Tu chiamale se vuoi... sanzioni

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Aumentano le esportazioni USA verso La Russia
Aumentano le esportazioni USA verso La Russia

Ci sono, a volte, avvenimenti dove la nostra interpretazione è ispirata più da sensazioni che da dati oggettivi. Gli stessi fatti, analizzati a mente fredda e numeri alla mano, possono mostrare un aspetto anche diametralmente opposto a ciò che si pensava in base a impressioni superficiali. Altre volte, invece, anche le sensazioni immediate, benché basate su nulla di concreto, sono confermate dalle cifre.

Quest’ultimo è il caso dei sentimenti diffusi tra gli italiani in merito ai rapporti tra noi, la Germania e l’euro. La testardaggine con cui il governo della signora Merkel e l’opinione pubblica tedesca si oppongono a ogni modifica del vincolante patto di stabilità, ha fatto nascere, in più di uno, la certezza che il “virtuosismo” germanico nascondesse anche qualcos’altro. Un’attenta analisi delle cifre conferma questo sospetto.

La Germania, prima dello scoppio della crisi greca, era, assieme alla Francia, il maggior creditore dello Stato ellenico. Aver guadagnato tempo prima di decidere se e come l’Europa dovesse intervenire in aiuto del Paese membro ha consentito alle banche tedesche di sgravarsi discretamente da una parte di quei debiti prima che venissero “ristrutturati”. Dopo di ciò, quando l’Europa ha finalmente deciso di metterci mano seppur con condizioni soffocanti per i greci, l’onere da affrontare è stato diviso anche con Paesi che vantavano crediti molto meno significativi. Tra questi, l’Italia che ha oggi sulle proprie spalle ben 140 miliardi di euro, tra capitali e garanzie dati ad Atene, e cioè una cifra molto superiore a qualunque credito l’Italia avesse mai vantato all’inizio della crisi. Se oggi il governo Tzipras dovesse veramente cancellare i debiti in corso, il nostro bilancio perderebbe quaranta miliardi e cioè poco meno di quanto pagherebbe la Germania. Giusto atteggiamento di solidarietà dentro un’Europa che si vorrebbe unita, diremmo noi. Purtroppo questa “unità” è troppo spesso invocata a senso unico e le difficoltà incontrate da Draghi per il cosiddetto ”quantitative easing” dimostrano come proprio Berlino sia la più riluttante a considerare i problemi di qualcuno come cosa di tutti.

Non è finita qui. Pur ammettendo che i tedeschi abbiano eseguito interventi di ristrutturazione economico-sociale “virtuosi” negli anni passati mentre noi non ne abbiamo avuto ne’ la forza ne’ il coraggio, nessuno può negare che l’introduzione dell’euro, il fiscal compact e la famosa austerità abbiano largamente favorito i teutonici a discapito delle nostre economie. Dal 2007 al 2014 in Italia, Spagna, Irlanda, Francia, Portogallo e Grecia si sono persi sei milioni e 200 mila posti di lavoro e, nello stesso periodo, i tedeschi occupati sono aumentati di 2,2 milioni. In tutti questi anni le imprese del sud dell’Europa, se e quando hanno ricevuto crediti in euro dalle loro banche, hanno dovuto pagare interessi sempre superiori al 3 - 4% mentre i concorrenti di oltralpe hanno, invece, goduto di tassi sempre inferiori al 3%. Se fossero esistite diverse monete tra questi Paesi sarebbe stato naturale che la valuta tedesca fosse rivalutata dai mercati (o le altre monete svalutate). La moneta unica non lo ha permesso e il Centro studi Nomisma ha calcolato che, tra il 2000 e 2007 (cioè prima dell’inizio della crisi), il vantaggio competitivo delle aziende tedesche rispetto agli altri concorrenti europei è stato del 15,8%. Non c’e’ da stupirsi allora se l’export tedesco sia cresciuto in maniera esponenziale verso tutta l’eurozona e il resto del mondo.

Concediamolo: bravissimi loro e noi colpevoli d’incapacità. Fatto però salvo il diverso grado di virtù, se i Paesi europei “cicala” non saranno aiutati a rilanciare i propri consumi interni, anche le “formiche” cominceranno, e già lo si vede, a trovare sempre meno acquirenti per i loro prodotti e il presunto miracolo della loro economia sarà destinato a ridimensionarsi. Tralasciamo, per ragioni di spazio, di osservare come, ad ogni modo, anche la virtuosità tedesca non sia sempre così ammirevole perché, altrimenti, dovremmo notare come moltissimi degli impieghi occupazionali in quel Paese sono molto spesso precari e pagati ben al di sotto di quanto richiederebbe il costo della vita. Così come troppo poco si nota quanto i mancati interventi statali nelle infrastrutture nazionali e cittadine stiano poco per volta abbassando la qualità di vita dei nostri vicini e aumentano in modo esponenziale (ma questo succede anche da noi) il divario di capacità di spesa tra pochi ricchi e sempre più numerosi poveri.

Sulla discrepanza, o meno, tra realtà e sensazioni vorremmo però evidenziare un altro fatto che non mancherà di sorprendere un po’ tutti. Abbiamo più volte rilevato come le sanzioni e le contro-sanzioni economiche con la Russia penalizzino molto di più le aziende europee di quelle americane. Non era però, fino ad ora, precisato quanto questa decisione, tutta politica e recentemente prorogata di sei mesi dai nostri saggi Ministri degli Esteri, incida esattamente su ogni Stato. Ebbene, il calcolo è stato fatto dal nostro ICE e si è visto che le esportazioni italiane verso la Russia sono calate, nei primi nove mesi del 2014, del 6,84% e quelle tedesche dell’8,82%. I francesi, invece, anche a causa dell’alto valore delle due navi gia’ costruite ma non consegnate ai russi proprio a causa delle sanzioni, hanno perso il 14,8%. Forse è per questo che i tre Paesi sono stati sempre i più riluttanti a seguire la logica delle sanzioni. Volete sapere qual è l’impatto che riguarda due tra i più duri sostenitori dello scontro e cioè Gran Bretagna e Stati Uniti? Quella che era chiamata la “perfida Albione” ha perso solo lo 0,6% mentre gli Stati Uniti hanno addirittura aumentato le loro esportazioni verso la Russia del 22,98% .

Com’è possibile, direte voi? Chissà! Forse, solo per fare un esempio, dovremmo sapere che una particolare società americana, molto ubbidiente ai dettami del proprio Governo, ha deciso di non mandare più i propri prodotti in Russia. Almeno direttamente. Infatti, si limita a quella che si chiama, semplicemente, triangolazione. E i prodotti partono dalla Lituania.

Mario Soomessa

Voce della Russia

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