Mercificati e disumanizzati, dobbiamo dire basta - di Paolo Cacciari

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Mercificati e disumanizzati, dobbiamo dire basta - di Paolo Cacciari

Mai come ora, forse, i beni comuni sono minacciati, inquinati, privatizzati, lottizzati: a cominciare dalla terra e dall'acqua. Quanto potrà reggere una situazione come quella attuale e dove ci potrà portare se non si inverte la rotta? Lo abbiamo chiesto a Paolo Cacciari, giornalista, scrittore, già assessore al Comune di Venezia, consigliere e deputato, esperto di decrescita.

«Il processo di mercificazione di ogni cosa, bene, servizio, relazione umana sta dilagando. I modi di produzione e i modelli di consumo capitalistici (finalizzati alla valorizzazione monetaria dei capitali impiegati) si estendono in tutte le aree geografiche del pianeta e invadono anche la vita di ogni persona». Ad affermarlo è Paolo Cacciari. «Nell’ultimo quarto di secolo è stato “messo al lavoro” un miliardo di nuovi salariati. Allo stesso tempo attività che venivano svolte in modo informale, non mediate dal denaro, dettate da semplice spirito amicale e amorevole (pensiamo all’economia domestica, di vicinato, di villaggio e di comunità) sono state inglobate dai mercati. Nei paesi più industrializzati il cibo non viene più cucinato in casa. Si mangia fuori o si compra preconfezionato. Nessuno sa più farsi o aggiustarsi una cosa da solo. L’assistenza agli anziani è affidata a servizi pubblici o a badanti. Così accade anche per l’infanzia. La disumanizzazione degli stili di vita tocca il suo apice con il boom dell’industria del sesso. Oggi c’è un mercato per ogni cosa. Terra, acqua, aria, minerali, foreste, animali sono considerati risorse da sfruttare come mezzi da impiegare nei cicli produttivi e di consumo. Un permesso di emissione in atmosfera di una tonnellata di CO2 oggi alla Borsa specializzata di Londra vale 8 euro. Un ettaro di terra fertile sottratta alle tribù indigene costa alle compagnie dedite alland grabbingpochi centesimi di dollaro da versare ai governi corrotti dell’Africa. Mega centrali solari sono in progettazione nei deserti del Nord Africa per produrre energia elettrica da importare in Europa. Uno delle ragioni della guerra in Libia era il controllo delle immense risorse di acqua fossile che vi è nel sottosuolo. Un capitalismo estrattivista e predatorio comporta un rapido deterioramento dei cicli bio-geo-chimici che permettono la rigenerazione della vita sulla Terra. Catastrofi ambientali già sono in atto. Pensiamo all’avanzata della desertificazione delle fasce equatoriali e alla tropicalizzazione del clima».

Non trova forse che il concetto di beni comuni sia forse stato persino dimenticato dalla maggioranza della gente, che fatica a immaginare terra e acqua come beni di un'umanità che grazie ad essi sopravvive ed esiste e che non dovrebbero essere posseduti da pochi o da alcuni?

«Nel diritto romano la nozione dicommon goodsesisteva: res communis omnium, beniextra commercium,res in usu pubblico. Beni “di tutti e di nessuno”. Poi, nel corso dei secoli il sistema economico, sociale e giuridico capitalista ha via via azzerato questa fattispecie di proprietà collettiva condivisa. Rimangono vivi miracolosamente dei relitti storici antecedenti al Codice Napoleonico come gli usi civici. Oggi, grazie alle lotte dei popoli indigeni in Centro America, in India, in Africa, e a causa delle gravissime crisi ecologiche in atto (pensiamo del surriscaldamento globale) c’è una riscoperta del concetto dicommons, che noi traduciamo in beni comuni».

Come spiegare nel modo più chiaro possibile di cosa si parla quando ci si riferisce ai beni comuni e alla necessità che restino tali?

«Giuristi come Stefano Rodotà scrivono che i beni comuni sono quelle cose funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona. Beni e servizi di cui non possiamo fare a meno. Aria respirabile, 50 litri di acqua al giorno, un pezzo di terra dove poter vivere, l’accesso ai servizi sanitari e così via. Altrimenti potremmo dire che i beni comuni sono essenzialmente di due tipi: quelli materiali, ovvero i servizi eco sistemici che Madre Natura fornisce e ci dona gratuitamente (il ciclo dell’acqua, la fotosintesi clorofilliana, il ciclo del carbonio, ecc. ecc.) e quelli immateriali, cognitivi, culturali che abbiamo ereditato grazie al lavoro accumulato dei nostri progenitori: le conoscenze, i codici, le lingue, le istituzioni sociali, ecc. Nell’uno come nell’altro caso le due buone regole per poter utilizzare proficuamente i beni comuni dovrebbe essere la non esclusività e la preservazione. E’ giusto utilizzare i beni che sono a nostra disposizione, ma i benefici che ne derivano devono essere condivisi equamente da tutti gli abitanti del pianeta presenti e futuri. Se invece, come sta accadendo, alcuni gruppi di individui se ne appropriano ad esclusivo vantaggio e li sprecano come se fossero gli ultimi abitanti della Terra, allora si creano inevitabilmente conflitti sociali violenti e devastazioni ecologiche irreversibili».

Spesso i singoli si chiedono: ma cosa posso fare io per contrastare le grandi scelte che mi sovrastano? Un messaggio di speranza e di invito all'azione?

«Molto lo si può fare individualmente alleggerendo la propria impronta ecologica (pensate solo a quanta meno sofferenza ambientale e animale comporta una dieta vegana e, in generale, l’acquisto di merci di cui si conosce la provenienza). Ma molto di più si può fare assieme, in famiglia, con gli amici (gruppi di acquisto solidali, banche del tempo e di reciproco aiuto, scambi di servizi e di merci, condivisione di mezzi di trasporto, appartamenti, ecc.) o quando si riesce a coinvolgere intere comunità locali (raccolta differenziata, piste ciclabili, solarizzazioni di edifici pubblici, mercati contadini a Km0, ecc.). Certo, serve anche una riconversione degli apparati produttivi ed energetici installati. Servono politiche che riducano lo strapotere della finanza e delle compagnie multinazionali. Servono sistemi di governo planetario che affrontino questioni globali come il mutamento climatico. Servono quindi persone consapevoli e impegnate socialmente. Coerenti e attive».

Paolo Cacciari è co-autore per Terra Nuova Edizioni del volumeImmaginare la società della decrescita. È giornalista, collabora con il sito www.comune-info.net e col settimanale “Left”. È stato per vari periodi assessore al Comune di Venezia occupandosi di partecipazione, servizi pubblici, ambiente, Centro pace. È stato consigliere regionale e deputato. Per Punto Rosso ha curato i volumiAgire la nonviolenza, 2004, eSulla comunità politica, 2007. Per Intra Moenia e “Carta” ha pubblicatoPensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, 2006, eDecrescita o barbarie, 2008. È curatore dei volumi:La società dei beni comuni, Ediesse, 2010, eViaggio nell’Italia dei beni comuni, Cafiero & Marotta, 2012. Da ultimo ha pubblicato il volumeVie di fuga, Marotta & Cafiero, 2014.

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