Perché si agita lo spauracchio " grexit - di Loretta Napoleoni

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Perché si agita lo spauracchio " grexit - di Loretta Napoleoni

Lo spauracchio "grexit" continua ad agitarsi e ad aleggiare su un Vecchio continente alla ricerca delle possibili soluzioni ad una crisi economica che potrebbe anche contagiare il suo intero sistema economico. Ma di cosa si tratta? La domanda è complessa, così come le risposte sono molto strutturate.
Prima di tutto perché affondano le proprie radici negli ultimi anni di storia europea, dall'avvento della moneta unica, passando per le esigenze di rigore finanziario imposte dall'Ue, per arrivare alla necessità di intervenire con la cosiddetta "Troika" - ossia l'unione d'intenti tra Fondo monetario Internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea - per cercare di imporre regole capaci di far risanare bilanci degradati. Al centro di tutta questa vicenda, la Grecia, Paese diventato simbolo dei problemi stessi dell'eurozona, che rischia di collassare sotto i colpi provenienti da Atene.
Sì, perché il cambiamento di governo che ha portato al potere Alexis Tsipras fa ora spirare un vento diverso sulla Grecia. Un vento che sta entrando in netto contrasto con Bruxelles e con gli altri Paesi dell'Unione e l'ipotesi di un'uscita di Atene dall'unione monetaria potrebbe davvero far tremare la stessa Europa.
Anche perché il margine di manovra ellenico è ormai ridotto al minimo, soprattutto dall'impossibilità di svalutare la moneta unica per cercare di ridurre i costi e rilanciare l'economia.
Questa settimana la Grecia ha piazzato sul mercato mille e trecento milioni di euro in titoli pubblici trimestrali ad un tasso più elevato di quello che aveva ottenuto a febbraio, segno della preoccupazione del mercato riguardo al braccio di ferro tra Atene e Bruxelles. Il nuovo governo, infatti, sembra non aver alcuna intenzione di continuare ad applicare la politica di austerità imposta dalla Troika, ma chiede ulteriori aiuti economici per far ripartire l'economia.
Sempre questa settimana Atene ha dichiarato di aver avviato le procedure legali per riscuotere dalla Germania le riparazioni della seconda guerra mondiale mai pagate da Berlino. Si tratterebbe di 162 miliardi di euro pari all'80 per cento del del Pil greco. A completare questo scenario surreale le dichiarazioni di Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, che sempre questa settimana ha iniziato a stampare euro per acquistare dalle banche europee i titoli del debito pubblico dei Paesi membri. Ebbene, secondo Draghi, quelli greci saranno comprati solo se il governo di Atene accetterà le condizioni imposte dalla Troika e da Bruxelles. Un ricatto? È quello che sostengono i greci. Torna dunque ad aleggiare sul vecchio continente lo spauracchio del grexit, l'uscita della Grecia dall'euro.
Quali sono le origini della crisi europea?
La crisi del debito sovrano, conosciuta anche come crisi dell'euro, scoppia alla fine del 2009, quando un nuovo governo greco, diretto da George Papandreu, dichiara che il precedente ha utilizzato sofisticati strumenti finanziari, i cosiddetti derivati, per falsare i valori del debito greco, che sono molto più alti di quanto dichiarato. E tutto ciò spiega perché Atene non ha sufficienti fondi per poter onorare le scadenze del debito ed ha bisogno di aiuto dall'Unione Europa. Una richiesta che viene ignorata per alcuni mesi fino allo scoppio della crisi.
L'atteggiamento di Bruxelles diffonde il panico sul mercato finanziario, rifinanziare il debito greco diventa pressoché impossibile, salgono i tassi d'interesse chiesti per farlo e sale il divario tra questi e quelli applicati al debito tedesco, il cosiddetto spread. Il differenziale dei tassi è significativo perché si riferisce a prestiti nella stessa moneta, l'euro, ma a nazioni diverse. Dato che l'economia tedesca è quella più forte, il tasso d'interesse al quale la Germania si indebita è considerato il tasso di riferimento per tutta l'eurozona.
Perché l'Unione Europea non ha soccorso il governo greco?
Perché lo vietano i trattati. Nel 1992 gli Stati membri dell'Unione europea hanno firmato il trattato di Maastricht che limita i livelli di debito e di deficit di governo. Il trattato vieta anche ogni forma di aiuto finanziario tra i Paesi membri dell'Unione. Il divieto, contenuto nell'articolo 125, voleva assicurare che la responsabilità del debito delle singole nazioni ricadesse sulle spalle di queste stesse e non su quelle dell'Unione. Allo stesso tempo la proibizione mirava a prevenire l'eccessivo indebitamento e politiche fiscali irresponsabili da parte dei vari governi. In altre parole tutte queste regole, si pensava, avrebbero garantito una ferrea disciplina fiscale a livello nazionale.
Ma non è stato così?
Il trattato di Maastricht non aveva previsto che l'utilizzo della finanza strutturale avrebbe alterato i conti pubblici, in effetti nel 1992 questa era agli albori. Gli Stati membri sono così stati in grado di truccarli legalmente facendo ricorso alle consulenze della banche d'affari americane ed europee.
In più la peculiare struttura dell'eurozona, dove al contrario degli Stati Uniti esiste un'unione monetaria senza un'unione fiscale, ha complicato la situazione rendendo più difficile trovare una soluzione. In altre parole non è stato possibile per l'Ue usufruire degli eurobonds, titoli del debito pubblico garantiti da tutta l'Unione Europea.
Esistono ancora questi divieti?
