USA: Guantanamo a Chicago - di Michele Paris

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

USA: Guantanamo a Chicago - di Michele Paris

I sospetti che i metodi criminali utilizzati all’estero dal governo americano nell’ambito della “guerra al terrore” siano serviti anche da modello per le operazioni di polizia sul suolo domestico hanno trovato una nuova conferma qualche giorno fa in seguito a un’indagine pubblicata dal Guardian. Secondo la testata britannica, il dipartimento di Polizia di Chicago gestisce cioè una struttura detentiva segreta in un edificio anonimo della metropoli dell’Illinois, dove avvengono interrogatori in totale violazione dei diritti umani e costituzionali dei detenuti.
Nella struttura, conosciuta come Homan Square, gli arrestati sono sottoposti a percosse oppure rimangono incatenati per lunghi periodi, mentre viene loro negata qualsiasi consulenza legale. Il tutto senza che la permanenza dei detenuti nell’edificio semi-clandestino sia registrata nei database della polizia.
L’articolo del Guardian giunge a pochi giorni di distanza da un’altra rivelazione dello stesso giornale, nella quale si raccontava di un detective reclutato come guardia carceraria nel lager di Guantanamo dopo che aveva praticato torture per trent’anni a Chicago per ottenere confessioni e condanne dei sospettati finiti agli arresti.
A Horman Square i detenuti possono restare rinchiusi anche per un giorno intero e nella struttura sono stati “ospitati” addirittura ragazzi di 15 anni. Il Guardian, poi, ha individuato almeno un caso di decesso, quando nel febbraio del 2013 un sospettato sottoposto a interrogatorio era stato trovato privo di sensi e successivamente dichiarato morto per “intossicazione da cocaina”.
Tra le testimonianze raccolte dal quotidiano britannico, l’unica non anomina di ex detenuti è quella di Brian Church, uno dei cosiddetti “NATO Three”, tre attivisti incastrati dalla polizia di Chicago nel 2012 con l’accusa di terrorismo dopo essere stati inflitrati dall’FBI alla vigilia di un vertice dell’Alleanza Atlantica.
“Homan Square è un posto decisamente insolito”, ha rivelato Church. “Ricorda le strutture per gli interrogatori in Medio Oriente, quelli che la CIA chiama ‘buchi neri’. Si tratta di un ‘buco nero’ domestico. Una volta che ci finisci dentro, nessuno sa ciò che ti è successo”. Brian Church era stato tenuto per quasi un giorno a Homan Square, senza che gli fossero letti i suoi diritti, prima di ricevere la visita di un legale ed essere registrato in una vicina stazione di polizia, dove sarebbe stato accusato in maniera formale.
Un avvocato di Chicago sentito dal Guardian, Julia Bartmes, ha affermato che tra i legali della città è più o meno risaputo che, nei casi in cui non è possibile rintracciare i propri clienti, questi ultimi sono probabilmente detenuti a Homan Square. Per l’avvocato dei diritti umani Flint Taylor, invece, la struttura detentiva abusiva rappresenta l’istituzionalizzazione di pratiche che la polizia della città mette in atto da più di 40 anni.

“Semplicemente scompaiono”, ha riassuno l’avvocato Anthony Hill in riferimento alla sorte di alcuni clienti finiti a Homan Square, “fino a quando non riappaiono in un distretto di polizia per essere incriminati oppure vengono rilasciati”.
La struttura di Homan Square ospita non solo interrogatori nell’ambito di presunti casi di “terrorismo” ma permette anche alle forze di polizia di ottenere informazioni legate ad esempio alle attività delle gang della città o al traffico di droga senza il fastidio del rispetto delle norme costituzionali.
Se quanto accade a Homan Square ricorda sinistramente gli abusi del dopo 11 settembre, le pratiche illegali raccontate dal Guardian non sono cosa nuova per la polizia di Chicago. A partire dai primi anni Settanta, infatti, in molti casi gli arrestati della città finivano nella cosiddetta “Area 2”, una stazione di polizia dove venivano appunto somministrate torture varie per estorcere confessioni sotto la supervisione del famigerato comandante Jon Burge.
Nello stesso sito di Homan Square, come ha confermato la testimonianza di Brian Church, la polizia conserva anche veicoli da guerra, simili a quelli “utilizzati dai militari americani in Medio Oriente”. La questione così sollevata da Church fa luce su un altro aspetto legato all’importazione dei metodi di repressione utilizzati nel corso delle guerre degli Stati Uniti all’estero.
I reparti di polizia americani ricevono cioè da anni armi ed equipaggiamenti da combattimento di vario genere, trasferiti – spesso a titolo gratuito – dal Pentagono, ufficialmente per far fronte alla crescente minaccia terroristica che graverebbe sulle città USA.
La stessa polizia della contea di Cook nell’Illinois, che include Chicago, ha ricevuto finora circa 1.700 articoli militari dal Dipartimento della Difesa, tra cui un veicolo resistente alle esplosioni (MRAP) e un altro da ricognizione (Humvee), difficilmente riconducibili a normali attività di ordine pubblico.
Quella che è in atto negli USA è piuttosto una progressiva militarizzazione delle forze di polizia che, assieme alle torture e alle detenzioni extra-giudiziarie praticate a Chicago, conferma l’approdo sul suolo americano dei metodi inaugurati in Medio Oriente e altrove con la “guerra al terrore”.
Mentre all’estero questi stessi metodi sono impiegati per la difesa e la promozione degli interessi imperialistici statunitensi, in patria hanno il preciso obiettivo di gettare le fondamenta di una sistematica strategia di repressione del dissenso e di qualsiasi traccia di opposizione a una classe dirigente screditata e al servizio di una cerchia sempre più ristretta.

Fonte: www.altrenotizie.org

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