Obama minaccia il Venezuela - di Fabrizio Casari

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Obama minaccia il Venezuela - di Fabrizio Casari

Appare come una informale ma sostanziale dichiarazione di guerra al Venezuela, quella insita nel discorso che Barak Obama ha tenuto pochi giorni orsono. Il presidente statunitense, dopo aver lanciato accuse di vario genere e nessun senso al governo di Caracas, ha affermato come il Venezuela sia una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Il senso della misura e quello delle proporzioni difettano non poco al presidente USA, visto che in nessun momento il Venezuela ha minacciato gli Stati Uniti, mentre invece sono proprio gli Stati Uniti ad agire pubblicamente sul fronte politico, diplomatico e commerciale contro il Venezuela e, in forma coperta, con l’organizzazione e il finanziamento di ogni operazione di destabilizzazione del paese sudamericano.

Va ricordato che sono proprio gli Stati Uniti che hanno organizzato il colpo di stato poi sconfitto nel 2002 per spodestare Chavez e sono di nuovo e ancora loro ad aver organizzato il secondo tentativo di colpo di stato del Febbraio scorso, scoperto e smantellato dai servizi di intelligence del Venezuela. Quest’ultimo piano prevedeva il bombardamento del palazzo presidenziale di Miraflores e della sede del network latinoamericano Tele Sur, ma si è concluso con l’arresto dei congiurati e la publicizzazione del piano ordito dalla CIA e dall’opposizione di ultradestra.

E’ in qualche modo figlia di questa ennesima sconfitta della CIA la sortita colonialista di Barak Obama, che a fronte di misure unilaterali antivenezuelane ha dovuto incassare misure di reciprocità da parte di Caracas. In questo senso il discorsetto di Obama ha rappresentato l’ultima grave dimostrazione di come Washington cerchi con ogni mezzo di disfarsi del governo bolivariano, mettendo così in luce quali siano i reali intenti che si celano dietro la retorica dei diritti umani con la quale il loro inetto presidente ha riempito di guerre e colpi di stato tre continenti su cinque in soli sei anni, causando una destabilizzazione internazionale senza precedenti.

Ma sarebbe riduttivo imputare la sortita di Obama ad un regurgito neocolonialista; piuttosto va letto nel contesto del quadro politico venezuelano. La destra fascistoide venezuelana, sostenuta dalla Casa Bianca e dai paramilitari colombiani che rappresentano la mano armata di Washington nella regione, non riesce ad avere la meglio sul governo guidato da Nicolas Maduro e la sostanziale divisione interna dell’opposizione obbliga in qualche modo gli USA a forzare per una soluzione rapida benché cruenta.

Anche perché nonostante le oggettive difficoltà dell’Esecutivo a rimettere il Paese nella corsia di sorpasso, il consenso popolare con il governo Maduro resta alto. La crisi pesa moltissimo. La caduta per volontà statunitense del prezzo del petrolio ha inciso pesantemente nella bilancia commerciale del Venezuela, tra i primi esportatori di greggio al mondo. Inoltre, la patria di Bolivar e Chavez è fatta oggetto di una campagna internazionale speculativa e criminale, alla quale poi si sono sommati errori governativi da non occultare, ma le ultime misure adottate dal governo potrebbero davvero cominciare ad invertire la rotta e l’opposizione rischierebbe così di veder cadere nel vuoto gli appelli a cacciare i governo con l‘occupazione delle strade.

E’ una opposizione che cerca di riproporre la stagione delle “guarimbas” con le quali nel 2014 misero a ferro e fuoco buona parte del paese, lasciando un saldo pesante di morti e distruzioni, ai quali si sono aggiunti poi agguati mortali ad esponenti filogovernativi. Non era in nessun modo pensabile che il governo rimanesse a guardare e così è stato.

Le indagini della polizia e le risultanze delle inchieste della magistratura determinarono alcuni arresti, tra i quali quello di Leopoldo Lopez, autentico nazista a capo della frangia più estrema della destra, ma hanno anche prodotto una crisi interna all’opposizione che nella su quota maggioritaria ritiene l’idea della spallata in piazza al governo una pratica controproducente e destinata alla sconfitta. La stessa “mesa de dialogo”, nata su iniziativa vaticana e dell’Unasur, ha prodotto una divergenza strategica importante tra i diversi settori della destra.

