Opec di giugno durante il quale in molti sperano in un’inversione di rotta.

In primis il Venezuela la cui economia è basata per il 95% sulla preziosa (ora un po’ meno) risorsa e che adesso si trova a dover fare i conti con il pericolo di default. Le scadenze immediate sono state onorate senza problemi, ma l’affidabilità dei pagamenti, in un paese che vede l’esercito costretto a presidiare i supermercati e i camion dei rifornitori alimentari, potrebbe non reggere sul lungo periodo. Lungo perchè, qualora a giungo l’Opec dovesse essere ancora schiavizzata dalla volontà di Riyad, le cose potrebbero mettersi molto male per tutti. Opec compresa dal momento che la supremazia decisionale dell’Arabia Saudita inizia a creare diversi malumori all’interno del cartello internazionale, rendendolo di fatto un rappresentante potenzialmente poco incisivo sulla scena.

Già a fine 2014 Deutsche Bank (Xetra: 514000 - notizie) aveva lanciato l'allarme facendo notare come dal 2010 le compagnie avessero accumulato oltre mezzo trilione di dollari di debito, una quota che già da allora risultava insostenibile sul lungo periodo.

Gli Usa e la Fed

Da parte sua, invece, anche gli Usa devono combattere con una serie di fallimenti tra le società che operano nel settore e soprattutto fra le tante piccole realtà che all’inizio di questa nuova corsa all’oro nero si erano indebitate in maniera sconsiderata, affidandosi (forse troppo) al prezzo del petrolio, senza poter prevedere il crollo, uno dei peggiori della storia.
Debito quindi, che non può essere ripagato facilmente, vista la riduzione dei margini, se non aumentando a dismisura la produzione (cosa appunto criticata dagli arabi) e sperando che il rialzo dei tassi non sia così inclemente come si teme(va). Infatti è proprio il dollaro a costituire, adesso, l’ago della bilancia: un biglietto verde più forte impatta negativamente sul prezzo del petrolio e quindi sulla domanda, riducendo ulteriormente i margini di guadagno. E in questo caso la Fed non può più tergiversare, almeno non più di tanto: per quanto la sua volontà di non creare shock sui mercati le faccia scegliere una strada “soft” è inevitabile che il controllo della banca centrale sulla questione, presto, non potrà più essere totale. Un paradosso se si pensa che proprio la sua politica ultra espansiva e accomodante ha permesso, nel giro di oltre 6 anni, la corsa a rendimenti più elevati e quindi la ricerca di obbligazioni rischiose.

I bond...

I numeri parlano chiaro nel giro di nemmeno 15 giorni i bond junk dei petroliferi, particolarmente ricercati in passato perchè ad alto rendimento e basati su una risorsa che si credeva economicamente sicura (o per lo meno forte) hanno perso oltre 7 miliardi e le quotazioni del greggio hanno continuato a scendere perdendo il 15% e oscillando poco sopra la soglia dei 42 dollari. Solo negli Usa si calcola che dal 2012, quindi nel giro di meno di tre anni, il livello di bond emessi abbia superato quota 120 miliardi, ricoprendo una quota pari al 15% dell’intero parco obbligazionario delle società a stelle e strisce.

Ciò che invece deve spaventare ancora di più non è tanto la situazione del fronte statunitense, bensì di quello mondiale, dove si registrano debiti sugli energetici pari a oltre 2.500 miliardi. E che se vedessero cali come quelli registrati finora risulterebbero una bomba destabilizzante per tutto il sistema finanziario globale.

https://it.finance.yahoo.com/notizie/bolla-2-500-miliardi-sta-090000853.html

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