Fondo Monetario Internazionale: se i sindacati sono deboli aumenta l’ineguaglianza

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

“Power from the People”, pubblichiamo l’articolo che fa discutere
“Power from the People”, pubblichiamo l’articolo che fa discutere

Sull’ultimo numero di Finances and Development, il trimestrale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), in un’inchiesta intitolata “JOBS on the LINE”, compare un articolo di Florence Jaumotte, Senior Economist del FMI, e di Carolina Osorio Buitron, anche lei economista del FMI, basato su uno studio delle stesse autrici che verrà pubblicato prossimamente dal FMI. L’articolo, Intitolato “Power from the People”, è stato ripreso anche da diversi giornali italiani perché mette in dubbio quel che sembra l’assunto principale delle politiche sul lavoro appoggiate dallo stesso FMI e che in qualche modo sono alla base della filosofia politica che ha ispirato anche il Job Act del governo Renzi. Infatti, secondo Jaumotte ed Osorio Buitron, è stato proprio l’indebolimento dei sindacati degli ultimi decenni a favorire l’aumento dei redditi più alti a scapito di quelli più bassi, aumentando così l’ineguaglianza economica e politica nei Paesi sviluppati.

Ecco il testo integrale:

Dagli anni ’80, le ineguaglianze stanno crescendo in numerosi Paesi avanzati, essenzialmente in seguito alla concentrazione dei redditi nella parte alta della distribuzione. Gli indici di ineguaglianza sono fortemente aumentati, ma l’evoluzione che colpisce di più è l’aumento marcato e sistematico della quota del totale che va al 10% della popolazione meglio remunerata — che è solo in parte compresa dal coefficiente Gini (grafico 1). Il coefficiente Gini è un indice sintetico che valuta lo scaro medio dei redditi dei membri della popolazione in rapporto alla distribuzione dei redditi in un Paese. E’ uguale a zero quando il reddito totale è condiviso in parti uguali tra tutti ed è uguale a 100 (o 1) quando un individuo detiene l’integralità di tutti i redditi. Se le ineguaglianze possono. In una certa misura, promuovere l’efficienza, incitando a lavorare ed investire, quando aumentano la crescita sembra rallentata e meno sostenibile a medio termine (Berg e Ostry, 2011; Berg, Ostry e Zettelmeyer, 2012), anche nei Paesi avanzati (OCSE, 2014). Una più forte concentrazione dei redditi verso l’alto della distribuzione può, inoltre, ridurre il benessere della popolazione se permette ai meglio remunerati di manipolare a loro favore il sistema economico e politico (Stiglitz, 2012).

Le ineguaglianze crescenti osservate nei Paesi avanzati vengono generalmente imputate al progresso tecnologico ed alla globalizzazione, che hanno fatto crescere la domanda relativa di lavoratori qualificati e che vanno a profitto più degli alti salari che dei salari medi. Tuttavia, la tecnologia e la globalizzazione favoriscono la crescita economica ed i responsabili dell’azione pubblica non possono o non vogliono nemmeno opporsi. In più, se i Paesi a reddito elevato sono tutti toccati da questa evoluzione, le ineguaglianze si sono allargate a ritmi e radi diversi. Gli economisti hanno quindi recentemente spostato la loro attenzione sugli effetti delle trasformazioni istituzionali ed i loro lavori menzionano spesso il contributo importante della deregulation finanziaria e del calo dei tassi marginali superiori dell’imposta sui redditi delle persone fisiche per l’aumento delle ineguaglianze. Però, il dibattito concorda nel dare un ruolo minore al delle istituzioni del mercato del lavoro — in particolare il calo del tasso di sindacalizzazione e la diminuzione del salario minimo in rapporto al reddito mediano.

