A cosa servono e come funzionano le monete complementari? Intervista a Luca Fantacci

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Uno studio di due professori bocconiani, datato 2012, analizza la possibilità dell’introduzione di una nuova moneta nelle economie locali, per stimolare la produzione e il consumo ed evitare la stagnazione del mercato, uno dei grandi problemi che ancora oggi affligge il nostro sistema economico. Ne parliamo con uno dei coautori, Luca Fantacci, Assistant Professor nel Dipartimento di Analisi delle politiche e Management Pubblico dell’università Bocconi.

Professore, vuole innanzitutto spiegare meglio il contenuto del suo lavoro?

Per prima cosa va detto che lo studio non è stato pubblicato. Si tratta di uno studio compiuto da me e dal professor Amato per conto dell’amministrazione di Nantes, con l’obiettivo di affiancare in determinate funzioni alla moneta ufficiale una moneta complementare. Questo è un punto importante: la nuova moneta doveva essere complementare, non sostitutiva di quella ufficiale. L’ambito in cui la moneta avrebbe dovuto esercitare le sue funzioni era assolutamente locale, non certo nazionale o internazionale.

Il comune di Nantes ha poi messo in pratica questo esperimento?

No, non è stato messo in pratica. Ci sono stati dei ritardi, e inoltre il progetto è stato gestito male dall’amministrazione locale, è stato distorto e ridimensionato. Doveva rappresentare qualcosa di significativo, adesso è diventato quasi folkloristico. Doveva coinvolgere il tessuto imprenditoriale e le associazioni di categoria, ma queste sono rimaste a guardare. Io ed il professor Amato non siamo più coinvolti nel progetto.

Ci sono altri esempi di monete complementari?

Certo, per esempio il Wir, che è una banca cooperativa con sede a Basilea. E’ stata creata durante la grande Depressione, ottant’anni fa. Oggi la banca ha più di 60.000 conti correnti aperti.

E’ un modello di successo?

E’ un modello di successo nel senso che consente alle imprese di farsi credito e pagarsi a vicenda. La moneta introdotta, il Wir, può essere utilizzata solo tra i membri della cooperativa, i quali aderiscono volontariamente al progetto. Questa moneta, come tutte le monete complementari, non ha ovviamente valore legale, per cui diventa molto importante la fiducia che gli utenti hanno nei suoi confronti. E la fiducia dipende dal fatto che la moneta in questione sia fatta bene o male. Io mi occupo di monete complementari da una dozzina di anni, e ho riscontrato che la maggior parte sono fatte male. Gli obiettivi dell’introduzione di una moneta complementare dovrebbero essere obiettivi come ricerca della sostenibilità ambientale dello sviluppo, risposta a fabbisogni sociali, stimolo del credito fra le imprese, sostegno all’economia reale. Ma la maggioranza di monete locali in circolazione provoca più problemi di quanti ne vorrebbe risolvere. In Italia ci sono due esempi emblematici, uno virtuoso e l’altro meno. Quello virtuoso è il Sardex, creato in Sardegna quattro anni fa. Dal momento della sua introduzione, ha conosciuto una crescita esponenziale. Si ispira direttamente al Wir e alle teorie keynesiane. La moneta locale agisce attraverso un sistema di compensazione, per cui i debiti totali contratti in quella valuta devono essere sempre pari ai crediti totali. L’altro elemento innovativo del progetto di Keynes, che però sinora non è stato adottato da Sardex, è che non solo il debitore, ma anche il creditore paga un tasso di interesse sul proprio credito. Questo per scoraggiare l’accumulazione di crediti troppo grandi, fatto alla lunga dannoso per l’economia. Infatti tutti i capitali “fermi”, accumulati senza essere spesi, pagano una cosiddetta “tassa di stazionamento”. E’ lo stesso principio della tassa che si paga sull’occupazione di suolo pubblico: accumulando capitale, stai “occupando” risorse che potrebbero essere utilizzate in altro modo. Scec, invece, è un esperimento potenzialmente problematico perché la valuta locale non ha un rapporto diretto con la quantità di beni e servizi che puoi comprare. Nelle camere di compensazione dei modelli di successo, la moneta si crea ma nello stesso tempo si distrugge, anche perché c’è un incentivo forte per i debitori e per i creditori a far tornare i rispettivi livelli di credito e debito pari a zero. In questo modo si scongiura il pericolo dell’inflazione. Inoltre la moneta si crea solo attraverso transazioni di mercato. Nel sistema dello Scec, in teoria chiunque può iscriversi ed ottenere automaticamente una quantità di nuova moneta, anche senza passare per una transazione di mercato. Il problema è perciò che lo Scec si può svalutare, e quindi si può creare inflazione. E questo perché non esiste un meccanismo che mantenga costante il rapporto tra quantità di moneta e quantità di beni.

Lei parlava prima delle teorie keynesiane. Che rapporto c’è tra le monete complementari e Keynes?

Le monete complementari meglio congegnate sono l’applicazione locale del principio internazionale proposto daKeynes a Bretton Woods: il modello della Clearing Union, cioè di un sistema di compensazione tra Stati. Ciò che Keynes auspicava avvenisse a livello interstatale, con le monete locali può avvenire tra le imprese. Il bisogno di una moneta locale nasce perché quella ufficiale non basta più, non circola. Domanda ed offerta ci sono, ma ciò che manca è lo strumento finanziario per farle incontrare, ossia la moneta.