Il trattato di Maastricht non è stato modificato e siamo lontanissimi dall'unione fiscale quindi sì, tutti questi divieti esistono ancora come esiste ancora nello statuto costitutivo della Banca centrale europea il divieto di finanziare direttamente il debito di bilancio dei Paesi membri con la creazione di carta moneta. Tuttavia, nel corso della crisi si sono trovate varie modalità per aggirarli, ad esempio, la creazione della Troika, di cui fanno parte il Fondo monetario Internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea e l'offerta da parte della Bce di acquistare titoli obbligazionari che le banche europee hanno in portafoglio in cambio di contante.
Qual è stato il compito della Troika?
Di distribuire aiuti ai Paesi deficitari, ristrutturare le loro finanze attraverso politiche di austerità ed evitare la rottura dell'euro.
La crisi del debito sovrano non è rimasta circoscritta alla Grecia, ma si è allargata a macchia d'olio agli altri Paesi, inizialmente all'Irlanda ed al Portogallo, che hanno dovuto far fronte all'eccessivo debito del proprio sistema bancario, poi ha raggiunto la Spagna e l'Italia. A metà del 2011 fu ormai chiaro che tutte le economie, ed in particolare le più deboli, avevano usufruito dei derivati per truccare i conti pubblici. L'obiettivo di queste ultime era comune: rientrare nei parametri imposti dai trattati dell'Unione Europea per far parte dell'eurozona.
La falsificazione dei conti pubblici ha poi avuto conseguenze disastrose per il settore bancario europeo. Coinvolte nell'eccessivo indebitamento erano anche le banche nord europee, in particolare quelle tedesche e francesi, queste ultime, ad esempio, detenevano il 10 per cento del debito greco. Ecco perché bisognava trovare una soluzione che evitasse che la bancarotta di uno dei Paesi membri e la conseguente uscita dall'euro, ad esempio, se il grexit avvenisse e trascinasse con se una buona parte del sistema bancario europeo.
Ha funzionato la politica di austerità?
Secondo il nuovo governo greco no. Negli anni di austerità i greci hanno perso circa il 40 per cento del proprio potere d'acquisto mentre la disoccupazione è salita dal 7,5 per cento del 2008 al 27,9 per cento del 2013, nello stesso periodo quella giovanile è passata dal 22 al 62 per cento. A febbraio del 2012 lo stesso Fondo monetario ha ammesso che la politica di austerità stava danneggiando l'economia greca.
L'obiettivo dell'austerità era la svalutazione interna, e cioè riduzione dei costi di produzione, dal momento che la moneta unica impediva quella monetaria. E dato che lo spread cresceva l'unico modo era ridurre il costo del lavoro. Secondo alcuni economisti quello greco doveva scendere del 31 per cento, ai livelli del costo del lavoro unitario turco, per far funzionare il processo di svalutazione interna.
Quali sono le condizioni attuali dell'economia greca?
Nonostante la contrazione del 25 per cento dell'economia, la caduta del consumo e dell'importazione la Grecia continua ad esportare meno di quanto importa, ciò significa che la bilancia commerciale è negativa. Questo significa che l'economia greca consuma più di quanto produce, in queste condizioni è impossibile per il governo greco ripagare il debito.
Ma come è possibile tutto ciò?
Uno dei motivi è il volume del deficit che nel 2008 era al 16,5 per cento del Pil greco. Senza la possibilità di svalutare la propria moneta cancellarlo solo attraverso la riduzione dei costi del lavoro e dei prezzi richiede un periodo di tempo molto lungo. Questo problema la Troika lo ha ignorato e adesso la Grecia lo addita quale motivo principale dell'impossibilità di pagare il debito.
È vero che alcuni stati di Eurolandia hanno beneficiato dall'aumento dello spread?
Alla fine del 2011 si stima che gli investitori dell'eurozona avevano acquistato 9 miliardi di euro in titoli del debito pubblico tedesco (i bund) a tassi vicini allo zero. Entro la fine di luglio del 2012 anche l'Olanda, l'Austria e la Finlandia abbassano i propri tassi a zero e ciononostante godono di flussi d'investimento provenienti dai Paesi della periferia dell'euro. Discorso analogo vale per i titoli di stato a breve, con maturità inferiore all'anno, del debito pubblico francese e belga. Queste obbligazioni sono percepite come investimenti rifugio nell'eurozona.
Mentre altre nazioni europee fuori dell'eurozona sono state penalizzate?
La Svizzera e la Danimarca inizialmente hanno beneficiato a seguito dell'abbassamento dei tassi, ma la crisi del debito sovrano ha danneggiato le esportazioni perché ha indebolito l'euro nei confronti del franco svizzero e della corona danese. Ciò spiega il motivo per il quale a settembre del 2011 la Banca nazionale svizzera ha sorpreso i mercati dichiarando che sarebbe intervenuta per garantire un tasso di cambio fisso pari al 1.20 franchi per euro. Si è trattato del più grande intervento svizzero sul mercato dal 1978. A gennaio di quest'anno la Bns ha smesso di difendere il cambio e a quel punto il valore del franco rispettoi all'euro è aumentato con conseguenze negative nei confronti della competitività dei prodotti svizzeri.
Esiste una soluzione?
La Banca centrale europea ha iniziato a stampare moneta ed ad acquistare il debito dei Paesi membri, è la stessa politica perseguita dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Difficile dire se funzionerà nell'eurozona dal momento che persiste il motivo principale della crisi del debito sovrano, e cioè la mancata convergenza tra le economie degli Stati membri. Sicuramente dobbiamo aspettare almeno un anno per valutare l'efficacia di tale politica.

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