Sono questi aspetti che prendiamo in considerazione nel nostro studio che verrà pubblicato. Esaminiamo le cause dell’aumento delle ineguaglianze analizzando l’evoluzione della relazione tra le istituzioni del mercato del lavoro e la distribuzione dei redditi nei Paesi avanzati dall’inizio degli anni ’80. Viene generalmente ammesso che l’evoluzione del livello di sindacalizzazione o del salario minimo colpisce i lavoratori che hanno dei salari bassi o medi, ma non ha probabilmente un effetto diretto sugli alti salari. Se le nostre conclusioni quadrano con le opinioni consolidate riguardanti gli effetti del salario minimo, noi stabiliamo chiaramente l’esistenza di un legame tra il calo dei tassi di sindacalizzazione e l’aumento della quota dei redditi più elevati nei Paesi sviluppati durante il periodo 1980–2010 (grafico 2), il che va contro le idee comuni sui circuiti attraverso i quali la densità sindacale influenza la distribuzione del reddito. Si tratta dell’aspetto più innovativo della nostra analisi che prepara il terreno a più ampie ricerche sui legami tra l’erosione del sindacalismo e l’aumento delle ineguaglianze.

Cambiamenti al top

Gli studi economici fanno emergere diversi circuiti attraverso i quali i sindacati ed il salario minimo possono modificare la distribuzione dei redditi nella sua parte inferiore ed intermedia, in particolare la dispersione dei salari, la disoccupazione e la redistribuzione. Noi tuttavia prendiamo in considerazione anche la possibilità che l’indebolimento dei sindacati si traduca in una crescita delle quote dei redditi elevati e per spiegarlo formuliamo alcune ipotesi. Le istituzioni del mercato del lavoro hanno un impatto sull’ineguaglianza dei redditi principalmente attraverso:

La dispersione dei salari: il sindacalismo led i salari minimi dovrebbero ridurre le ineguaglianze contribuendo a rendere più equa le distribuzione dei salari, come confermano gli studi economici.

La disoccupazione: secondo alcuni economisti, se dei sindacati più forti e dei salari minimi più elevati riducono l’ineguaglianza dei salari, possono anche accrescere la disoccupazione mantenendo le remunerazioni al di sopra dei livelli di “equilibrio di mercato” e così incrociare le ineguaglianze dei redditi lordi. Questa ipotesi non è tuttavia supportata da dati empirici, almeno nei Paesi sviluppati (si veda Betcherman, 2012; Baker et al., 2004; Freeman, 2000; Howell et al., 2007; OCSE, 2006). Solo 3 dei 17 studi esaminati dall’OCSE indicano un legame robusto tra densità sindacale (o la copertura delle contrattazioni) e una disoccupazione globale più elevata.

La redistribuzione: dei sindacati forti possono indurre I policymakers ad intensificare lo sforzo redistributivo incoraggiando i salariati a votare per i Partiti che lo appoggiano o portando tutti i partiti politici ad impegnarsi su questa strada. I sindacati hanno ampiamente contribuito a promuovere i diritti dei lavoratori ed i diritti sociali fondamentali. Il loro indebolimento può risolversi in una minore redistribuzione ed in una più ampia diseguaglianza del reddito netto (al netto delle imposte e dei trasferimenti).

Il potere negoziale dei salariati e la quota dei redditi più elevati: la riduzione della densità sindacale può accrescere la quota dei redditi più alti riducendo il potere negoziale dei salariati. Con tutta evidenza, questo dipende dall’evoluzione della quota inferiore della distribuzione dei redditi. Se, dopo l’indebolimento dei sindacati, le remunerazioni dei lavoratori che hanno salari medi o bassi si avvicinano, la parte dei redditi costituite dalle remunerazioni degli alti dirigenti e degli azionisti necessariamente aumenta. Intuitivamente si comprende che l’indebolimento dei sindacati ha ridotto il potere negoziale dei salariati rispetto ai detentori del capitale, il che ha come effetto quello di accrescere il reddito del capitale, che è più concentrato nella parte alta della distribuzione dei redditi che sul trattamento dei salari. La ritirata del sindacalismo può inoltre ridurre l’influenza dei salariati sulle decisioni delle imprese che vanno a beneficio degli alti salari, come il livello e la struttura delle remunerazioni dei membri degli alti dirigenti.