Ecco, appunto, nella stagnazione della nostra economia un ruolo importante sembra averlo giocato il credit crunch (la stretta creditizia ad opera della banche, ndr). In questo, quanta parte di responsabilità è delle banche e quanta del sistema economico nel complesso?

Più che delle banche o del sistema economico, la responsabilità è del sistema monetario. E’ lì il vero problema. Come dice Keynes, la mancanza di credito deriva dal fatto che la moneta viene tesaurizzata e non prestata. Non è tanto colpa delle banche, perché queste sono in molti casi costrette ad accumulare riserve e a rafforzarsi, e sono anche incentivate a farlo, per esempio in vista degli stress test. La responsabilità principale è del sistema monetario e nell’equivoco della moneta come riserva di valore. Questa è una illusione del nostro sistema monetario, anche se è considerata scontata. Poiché il denaro è un bene pubblico, bisognerebbe imporre una tassa sull’accumulo privato di moneta.

I più critici nei confronti delle teorie di svalutazione competitiva affermano che stampare moneta per dare respiro all’economia equivale a “drogare” il sistema, cioè ad alimentarlo in modo fittizio, senza tenere conto dei motivi reali per cui esso è stagnante: come ad esempio la mancata crescita della produttività, l’unico fattore che, secondo questi critici, spinge verso l’alto il benessere di un Paese. Cosa ne pensa?

Concordo con il fatto che non può bastare creare moneta per uscire dalla crisi. E’ una illusione. Perché questa moneta potrebbe non circolare e creare inflazione. Però questa crisi non è una crisi dal lato dell’offerta: è soprattutto una crisi della domanda. Infatti, anche Paesi con una buona produttività fanno fatica. Poi, certo, nel lungo periodo si possono anche fare riforme strutturali, anzi ciò è auspicabile, specialmente per il nostro Paese. Ma la risposta alla crisi non può essere soltanto l’aumento della spesa pubblica o l’incremento delle esportazioni: questi fattori possono contribuire, ma alla lunga possono diventare elementi di instabilità per la pace mondiale. Inoltre, se uno Stato per incrementare la spesa pubblica accumula troppo debito, finisce per dipendere dai creditori.

A questo proposito, cosa pensa della “Modern Monetary Theory”, che afferma che uno Stato non solo può, ma deve sentirsi libero di stampare moneta ed accumulare debito in modo pressoché illimitato per sostenere l’economia?

Ho parlato recentemente con Warren Mosler, che è uno dei massimi esponenti di questa teoria. Mi sembra più una mezza teoria, che una teoria vera e propria. Non è necessario che l’emissione di denaro sia legata alla spesa pubblica: è anzi più auspicabile che sia legata alla spesa dei privati, ed è anche più liberale. Ciò che è importante è che sia commisurata alle esigenze della circolazione.

Lei è coautore di un libro intitolato “Fine della finanza: da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne”. Intendeva che la fine della finanza è qualcosa di auspicabile oppure che la finanza è giunta alla sua naturale conclusione?

In realtà al termine fine abbiamo omesso volontariamente l’articolo determinativo per lasciare la doppia accezione: “la” fine ma anche “il” fine, lo scopo. Bisogna interrogarsi sul vero fine della finanza, anche perché c’è un rapporto tra il fine e la fine. La parola “finanza” deriva proprio dalla parola “fine”: è nata come ciò che gestisce il rapporto tra un credito ed un debito corrispondente. Un rapporto che ha una conclusione. Il problema della finanza di oggi è che non c’è mai una fine. I debiti non vengono mai pagati, i rapporti non si concludono mai, ma vengono continuamente procrastinati e si moltiplicano. Ma l’esistenza di un termine è l’unico modo affinché la finanza sia al servizio dell’economia reale.

Paradossalmente, sia i sostenitori del liberismo e dell’austerity che i loro detrattori più estremi, sostengono che le politiche di austerità imposte dall’Europa sono state obbligate: i primi in senso positivo, i secondi per muovere una critica radicale allo stesso sistema capitalistico, nelle cui contraddizioni strutturali si nasconderebbero i veri problemi. Esiste secondo lei una via d’uscita, una terza via? E l’esperimento delle monete complementari muove in questa direzione?

Il capitalismo non è il miglior modo di organizzare la vita economica. E non c’è bisogno di essere marxisti per dirlo. Anzi, come ha affermato un autorevole collega della Banca d’Italia: chi è favorevole al libero mercato, non può che definirsi anticapitalista. Per quanto riguarda l’austerity, è stato un errore applicarla in un momento di recessione, quando sarebbero servite politiche espansive. Inoltre la riduzione del debito è auspicabile in un orizzonte di lungo periodo, non è sensato imporlo nel breve come è stato fatto. L’introduzione di una moneta complementare può creare un sostegno alla domanda diverso dalla spesa pubblica e una forma di Welfare diverso da quello pubblico. Un aspetto bello del progetto di Nantes consisteva, infatti, proprio nel fatto che una parte sostanziale era destinata al sostegno del no profit. In questo senso, quindi, poteva incentivare lo sviluppo di una forma di Welfare alternativo a quello offerto dallo Stato.

Dario Luciani

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