Anche in seguito a questa divergenza, Leopoldo Lopez, che agisce in comproprietà con Maria Cristina Machado, il volto isterico dell’opposizione, non gode dell’appoggio politico di Enrique Capriles, uomo dell’imprenditoria e referente degli USA e della gerarchia ecclesiale, già candidato unico dell’opposizione contro Chavez prima e Maduro poi. Peraltro il tentativo di Lopez di assumere la leadership dell’opposizione non è gradito a Capriles, che ritiene le posizioni di Lopez indigeribili per buona parte della stessa opposizione al chavismo e considera lui e la Machado una via per la sconfitta sicura.

Non si tratta di divergenze superabili, di marciare divisi per colpire uniti: ci sono interessi e personaggi distinti e distanti che determinano le contraddizioni interne all’opposizione; non a caso l’ultimo appello per la cacciata del governo non ha visto le firme di Capriles a dei suoi. In questo stallo delle opposizioni e in questa tenuta del governo, gli Stati Uniti vedono il rischio che le misure adottate dal governo stabilizzino il paese e avvertono dunque il bisogno di agire subito. Come? Premendo sull’acceleratore dello scontro con Caracas, innescando un vero e proprio embargo di prodotti e delle attività finanziarie, nella speranza di determinare una rapida escalation della crisi e impedire che il governo Maduro possa - con le misure a sostegno dell’economia - portare il quadro economico del paese verso un netto miglioramento e garantirsi così il consenso elettorale alle elezioni previste per quest’anno.

L’innalzamento del Venezuela a “minaccia grave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” non è però da sottovalutare e risponde anche ad una serie di obiettivi di politica interna del gigante del Nord. Una definizione di questa natura comporta, sotto il profilo legale, una maggiore libertà di azione per la Casa Bianca, che può rafforzare ulteriormente il sostegno di ogni tipo alle Covert Action della CIA contro il Venezuela.

Sul piano interno rappresenta il tentativo di recuperare il dialogo con i repubblicani, bruscamente interrotto dall’invito a Netanyahu al Senato e l’intenzione di offrire alla gusanerìa venezuelana negli USA un’interlocuzione diretta con la Casa Bianca che in qualche modo riequilibri lo strappo intervenuto tra l'Amministrazione Obama e comunità di latinoamericani residenti a seguito delle aperture a Cuba.

La solidarietà latinoamericana con il Venezuela non si è fatta attendere. Non solo Cuba, Nicaragua, Bolivia, Euador, Argentina, ma persino l’OEA, attraverso il suo segretario Jorge Insulza (non certo un amico di Caracas) hanno denunciato l’assurdità delle affermazioni di Obama e la grave ingerenza negli affari interni di un paese sovrano.

L’impressione diffusa è che la manifestazione di sindrome coloniale sia stata fine a se stessa, utile a sostenere misure restrittive contro dirigenti e capitali venezuelani altrimenti inspiegabili, ma c’è da dire che la capacità di Obama di trasformare in tragedia ogni dossier di politica estera spinge verso una estrema cautela e vigilanza.

Intanto, se l’intenzione di Obama era quella di intimorire il governo Maduro o allontanare il consenso popolare, il risultato è stato esattamente l’opposto, giacché sentirsi minacciati da un paese straniero ha rinvigorito il sentimento nazionalista diffusissimo nel paese, arrivando ad incrementare il consenso al governo. Se il tentativo era quello d’isolare Caracas la risposta è stata contundente: la prossima settimana l’Unasur si riunirà a livelli presidenziali per rigettare la provocazione statunitense.

Non a caso l’edizione di giovedì del New York Times, pure aveva esortato Obama a muoversi contro Caracas, ha duramente criticato il presidente, accusandolo di dilettantismo e di aver messo in moto un meccanismo che produrrà risultati opposti a quelli voluti. Praticamente un copione identico a quello recitato per 55 anni con Cuba, dal quale sembrava che Obama avesse imparato l’inutilità. Ma il riflesso di Pavlov è duro da curare.

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