Abbiamo proceduto ad un’analisi econometrica di un campione composto da tutti i Paesi avanzati per i quali erano disponibili dati per il periodo dal 1980 al 2010 per esaminare il ruolo del sindacalismo e del salario minimo nella crescita delle ineguaglianze. Esaminiamo la relazione tra i diversi indicatori di ineguaglianza (la quota maturata dal 10% dei redditi superiori, coefficienti del Gini per il reddito lordo e per il reddito netto) e le istituzioni del mercato del lavoro, così come un certo numero di variabili di controllo. Queste ultime comprendono altri fattori determinanti delle ineguaglianze individuate dagli economisti, come la tecnologia, la globalizzazione (concorrenza dei lavoratori stranieri debolmente remunerati), la liberalizzazione finanziaria ed i livelli marginali superiori delle tasse sui redditi delle persone fisiche, così come delle variabili che permettano di cogliere l’evoluzione mondiale comune di questi fattori.

I nostri risultati confermano l’esistenza di una relazione stretta tra l’indebolimento dei sindacati e l’aumento della distribuzione verso la quota dei redditi alti. Benché sia difficile stabilire una relazione di causa – effetto, la ritirata del sindacalismo sembra aver largamente contribuito all’aumento della quota dei redditi più elevati. Questo resta vero anche se si tiene conto dei cambiamenti politici, dell’evoluzione delle norme sociali riguardanti le ineguaglianze, le trasformazioni settoriali del lavoro (come la de-industrializzazione ed il ruolo crescente del settore finanziario) e l’aumento del livello di istruzione. Anche la relazione tra la densità sindacale ed il coefficiente Gini per il reddito lordo è negativo, ma m no stringente, può darsi perché il coefficiente Gini sottostima l’aumento delle ineguaglianze verso l’alto della distribuzione dei redditi. Notiamo anche che il declino del sindacalismo è associato ad una minore redistribuzione dei redditi e che la riduzione dei salari minimi accresce considerevolmente le ineguaglianze. In media, il declino del sindacalismo spiega per circa la metà l’aumento di 5 punti di percentuale della quota dei redditi spettante al 10% dei più ricchi. Spiega anche circa la metà dell’aumento del coefficiente Gini per il reddito netto.

Ricerca futura.

Il nostro studio esamina il sindacalismo come misura del potere negoziale dei salariati. Sarà importante tenere in considerazione, al di là di questo semplice indicatore, gli spetti del sindacalismo (come le contrattazioni collettive, l’arbitrato) che producono i loro migliori risultati e determinare se alcuni possono nuocere alla produttività ed alla crescita economica. Resta da determinare se la crescita delle ineguaglianze dovuta all’indebolimento dei sindacati è buona o cattiva per la società. Se l’aumento della quota de redditi che vanno ai salari più alti può essere dovuta ad un aumento relativo della loro produttività (ineguaglianza positiva), se può essere che le loro remunerazioni siano più elevate di quanto giustifichino il loro contributo alla produzione economica e risultino dall’estrazione di una rendita (ineguaglianza negativa). Le ineguaglianze possono anche nuocere alla società, permettendo ai meglio remunerati di manipolare il sistema economico e politico. In questi casi, le autorità nazionali avrebbero dei motivi per agire. Potrebbero, per esempio, procedere a delle riforme della governance delle imprese che permettano a tutte le parti interessate — salariati, amministratori ed azionisti — di partecipare alle decisioni riguardanti le remunerazione dei membri dell’alta dirigenza; migliorare la concezione dei contratti di remunerazione in base alla performance, in particolare nel settore finanziario incline a prendere rischi; e riaffermare le norme sul lavoro che permettano ai salariati che lo vogliono di partecipare a delle contrattazioni collettive.

è possibile che i loro stipendi sono più alti che giustificato dal loro contributo alla produzione economica, e con l’estrazione di una rendita (diseguaglianza sfavorevole). Disuguaglianze possono anche danneggiare la società, consentendo meglio retribuito per gestire il sistema economico e politico. Le autorità nazionali hanno in questo caso i motivi di agire. Si potrebbe, ad esempio, alla riforma della corporate governance consentendo a tutte le parti interessate – dipendenti, amministratori e gli azionisti – di partecipare alle decisioni riguardanti la remunerazione del top management; migliorare la progettazione dei contratti di compensazione in base alle prestazioni, in particolare nel settore finanziario inclini ad assumere rischi; e riaffermare le norme sul lavoro che consentono ai dipendenti che intendono partecipare alla contrattazione collettiva.

Florence Jaumotte, Carolina Osorio Buitron

International Monetary Found

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