Se il " km zero" fa male all'ambiente. A tradire l'impronta ecologica è l'illusione della filiera corta

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Se il " km zero" fa male all'ambiente. A tradire l'impronta ecologica è l'illusione della filiera corta

Contrordine, buongustai! Il tanto decantato "chilometro zero", quello che ci riempie la tavola salvaguardando valori nutrizionali, ambiente, salute e portafogli si sta rivelando un falso mito, una leggenda metropolitana. Sono tanti, infatti, i casi in cui la "fliera corta" tradisce la promessa di un'impronta ecologica ridotta ai minimi termini. Per tacere del ricorso alla chimica, al consumo d'energia necessarie a produrre indoor futta e verdura di tutte le varietà senza rispettare il presupposto più naturale del prodotto alimentare: la sua stagionalità. Insomma, il pomodoro sarà a chilometro zero, ma consuma più di un Tir.
Accademici, ricercatori e studiosi di mezzo mondo sembrano aver fatto a gara per sfatare tutti i vantaggi del "km 0", anzi di come anche l'innocua insalata di serra costituisca più una minaccia che un bene per l'ambiente. Uno studio della Lincoln University del Regno Unito, ad esempio, ha calcolato che acquistare un solo chilogrammo di verdura percorrendo dieci chilometri con la propria auto genera più CO2 che facendola arrivare direttamente dall'Africa. I ricercatori dell'università di Giessen, in Assia, hanno accertato che il costo energetico per importare carne d'agnello dalla Nuova Zelanda è inferiore a quello prodotto in Germania. In Oceania, infatti, l'ovino viene allevato naturalemente all'aperto, in Germania al coperto, riscaldato e nutrito per almeno cinque mesi. Facendo i pignoli si può anche constatare che produrre un chilo di pomodori in una serra in Svezia - e fare lo stesso in Ticino non cambia molto - genera un consumo di 66 megajoule (unità di misura dell'energia) mentre importarlo, invece, dai campi della penisola iberica costa solo 5,4 di megajoule, trasporto incluso.
"Di esempi e studi sul tema se ne possono citare in quantità - precisa Marco Morosini, analista ambientale al Politecnico federale di Zurigo -. Chilometro zero è diventato un logo, suona bene, ma in realtà non esiste anche perché non sai mai se i km sono 10, 100, mille. Intendiamoci, il concetto è giusto perché acquistare il più vicino possibile vale in generale, e dovrebbe bastare il buon senso dei consumatori. Forse sarebbe sufficiente rinominare 'km 0' in 'produzione locale'".
Certo il concetto è valido. Fosse interpretato e usato correttamente. L'idea che sta alla base del chilometro zero, infatti, è di consumare quanto la terra produce vicino casa: meno km si percorrono, meno si inquina e acquistando dai contadini puoi avere frutta e verdura "nature", non sterilizzata e incellofanata nei banconi dei supermercati. Una sorta di movimento culturale, che rischia però di essere vanificato da una moda, una tendenza che aguzza l'ingegno di chi punta solo a farne un business all'insegna del politically correct. Giusto rifornirsi dal contadino, ma senza illudersi di salvare l'ambiente. "Nessuna delle singole cose che facciamo salva l'ambiente, ma se l'impegno è di una moltitudine le cose cambiano eccome - obietta Morosini -. Già sarebbe un bel passo, ad esempio, rispettare la stagionalità dei prodotti. Ma non possiamo ignorare la globalizzazione, i costi di produzione e le logiche di mercato. Il Kenya, per fare un esempio, è diventato il maggior fornitore di fiori; costa meno farli arrivare dalla lontana Africa che dalla vicina Olanda. Io stesso mi sono imbattuto, in Nuova Zelanda, in kiwi made in Italy...".
Resta il fatto, ineluttabile, che il ministero dell'Ambiente e dell'agricoltura britannico ha calcolato che il 48% dei chilometri percorsi dagli alimenti dalla vendita alla tavola è percorso dal consumatore. Come dire che il camioncino che trasporta alla vendita cento polli, equivale alle cento auto usate da chi va a comprare ogni singolo pollo. Ma in Inghilterra lo chiamano "miglio alimentare".
Ezio Rocchi Balbi
erocchi@caffe.ch
@EzioRocchiBalbi

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